Pepe il giardiniere

Domenica, ora di pranzo. Dal centro di Salta torno verso l’ostello imboccando una strada a caso. I negozi sono chiusi, non c’è nessuno in giro. D’un tratto, a metà di un isolato, mi appare un bellissimo giardino pieno di rose, buganville, stelle di Natale e altri fiori che non conosco. Mi fermo, stupefatta. Dal cancello un uomo sui settant’anni mi fa cenno di avvicinarmi. Quando vede che non mi muovo mi viene incontro, accompagnato da due enormi cani lupo.

«Ti piacciono i fiori?» mi fa.
«Molto. Li coltivi tu?»
«Sì».
«Complimenti, sono bellissimi. Volevo fare qualche foto».
«Di dove sei?»
«Italiana».
Indica il portone con un gesto del braccio. «Vieni dentro ad assaggiare l’asado».
«Ti ringrazio, ma volevo tornare in ostello».
«Un pezzettino e poi vai».
Esito. Mi sembra un brav’uomo, ma non mi sembra il caso di andare a casa sua.
«Vieni!» insiste. «C’è tutta la mia famiglia».

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A quel punto non oso più rifiutare. Varchiamo il cancello. Dal quincho (la zona della casa dove si cucina e si mangia l’asado) una quindicina di persone si voltano a guardarci. Pepe, così si chiama l’uomo che mi ha fatto entrare, mi presenta come la sua prima (cugina) Laura, mi fa sedere a tavola, mi porta un tagliere e mi serve quattro o cinque pezzi di carne. È ottima, ma sono a disagio. Sono tutti parenti, mi sento un’intrusa.

La prima a rompere il ghiaccio è Lola, la nipotina di Pepe, sette anni. Viene a chiedermi se so andare in altalena. Poi è la volta delle cugine, due donne di origine spagnola. Mi raccontano che sono nate in Andalusia e che vivono qui da sessant’anni. A quel punto noto che due ragazzi del gruppo camminano entrambi con le stampelle. Il più giovane ha un piede rotto, l’altro ha una gamba ingessata e un braccio al collo. È molto magro, sembra sofferente. Le cugine spagnole mi raccontano che ha avuto un gravissimo incidente d’auto.
«È stato incosciente per quattro giorni, si è salvato per miracolo».
Pepe si china verso di me: «Nella nostra famiglia nessuno aveva mai avuto un incidente. E ultimamente ne abbiamo avuti due, a distanza di un mese l’uno dall’altro».

L’allegria per lo scampato pericolo si avverte nell’aria. Forse è per questo che Pepe mi ha invitata: per condividere quel momento.
Quando me ne vado, mi accompagna al cancello. Gli rinnovo i complimenti per i fiori, lo abbraccio e lo ringrazio. E lui, con semplicità: «Anche tu ci hai dato qualcosa».

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