Verso il Nord

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Tutti mi avevano consigliato di prendere un taxi per andare di notte al Retiro. Tutti, meno Pablo, che come me è abituato a viaggiare in economia. «Ma no, prendi il colectivo, no pasa nada» mi aveva detto.

La stazione degli autobus del Retiro, la più grande di Buenos Aires, confina con la Villa 31, la più grande baraccopoli della città, dove vivono stipate decine di migliaia di persone. Non si sa neppure quante siano: i dati sulla popolazione oscillano fra 27.000 e 40.000. Le case malandate contrastano in modo stridente con i grattacieli di Puerto Madero che scintillano a poca distanza. È una situazione comune nelle città argentine: accanto alle zone residenziali più eleganti sorgono isolati poverissimi. Succede a San Isidro, a Florida, a Villa Lugano. Si cammina davanti a case con piscina sorvegliate da guardie armate. Poi si attraversa una avenida e si entra nel terzo mondo.

In Italia la parola “villa” evoca immagini di benessere, quasi di lusso. La si associa a monumenti storici come Villa Borghese o a dimore come quella di Berlusconi ad Arcore. Qui invece la si associa alla parola miseria: una villa miseria è un agglomerato di case precarie dove la popolazione sopravvive come può. E tutti ti dicono di fare attenzione e di non passarci da sola di notte.

La sera della partenza per Paraná, la prossima tappa del mio viaggio, ero carica come un mulo: in spalla lo zaino grande, davanti quello piccolo, e al traino un carrello con le ruote di quelli che si usano per fare la spesa. L’avevo comprato per trasportare le copie del libro. Settanta, per l’esattezza. Mi preoccupava il fatto che l’autobus urbano mi lasciasse davanti alla Villa 31 con tutti quei bagagli. Mi sentivo lenta e pesante. Ho pensato di scendere in una zona più sicura e di prendere un taxi per l’ultimo tratto. Mi pareva un buon compromesso.

«Dove devi andare?» mi ha chiesto un passeggero sulla sessantina a cui mi sono rivolta per chiedere informazioni.
«Al Retiro».
«Vieni con noi» ha detto indicando la moglie. «Stiamo andando là».
Siamo scesi insieme al terminal e abbiamo attraversato la piazza. La villa, con le sue strade strette e le case cadenti, era là, a cinquanta metri di distanza. Ora che la vedevo non mi sembrava più così minacciosa.

I due che mi accompagnavano stavano partendo per Mar de la Plata. Mi hanno chiesto del mio viaggio e, quando ho detto loro che nel carrello della spesa c’erano settanta copie del mio romanzo, hanno voluto sapere se era tradotto in castellano.
«No, mi dispiace» ho risposto.
L’uomo ha sorriso: «Non ancora» ha detto.
Mi è sembrato di buon auspicio per l’inizio del mio viaggio verso il Nord.

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