Sulle tracce di Laura Salvai

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Quando gli ho detto che sarei andata a Berrotarán a cercare notizie di una mia prozia, Hernan ha esclamato di slancio: «Ti accompagno». Lui è di origini italiane e l’anno scorso ha viaggiato per le Marche, la terra dei suoi antenati. Ci diamo appuntamento a Manfredi, dove vive, e partiamo con la sua auto. Sono le sette del mattino, i colori dell’alba sono spettacolari. Il sole sorge dietro le case del paese con riflessi gialli e arancioni.

LauraSalvaiZiaPer me che sono nata in Piemonte la provincia di Córdoba ha qualcosa di familiare. Ci sono tante macchine agricole, paesi con grandi silos e campi a perdita d’occhio, con le montagne sullo sfondo. I luoghi assomigliano a quelli in cui sono cresciuta. Qui emigrò la sorella di mio nonno, che si chiamava come me, Laura Salvai, e proveniva da Baudenasca, una frazione di Pinerolo. Tutto ciò che so di lei è contenuto in una lettera del 1951 indirizzata a suo fratello Michele e a sua moglie, i miei nonni paterni. In un italiano misto a castellano, Laura racconta che due mesi prima è stata operata di un tumore alla spalla e che il raccolto del grano è andato male per via della siccità. Allega una fotografia e aggiunge: «Però non vi asustate [spaventate] que è molto brutta, perché i 73 anni non sono molto belli ma basta avere la salute». Nella lettera nomina altri due fratelli in Argentina, Francesco e Caterina, e si firma «vedova Burzio», l’unico indizio sul cognome del marito.

Con questi pochi dati in mano vado con Hernan all’anagrafe di Berrotarán. L’impiegata ha diversi neonati da registrare e non è molto collaborativa. Dopo aver sfogliato i registri di morte fino al 1963 mi dice che della mia prozia non ci sono notizie. Sto quasi per arrendermi, ma è Hernan a insistere: «E se guardassimo qui?» dice, indicando sullo schermo del computer una lista di persone con il cognome Burzio. Così saltano fuori due figlie nate agli inizi del Novecento e già defunte. Dall’elenco telefonico risulta che un uomo con lo stesso cognome vive ancora in paese. «Andiamo a parlargli» dice Hernan.

Troviamo facilmente la casa e suoniamo il campanello. Dal retro esce una donna con un viso tirato. Dice che il marito è nei campi e ci accompagna da una sua cugina, che a sua volta ci manda da Adolfo, uno dei nipoti di Laura Salvai, proprietario di un negozio di tessuti. Da una foto di famiglia che ci mostra scopro che Laura aveva avuto cinque figlie. Adolfo ci consiglia di andare a trovare sua cugina Ilda, che ha abitato per molti anni con la nonna.

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Ilda vive in una casetta con giardino a pochi isolati di distanza. Viene ad aprirci la porta appoggiandosi a un bastone. Ha 86 anni ed è figlia di Maria, la primogenita di Laura, nata nel 1902 a Buriasco, il paese di mia madre, e assomiglia in modo impressionante alle sorelle di mio padre. Mi commuovo pensando a questi intrecci. Hernan se ne accorge e mi sorride.
Ilda racconta che la nonna era morta nel 1972 a 93 anni. Era arrivata in Argentina ai primi del Novecento e si era trasferita dalla figlia Maria verso i sessant’anni, dopo che il marito Domenico Burzio era rimasto ucciso in un incidente di calesse. Prima di arrivare a Berrotarán Laura era emigrata a Wenceslao Escalante, duecento chilometri più a sud, dove si erano stabiliti i suoi fratelli. «Là è pieno di Salvai» dice Ilda.

Hernan, un amico conosciuto tramite la mia pagina FacebookIl sole sta tramontando quando ci rimettiamo in auto per tornare a Manfredi. Il viaggio è stato proficuo, ho scoperto parecchie cose. Hernan mi abbraccia e mi ringrazia per aver condiviso con lui questo momento. Sembra che siamo amici da un secolo, in realtà l’ho conosciuto un mese fa tramite la mia pagina Facebook. Mi aveva scritto il giorno stesso in cui stavo partendo da Torino: «Mi sono emozionato nel leggere del tuo progetto. Io pochi mesi fa ho fatto il percorso inverso: sono partito dall’Argentina per andare nella terra delle mie radici, dove sono nati i miei antenati italiani, ed è stato un sogno, l’avventura più fantastica nella mia vita».

Più tardi, nel bus che mi riporta a Córdoba, penso che in questo scambio di storie è racchiuso il senso del mio viaggio, la ragione vera del mio andare per il mondo.

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