Non dite a mia madre che ho la partita Iva

Proprio oggi, mentre frugavo in un mucchio di documenti che non ricordavo neppure più di avere, mi è capitata fra le mani una busta che mia madre mi aveva consegnato circa trent’anni fa. Con la sua calligrafia grande e chiara aveva scritto: «Foglio assegni Laura da conservare con cura». Nella parte superiore ci sono alcune parole cancellate, «gruppo 1» e «busta n. 2», segno che si trattava di una busta riciclata, forse da una caccia al tesoro. Pur avendo sei figli, mia madre partecipava alla vita del paese organizzando di continuo attività per i ragazzi. Ed era una di quelle donne che non buttano mai niente.

Dentro la busta ci sono i cedolini relativi ad alcune supplenze che avevo fatto all’inizio degli anni Ottanta. Mia madre li aveva tenuti da parte con l’idea che mi sarebbero serviti per la pensione. Ce lo ripeteva continuamente: per prima cosa, fin dal colloquio di lavoro, occorreva accertarsi che il «padrone» avesse intenzione di versare i contributi. Di fronte a qualsiasi proposta occupazionale la sua domanda era sempre la stessa: «E i libret d’la pensiun?». La pensione era per lei una conquista sociale importantissima, forse la più importante del dopoguerra.

I suoi racconti d’infanzia sembravano usciti da un libro di Dickens. Da bambina passava le sere d’inverno con la sua famiglia nella stalla, l’unico posto caldo della casa. A volte un vecchio bussava alla porta per chiedere un piatto di minestra e un posto per dormire la notte. Quegli uomini soli e poverissimi si trascinavano da una cascina all’altra, sporchi e coperti di pidocchi, nella speranza che qualcuno li accogliesse. Non avevano altro modo per sopravvivere. Il sistema pensionistico, pur con tutti i suoi difetti, era stato la soluzione.

Nei primi anni Novanta mia madre si scandalizzava per la diffusione dei lavori precari. Se i «padroni» pagavano contributi così bassi – si chiedeva – come avrebbero fatto tutti quei giovani ad avere in futuro una pensione? Io, che lavoravo nell’editoria, avevo perso l’unico posto fisso della mia vita nel 1992 ed ero diventata un co.co.co., perdendo tutte le tutele che a lei sembravano irrinunciabili: la mutua in caso di malattia, la maternità, la tredicesima e la pensione.

Mia madre è morta nel 1997 e non ha fatto in tempo a vedere i cambiamenti portati dalla legge Biagi, entrata in vigore nel 2003, che ha creato i co.co.pro. in nome della cosiddetta «flessibilità del mercato del lavoro». Ma non si era ancora toccato il fondo, e infatti nel 2013 è arrivata la riforma Fornero, che ha abolito i co.co.pro. e ha costretto tutti i precari ad aprire la partita Iva. Così adesso, a fronte di compensi ridicoli, bisogna pure pagare il commercialista e l’anticipo delle imposte.

La busta con i cedolini della pensione è lì a ricordarmi che c’è stato un tempo, in questa parte del mondo, in cui c’era lavoro e c’erano più tutele. A pensarci, fa quasi tenerezza.

 

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2 pensieri su “Non dite a mia madre che ho la partita Iva

  1. Perle di saggezza! Leggendo questi brevi racconti così come anche il tuo libro, sono piacevolmente colpito da questo attingere dalla tua vita vissuta e mi rendo conto dell’infinita’ di storie che tu potrai ancora raccontare. Bravissima!

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