Star male in viaggio

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Distesa sulla spiaggia dell’Isla del Sol guardo con invidia gli escursionisti che si incamminano sul sentiero che fa il giro dell’isola. In cinque ore la si visita tutta. Deve essere bellissima, con le sue rovine inca e i panorami sul lago Titicaca. Sono venuta fin qui apposta (sedici ore di viaggio da Sucre), ma in questi due giorni non mi sono mai alzata dal letto. Sono stata malissimo: febbre alta, vomito, diarrea. Devo aver mangiato qualcosa che mi ha fatto male. I miei sospetti si concentrano su un panino comprato a Sucre in un bar costoso, non sulle bancarelle di strada dove mangio di solito. Lo sto pagando carissimo, quel panino. I sintomi non accennano a migliorare. E qui sull’isola non ci sono né medici né farmacie. Stordita dalla debolezza, aspetto la barca per Copacabana, la cittadina sulla terraferma dove ci sono più servizi.

La traversata di due ore è un incubo. Arrivo stremata e prendo una stanza nel primo albergo che incontro. È l’una del pomeriggio. Fuori dalla finestra il lago Titicaca è di una bellezza sfolgorante, ma io non riesco a goderne. Desidero soltanto sdraiarmi e dormire. Tutto ciò che di solito mi dà piacere – i paesaggi, i colori, la confusione, gli odori, lo spettacolo della folla per strada – adesso mi disturba. Quando sto male perdo tutta la mia vitalità. Il malessere mi assorbe completamente. Mi rintano in un cantuccio di me stessa e risparmio le energie. Mi sento fragile e impotente.

Ogni gesto mi costa una fatica sovrumana. Dovrei scendere alla reception per chiedere dove posso trovare un medico, ma continuo a rimandare. Mi pesa anche solo sollevare la bottiglia di acqua per bere. Bevo continuamente, ma ho la bocca asciutta. Non mangio nulla da tre giorni e non ho fame. L’odore del cibo mi disgusta.

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Alle quattro del pomeriggio finalmente scendo in strada, prendo un taxi e mi faccio portare all’ospedale. Immagino di dover attendere ore, come in Italia, invece davanti a me c’è soltanto una donna con il naso rotto. Dieci minuti dopo la dottoressa mi visita e mi prescrive una serie di farmaci, più una flebo perché sono molto disidratata. Me la somministrano immediatamente, su una barella. L’infermiera, una donna con un viso bello, mi copre con un piumino che profuma di ammorbidente. Mi chiede di dove sono e si stupisce che io viaggi sola.
«Non ce l’hai un marito?».
«Sono separata».
«Devi trovarti un fidanzato».
Rido debolmente. Ho altre priorità al momento.
«Sei triste?».
«No, spaventata. Sto malissimo da diversi giorni».
«Con esto vas a estar bien. Como una flor».

L’ospedale è un luogo luminoso e gradevole, con un patio pieno di aiuole. Gli inservienti chiacchierano in cortile, c’è una tranquillità riposante. Sembra che io sia l’unica paziente. Ogni tanto l’infermiera viene a controllare come sto. Mi rimbocca il piumino e mi parla con dolcezza: «Devi mangiare qualcosa, mamita. Algo calientito y livianito».

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Quando esco dall’ospedale mi sento già un po’ meglio. Vado a piedi fino in centro, è tutta discesa e me la sento di camminare. Il sole sta calando sul lago punteggiato di barche. Mi siedo su un muretto ad ammirare il tramonto e finalmente riesco a godere un poco di tanta bellezza.

 

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