Che te ne fai della tenda?

«Che te ne fai della tenda?» mi ha chiesto Mario sabato scorso, mentre scaricavo lo zaino dal bagagliaio del bus. Ho risposto che volevo fermarmi cinque o sei giorni in campeggio dopo la presentazione del libro. Sapevo che mi avrebbe ospitata nel suo albergo, ma non volevo approfittarne. Si è messo a ridere: «Ma dove vuoi andare?».

A Trebisacce Mario ha un albergo di fronte al mare che porta il suo cognome, Stellato. Nella mia stanza gli asciugamani bianchi, perfettamente stirati, vengono cambiati ogni giorno. Dalla finestra vedo il molo e le barche colorate sulla spiaggia di ciottoli. La presentazione del libro è stata sabato, ma io sono ancora qui.

Questa zona, l’Alto Jonio cosentino, è un pezzo di Magna Grecia. Le popolazioni locali, gli enotri, abitavano i villaggi sulle colline fin dall’età del Bronzo. Poi arrivarono i greci, i romani, gli svevi, i normanni, gli angioni e gli aragonesi, e tutti hanno lasciato tracce del loro passaggio. Per rendersene conto basta visitare il museo archeologico di Sibari con i suoi tesori antichi o il castello di Rocca Imperiale che risale all’epoca di Federico II.

C’è davvero tanto da vedere. E a me non capita tutti i giorni di andare in Calabria. Per questo mi ero portata la tenda: pensavo di fermarmi in campeggio e di visitare i paesi dell’Alto Jonio con i mezzi locali. Invece la tenda è rimasta in albergo, arrotolata nella sua custodia blu, e a portarmi in giro per musei, castelli e paesi-presepe arroccati sulla cima delle colline sono stati gli amici conosciuti qui. Penso a Nicola e a Mimma, che ogni giorno mi hanno proposto una gita diversa. A Rossella, archeologa, che mi ha illustrato i reperti del museo di Amendolara. A Franca, che mi ha accompagnata a Sibari e mi ha invitata a pranzo per farmi assaggiare i rascatilli con la mollica preparati da sua madre. Ad Antonio, che mi ha fatto conoscere la musica tradizionale locale.

Nel mio romanzo avevo parlato di Trebisacce senza averla mai vista. Ora torno a casa più ricca, perché tutti quelli che ho incontrato mi hanno permesso di conoscere questo angolo di Calabria e me l’hanno fatto amare. I luoghi, una volta che ci vai, diventano persone.

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