La magia di Purmamarca

Avevo sentito dire che Purmamarca è bella, ma non mi aspettavo che fosse così bella. Mentre l’autobus si avvicina al paese mi sfugge un urlo di meraviglia. Sui due lati della strada si ergono formazioni rocciose color ocra e ruggine, corrugate e punteggiate di catcus. Il Cierro de los Siete Colores (la montagna dei sette colori), sulla sinistra, splende di sfumature, dal bianco al verde al rosa. Sono le cinque del pomeriggio e la luce è stupenda.

Cerco in fretta un ostello per lasciare lo zaino e mi incammino sul sentiero che fa il giro del monte. Sono sola in mezzo a tutta quella bellezza. Be’, non proprio sola. A una svolta della strada mi accorgo che un centinaio di metri davanti a me c’è un ragazzo con una felpa verde. Lo raggiungo, e subito dopo imbocco un sentiero laterale che s’inerpica verso un colle.

«È da quella parte che si va?».
Mi volto: il ragazzo si è fermato e mi guarda.
«Non so» rispondo. «Mi sembra bello su di qua».
«È che tra poco cala il sole».
Torno indietro, ci presentiamo. Lui si chiama Mariano ed è di Junin, provincia di Buenos Aires. Lavora nell’impresa di famiglia, una ditta che distribuisce uova, ma si è preso una pausa per viaggiare. Vuole arrivare in moto fino al confine con la Bolivia. «Questo viaggio è anche un percorso spirituale» dice, e lo capisco benissimo. Anche per me è così.

All’imbocco del paese ci separiamo. Torno in ostello, dove sono l’unica ospite. È bassa stagione, i turisti sono pochi. Mangio un avanzo di formaggio che stagiona nello zaino, poi salgo in camera a montare un video. Non c’è molto altro da fare. Un’ora dopo sento il suono di una chitarra e una voce bellissima che canta una canzone folklorica. Mi rimetto le scarpe e scendo al piano di sotto. Sul piccolo palco del bar c’è un uomo con un volto andino e i capelli lunghi. Canta e suona meravigliosamente davanti a un unico spettatore: Mariano.
«Che ci fai qui?» mi domanda stupito.
«Questo è il mio ostello!» esclamo.

Mi invita al tavolo, mi offre una birra. La musica è bellissima. Ci mettiamo sulla porta per chiamare dentro i passanti. «Venite ad ascoltare, è imperdibile». Entrano una decina di persone, meglio di niente.
Alla fine del concerto il musicista viene a bere un bicchiere con noi. Si chiama Edgardo, è boliviano ed è cresciuto sulla puna, la regione degli altipiani. Ha imparato a suonare la chitarra da solo. Vuole sapere del mio viaggio. Gli dico che ho girato l’Argentina e l’Uruguay per presentare il mio romanzo. Mi chiede di che cosa parla. Rispondo che racconta le resistenze degli italiani del Nord verso gli immigrati dal Sud nei primi anni Settanta attraverso lo sguardo di una bambina.
«È un tema sempre attuale» osserva. «Qui succede lo stesso. Ci chiamano “negri”».
Mariano si sorprende: «Possibile! Nel ventunesimo secolo!».

Edgardo racconta che un anno fa ha passato due mesi a Buenos Aires per registrare il suo disco. «Sulla metropolitana le donne si aggrappavano alle borse quando mi vedevano. E la proprietaria di una panetteria mi ha dato il pane senza farmi pagare, convinta che volessi rapinarla».
Ride. «Loro avevano paura di me, e io avevo paura di loro».

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