In memoria dei desaparecidos

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Dietro alla cattedrale di Córdoba c’è un luogo che nella sua nudità contiene storie quasi intollerabili. È il Museo de la memoria, istituito nei locali usati negli anni Settanta dal dipartimento di spionaggio della polizia per imprigionare e torturare decine di migliaia di oppositori politici poi spariti nel nulla. Il centro è un labirinto di celle e minuscoli cortili in cui i detenuti erano costretti a circolare bendati. Solo il suono delle campane della cattedrale ha consentito ai pochi sopravvissuti di riconoscere il luogo.

Il centro è rimasto com’era, con i muri scrostati e la squallida scrivania usata per gli interrogatori. Cammino da una cella all’altra in punta di piedi, come in chiesa, consapevole di muovermi in uno spazio reso sacro dal dolore delle vittime e dei loro familiari. Le foto dei desaparecidos  alle pareti mostrano i volti di persone giovani, a volte giovanissime: studenti, insegnanti, operai, sindacalisti, famiglie intere portate via di notte e mai più tornate.

È qui, in questo museo agghiacciante, che il dramma delle madri di Plaza de Mayo mi investe in tutta la sua intensità. Penso a che cosa significa veder sparire i propri figli e vivere senza sapere che cosa ne sia stato di loro. Penso alle donne incinte uccise dopo il parto e ai loro bambini consegnati ai torturatori. Penso ai miei figli, che hanno l’età di molti ragazzi ritratti nelle foto, e l’angoscia mi paralizza. Penso che la memoria è poco, troppo poco, di fronte all’orrore, eppure provo gratitudine per chi ha raccolto queste storie e si batte per preservare questo luogo.

La donna all’ingresso mi racconta che il museo tira avanti fra mille difficoltà. “Parli di noi, ne abbiamo bisogno” dice. Lo faccio qui, per quello che vale.

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5 pensieri su “In memoria dei desaparecidos

  1. L’ha ribloggato su quellocheValee ha commentato:
    Laura, un’amica editor e scrittrice, partita alla volta dell’America Latina per un viaggio di alcuni mesi, con le parole finali di questo suo post, mi passa una palla ad un metro dalla porta vuota. Per me questa testimonianza vale tanto, tantissimo e la ringrazio di averla riportata: che senso avrebbero altrimenti le parole? I blog, lo scrivere, la memoria, il sentirsi gelare dentro di fronte a certe storie? Che senso avrebbe, mi chiedo, lo stesso viaggiare? Comunicare in una lingua stentorea con ciascuna di quelle persone che ad angoli diversi della città, raccontano storie diverse.

    Ciascuna verissima, inconfutabile perchè modellata da emozioni insondabili. Decine, centinaia di storie vere che ancora oggi non conoscono una ed una sola verità. Sotto la cui bandiera darsi finalmente pace, contare i feriti, chi tornerà e chi non più. Essere ancora genitori e nonni, non solo più nei ricordi ma per tutti i giorni che da qui in avanti saranno concessi, fino a morte naturale.

    E’ questo l’inconcepibile: governi che sfilano, inetti e complici, ipocriti e oscurantisti, la vita che scorre sempre e comunque come se niente fosse. Il bello è altrove: nelle strade, nella gente, in un orgoglio unico di sentirsi argentini. In una terra immensa dall’incalcolabile patrimonio umano, geografico, naturalistico. E ti chiedi per quale miracolo possano stare insieme nella stessa opera tanta bellezza e tanta bruttura. Lo so, così dal di fuori, da lontano, è facile: forse loro direbbero lo stesso di noi.

    Eppure non ho potuto non sentirmi chiamare in causa: quando ho compiuto il mio viaggio in Argentina, una parte di essa, nell’estate del 2004 insieme a due amiche, ho vissuto le stesse sensazioni: quel camminare in punta di piedi quasi a non voler aumentare tutto il dolore della terra, l’emozione di sentirsi dentro ad un racconto, sul comune denominatore di una malinconia che il popolo argentino ha come iscritto nel dna e trasmette forte.

    Ma poi visitandola e conoscendone un poco le persone realizzi che non è dna ma storia. E come tale va raccontata.

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