Terrazze d’alta quota

Fa molto freddo alle tre del mattino mentre ci avviciniamo ai cinquemila metri. Con la giacca a vento e due maglioni addosso, tremo sul sedile del minibus. L’autista mi dà una coperta che odora di foglie di coca. Mi ci avvolgo e tento di dormire un po’. Guardare fuori è inutile, è buio pesto.
Da Arequipa, nel sud del Perù, saliamo verso la valle del Colca, una zona di canyon e vulcani famosa per la sua aspra bellezza. I miei compagni di viaggio si fermano fino a domani per un trekking, io faccio il giro in giornata. Quando la luce dell’alba comincia a rischiarare le vette, restiamo a bocca aperta davanti allo spettacolo delle montagne. Due ore dopo, al sole, fa talmente caldo che si sta in maniche corte.

Il pezzo forte del tour è il canyon del Colca, una fenditura stretta e profonda da cui si librano i condor. Quasi non muovono le ali, si fanno portare dalle correnti. È la prima volta che li vedo dal vivo, è emozionante. Ciò che mi colpisce di più, però, è il paesaggio della valle. Tutto lo spazio disponibile è suddiviso in terrazzamenti che si susseguono fino a 3500 metri di quota, oltre la linea degli alberi. Mi chiedo che cosa si possa coltivare, a quest’altezza. L’autista è di poche parole e non dà spiegazioni.

Verso le dieci del mattino lasciamo il gruppo che si ferma per il trekking e carichiamo una decina di persone che tornano ad Arequipa. La guida, un ragazzo sui trent’anni, si siede accanto a me. Si presenta, si chiama Orlando. È sveglio, fa questo lavoro da dieci anni. Ho molte domande da fargli, ma esito: non voglio monopolizzarlo. Aspetto, e lui comincia a raccontare spontaneamente. Indica le terrazze e dice che molte risalgono all’epoca degli inca. La gente del posto coltiva soprattutto mais, quinoa, frumento e patate.
«È un lavoro molto duro, perché ci sono pochi macchinari e poca acqua. Gli inca avevano costruito un sistema di canali molto efficiente, ma è una tecnologia che si è persa».
Rifletto sul fatto che ci crediamo sempre più avanzati dei popoli del passato, ma in molti casi non è vero. Gli inca sapevano come usare l’acqua dei nevai d’alta quota.
Orlando prosegue: «Oggi solo il 40 per cento delle terrazze è utilizzato. Molti contadini hanno abbandonato le terre per emigrare in città». Fa una pausa, poi riprende: «I miei genitori sono di queste parti. Trentacinque anni fa sono scesi a cercare lavoro ad Arequipa e si sono stabiliti là. Quando siamo tornati a vedere le proprietà di famiglia abbiamo trovato le terrazze semidistrutte. È un patrimonio millenario che si sta perdendo».

Con il sottofondo di una musica andina scelta da Orlando, arriviamo al mirador de los vulcanos. Il Sabancaya fuma in lontananza.
«Che bellezza!» esclamo a mezza voce.
«A cosa ti riferisci?» chiede Orlando. «Al paesaggio, alla musica o a me?».
Rido: «A tutti e tre!». E aggiungo: «Il tuo è un nome poco comune in Perù, vero?».
«Sì» risponde. «L’ha scelto mia madre. Da sempre desidera andare a Orlando, negli Stati Uniti, per visitare Disneyland. Spero tanto che un giorno il suo sogno si avveri».

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