Alle cascate dell’Iguazú

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No, alle cascate dell’Iguazú non ci volevo andare, in primo luogo perché sono troppo fuori mano rispetto al mio itinerario di viaggio (si trovano nell’estremo nord-est dell’Argentina, al confine con il Brasile e il Paraguay), in secondo luogo perché non volevo comprare un tour organizzato. A me piace il fai-da-te, mi fa sentire libera.

Poi è successo che lunedì scorso, mentre ero a Paraná, ho accompagnato Francesca a ritirare il suo biglietto per Iguazú. E mi è venuta voglia di andare con lei.

Francesca è una volontaria di 26 anni di Torre Pellice che lavora a Paraná alla residenza El Sol, una casa-famiglia per ragazze madre adolescenti. L’ho conosciuta a casa di Silvia, la direttrice della residenza che mi ospita. Mentre la donna dell’agenzia illustrava il programma della gita alle cascate ho pensato che in quattro giorni sarei andata e tornata senza sconvolgere troppo i miei piani. E insomma, alla fine ho comprato il biglietto.

In Argentina i tour come questo sono molto comuni: persone di tutte le età li comprano per andare a Bariloche per una vacanza sui laghi o in Patagonia per vedere le balene. Si viaggia su autobus a due píani con i sedili reclinabili e ci si ferma in alberghi grandi e anonimi ai bordi di uno stradone.

Il viaggio fino a Iguazú è lungo – circa 12 ore – ma le cascate valgono davvero. Tre chilometri di salti spettacolari, con tutta la potenza e il fragore dell’acqua che precipita per 80 metri fra un turbinare di farfalle e sprazzi di arcobaleno. E anche se la calca è incredibile e ci si sente intruppati nel gregge, la bellezza della natura toglie il fiato.
L’unico neo sono i tempi morti fra un’escusione e l’altra e la noia delle serate nell’albergo gigantesco lontano da tutto.
«Avrei dovuto portare qualche copia del mio romanzo e fare una presentazione nella hall» ho detto a Francesca. «Verrebbero tutti, non hanno niente da fare».
«Potresti minacciarli: “Nessuno esce di qui se non ha comprato una copia”».
«Come nelle gite delle pentole».
Francesca ride. Scuoto la testa: «E invece ho lasciato tutte le copie a Paraná. Non ho proprio talento per il marketing».

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