Il bilancio delle paure

OLYMPUS DIGITAL CAMERAPrima di partire avevo pubblicato su questo blog un piccolo inventario delle mie paure. Ne avevo individuate dieci. E adesso, alla fine dell’esperienza, è arrivato il momento di fare un bilancio. Vediamole.

1. Soffrirò il freddo?

Ho viaggiato nel pieno dell’inverno sudamericano e sono stata fortunata: nell’Argentina centrale, in Bolivia e in Perù quest’anno non ha fatto particolarmente freddo. Il cielo era sempre azzurro. Durante il giorno faceva talmente caldo che ho dovuto comprarmi un cappello per proteggermi dal sole. A Cusco non si poteva stare per strada a testa scoperta. Lì ho capito perché le donne peruviane portano la bombetta.
Ho sofferto il freddo nel deserto cileno e sugli altipiani boliviani, soprattutto di notte, quando la temperatura scendeva sotto zero. Negli ostelli non c’era il riscaldamento. Ci si ficcava a letto alle otto di sera, sotto una decina di coperte, perché era impossibile stare alzati con quel gelo. E per lavarsi solo acqua fredda. Non ci si lavava. Punto.

2. L’altitudine sarà pericolosa?

Ho patito l’altitudine solo una volta, sull’altopiano di Los Lípez in Bolivia, a 5000 metri di quota. Mi sentivo stanchissima e non riuscivo a stare in piedi. Le foglie di coca mi hanno salvata. In seguito mi sono trovata spesso tra i 3000 e i 4000 metri, ma non ho mai avuto problemi.
Da una decina d’anni soffro di pressione alta e il mio cardiologo non era tanto contento che facessi questo viaggio, ma il mio medico della mutua aveva sdrammatizzato: «Con qualche foglia di coca va tutto a posto». Non è per niente allarmista, per questo mi piace. Prima di partire gli avevo chiesto: «Ha qualche consiglio da darmi?». E lui: «Si diverta».
Ieri sono andata a trovarlo e insieme abbiamo deciso di sospendere i farmaci per un po’ e di vedere come va. La mia pressione sembra tornata normale. I viaggi sono terapeutici.

3. Dimagrirò troppo?

A fine giugno ho perso cinque chili a causa di un’infezione alimentare contratta in Bolivia, ma li ho recuperati quasi tutti a Buenos Aires, alla fine del mio viaggio, quando ero ospite di amici e potevo mangiare regolarmente.
Viaggiare a lungo fa dimagrire, perché a volte ci si ammala, si saltano i pasti o si mangia troppo poco: un colombiano che era in giro da due anni mi ha detto che aveva perso 15 chili.

4. Mi farò derubare strada facendo?

In quattro mesi di viaggio non mi sono mai sentita in pericolo e non sono mai stata derubata. Vabbè, a parte quella volta che mi hanno portato via le scarpe. È successo in un ostello di Valparaíso, in Cile. Le avevo lasciate fuori nel corridoio e nella notte sono sparite. È il massimo del crimine che ho sperimentato in Sudamerica.
Ho sentito storie di viaggiatori derubati coltello alla mano per strada, in pieno giorno, in mezzo alla folla. A un amico argentino avevano portato via tutto, compresi i documenti. Si trovava a Lima e aveva dovuto rivolgersi al consolato per tornare a casa. Ma rispetto al numero di viaggiatori i furti sono pochi. Il mio motto è «con cuidado, pero sin miedo», cioè «attenta, ma senza paura», perché la paura uccide il piacere del viaggio.

5. Perderò qualcosa strada facendo?

Ebbene sì, sono una di quelle persone che perdono tutto. Le mie amiche mi prendono in giro per questo, ma nel corso di questo viaggio non ho perso nulla: ho riportato indietro persino le matite.

6. Il mio romanzo interesserà a qualcuno dall’altra parte del mondo?

Ho fatto dieci presentazioni di Per un’ora di nuoto tra Argentina e Uruguay e sono stata accolta ovunque con molto affetto. L’amore per l’Italia e per la nostra lingua è incredibile. Ci sono scuole d’italiano dappertutto, persino nei centri più piccoli. Spesso a invitarmi erano le associazioni Dante Alighieri, che offrono corsi per adulti.
Il romanzo è piaciuto: il pubblico alle presentazioni rideva e alla fine comprava il libro. Ancora adesso i lettori mi scrivono per dire che si sono divertiti. È bello sapere che la mia storia, ambientata in un paesino del Piemonte, risuona a 15.000 chilometri di distanza.

7. Riuscirò a rendere onore a tutti coloro che mi hanno scritto dal Sudamerica, invitandomi e incoraggiandomi con inaspettato calore?

Ho risposto a tutti quelli che mi hanno scritto e ho cercato di incontrare tutti quelli che me l’hanno chiesto. Lo scambio mi ha arricchita. Adesso ho molti amici in quella parte del mondo, un dono preziosissimo.

8. Riuscirò a capire come funziona il cambio della valuta a Buenos Aires?

Non ci ho capito molto, ma ho trovato diverse persone che mi hanno aiutata. Purtroppo non conviene prelevare soldi al bancomat: il cambio ufficiale è molto svantaggioso. Tutti quelli che arrivano dall’estero si portano euro o dollari e li cambiano sul circuito informale, il cosiddetto “cambio blu”.

9. La compagnia aerea riuscirà a non perdere il mio zaino?

Lo zaino è arrivato a destinazione. Il problema con Lufthansa è stato che ho rischiato di non partire, perché in teoria eDreams non avrebbe dovuto vendermi un biglietto con il ritorno dopo quattro mesi. Il massimo consentito dalla legge sull’immigrazione è di 90 giorni. Per riuscire a partire (e tornare) nei tempi previsti ho dovuto spostare due volte la data del ritorno e pagare ogni volta una multa di 130 dollari (sgrunt!)

10. Riuscirò a tornare a Buenos Aires in tempo per prendere il volo di ritorno?

Sono tornata addirittura in anticipo e ho potuto passare ancora venti giorni in quella città che amo.

E infine…

Forse per un’inconscia scaramanzia, nel mio elenco non avevo incluso la paura di ammalarmi, ed è stata dura quando mi è successo. Ero su un’isola in mezzo al lago Titicaca e stavo malissimo per un’infezione alimentare. Ho avuto paura di morire. Quando finalmente ho trovato la forza di tornare sulla terraferma e di andare in ospedale ero terribilmente disidratata. Lì mi hanno curata. E il giorno dopo ho ripreso a viaggiare.

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