È tardi, vola

Maria Lúcia dice che l’opera che ha appena visto, un’installazione in una stanza completamente buia, le ricorda il periodo della dittatura. Nel 1971, quando aveva una trentina d’anni, è stata imprigionata e torturata per 17 giorni. Dice che non è la cosa peggiore che le è capitata: «Il male più grande non è quello che viene dagli altri, ma da noi stessi».

È brasiliana, Maria Lúcia, e la conosco da meno di cinque minuti. Mi si è avvicinata al MALBA, il museo di arte contemporanea di Buenos Aires, mentre leggevo un pannello dedicato al lavoro di un’artista peruviana. «Ti ho vista e ho pensato che mi sarebbe piaciuto parlare con te» dice ridendo. Parla un misto di castellano e portoghese, ma ci capiamo. Mi racconta che è psicoanalista, vive a Rio de Janeiro e ama scrivere. Quando le dico che sto viaggiando in Sudamerica per presentare il mio romanzo le si illuminano gli occhi. Vuole sapere di cosa parla, dice che vuole leggerlo.

Ha 78 anni, Maria Lúcia, però sembra molto più giovane. Porta un paio di occhiali con la montatura rotonda e scarpe da ginnastica azzurre. Mi chiede di mostrarle il pezzo del museo che mi è piaciuto di più. La porto davanti a un’opera di Margarita Paksa, una scritta con tubi al neon che dice: Es tarde, vuela («È tardi, vola»). Di solito non amo l’arte concettuale, ma questo lavoro mi ha colpito. Mi sembra che contenga un messaggio per me.

«Andiamo a mangiare qualcosa» dice Maria Lúcia. Nei dintorni del museo non ci sono bar. C’è un centro commerciale a un isolato di distanza, un posto anonimo su cui campeggia l’insegna gialla di McDonald, ed è li che finiamo. Il cibo è pessimo, ma non importa. Non la smettiamo di parlare. Maria Lúcia dice che dopo la prigionia ha cominciato a soffrire di una sindrome che le provoca secchezza agli occhi e alla bocca. È sempre così: quando la mente non ce la fa, è il corpo che porta la croce.

Le dico che io ho paura del tempo che passa. Durante questo viaggio ci ho pensato poco, ma adesso che si avvicina il momento del ritorno in Italia mi assale il timore di essere risucchiata dalle preoccupazioni della vita di tutti i giorni. «È tardi, vola» è il messaggio che ripeto a me stessa. Maria Lúcia sorride: «Scusa se mi permetto un’osservazione così personale, ma mi sembri nel pieno di una rinascita».

Sulle scale mobili mi dice che è riuscita a ritrovare la voglia di vivere dopo le torture perché non è stata violentata. Una settimana prima del suo arresto aveva fatto molto scalpore il caso di una suora che era stata torturata e violentata, e la giunta militare aveva proibito agli aguzzini di stuprare i prigionieri. «Quella donna mi ha salvato, voglio scoprire chi è» dice Maria Lúcia.

Poco dopo mi dà un passaggio sul suo taxi e mi lascia di fronte alla stazione di Belgano C. «Rivediamoci presto» dice. Scendo stringendo nel palmo della mano un foglietto con un indirizzo email e un invito a Rio de Janeiro.

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