A Barcellona da mio figlio

Barcell05Quando sono arrivata a Barcellona mio figlio non c’era. Era in Kuwait. Al telefono mi ha detto che l’avevano chiamato all’ultimo momento per un lavoro.
«Che lavoro?» gli ho chiesto. Vive a Barcellona da cinque anni e non so mai che lavoro fa. Ne ha cambiati tanti. A volte ne ha due insieme.
E insomma, gli ho chiesto: «Che lavoro?».
Mi ha risposto, ma non ho capito. Lo stavo chiamando con Skype e la linea era disturbatissima. In più, era in strada e stava passando accanto a un cantiere. Si sentiva il rumore di un martello pneumatico.

Barcell02E così sabato sera sono arrivata a Barcellona e Simone non c’era. Ad aspettarmi in plaça d’Espanya è venuta la sua fidanzata. A casa i cani, due colossi neri di razza indefinita, mi si sono buttati addosso con entusiasmo, come se si ricordassero di me. I gatti mi fissavano da sopra le mensole con i loro occhioni verdi.

Barcell03Il mio letto è nel laboratorio, tra gli attrezzi che Simone usa per costruire le barche. Il suo sogno è diventare maestro d’ascia. Nel frattempo progetta e realizza mobili per negozi e clienti privati. C’è un buon odore di legno qui dentro, e il balcone si affaccia su Mercat Nou, il mercato coperto ottocentesco del quartiere Sants. Per strada l’uomo della lotteria grida a intermittenza: «La suerte para hoy! La suerte para hoy!». La fortuna per oggi.

La fidanzata di mio figlio è uruguaiana, di Montevideo. Ha i capelli lunghi e un viso bellissimo. La notte del sabato stiamo alzate a chiacchierare fino a tardi. La domenica andiamo in treno a Blanes, sulla costa, a pranzo dagli zii, una coppia sui sessant’anni che ha avuto per molto tempo una panetteria ad Asunción, in Paraguay. In un modo o nell’altro, il Sudamerica ricompare nella mia vita.

Simone torna dal Kuwait il lunedì verso l’ora di cena. Entra in casa con lo zaino in spalla, alto e forte, e per la gioia di rivederlo i cani spiccano salti fino al soffitto.

Il martedì io e Simone ci prendiamo la giornata per noi. Andiamo a piedi sul Montjuic in cerca di un po’ di verde. Parliamo senza sosta, riannodando i fili dei discorsi rimasti in sospeso. È un anno esatto che non ci vediamo. In mezzo ci sono stati lutti, viaggi, lavori persi, momenti di difficoltà, lavori ritrovati. Simone ha un lavoro a chiamata per una ditta che monta strutture per eventi. È andato in Kuwait per allestire un’esposizione per la Jaguar. All’inizio del mese l’avevano mandato ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi.
Ecco, adesso so che lavoro fa.

Alle quattro del pomeriggio ci ritroviamo tutti e tre in un bar cinese per mangiare qualcosa. C’è il sole, la temperatura è mite. Seduti all’aperto, guardiamo i bambini che giocano per strada. Domani ho il volo per Torino. Ci godiamo questo momento insieme prima di separarci di nuovo, chissà per quanto tempo. Sul muro di fronte c’è un cartello con il nome della strada, Carrer del Miracle, via del miracolo, e io mi auguro che ci porti fortuna.

 

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