Hernan e la neve

P1060998A fine novembre Hernan mi aveva chiamata per dirmi che voleva passare il Natale in Italia. Un Natale con la neve. Stava già mettendo da parte i soldi per il biglietto. Non avevo avuto il coraggio di spiegargli che certi anni qui a Torino non nevica per niente. Mi spiaceva dargli quella delusione.

A Manfredi, nella pampa argentina, era ormai estate. Hernan mi parlava su Skype in maniche corte, con la luce del pomeriggio che inondava la stanza, e a me sembrava di essere ancora lì con la sua famiglia, a mangiare il matambre alla griglia intorno al tavolo rotondo della sala da pranzo. Ero passata da casa sua in agosto, alla fine del mio viaggio in Sudamerica. Era stato Hernan a invitarmi: aveva letto il mio blog e mi aveva scritto per dirmi che voleva conoscermi. Era appena tornato da un viaggio nelle Marche, la regione di origine dei suoi nonni, e il suo amore per l’Italia era incontenibile. Aveva studiato italiano per tre anni e lo parlava così bene che spesso mi dimenticavo di trattarlo con il riguardo che si deve agli stranieri.
«Qui è già inverno. Siamo tutti imbaccuccati».
«Che significa?»
«Cosa?»
«Imbacucati».

Il 21 dicembre Hernan è arrivato a Torino. Ero d’accordo con la mia coinquilina che l’avremmo ospitato a casa nostra, sul divano del soggiorno. Ogni mattina andavo alla finestra con la segreta speranza che nevicasse, ma Natale e Capodanno sono passati senza che cadesse neppure un fiocco.
Il cielo di Torino era grigio di smog, ma Hernan era contento lo stesso. Ha visitato il Museo dell’Automobile, è andato a Milano a vedere il duomo, ha preparato il mate, ha fatto il pane, ha cucinato più volte le milanesas, ha molato i coltelli e mi ha riparato la macchina da cucire che era rotta da mesi. Un pomeriggio l’ha smontata tutta e ha scoperto che occorreva cambiare un pezzo del motore. Siamo andati a cercarlo da un ricambista, forse l’unico rimasto a Torino. I gestori, una coppia sui settant’anni, ci hanno guardati con sospetto: come avevamo osato smontare una macchina da cucire così a cuor leggero, senza essere del mestiere?
P1060991Il vecchio aveva quel modo di fare un po’ burbero tipico dei piemontesi. Non voleva darlo a vedere, ma amava il suo lavoro e alla fine ci ha spiegato come cambiare il pezzo. Prima di uscire Hernan gli ha porto la mano: «Io sono Hernan. Lei come si chiama?».
L’uomo era spiazzato da tanta cordialità. «Nevio…» ha detto con voce esitante.
Non ci potevo credere: aspettavamo da giorni che nevicasse, e quel ricambista aveva la neve nel nome.

P1060999Il giorno dell’Epifania c’era il sole e siamo andati alla Sacra di San Michele, un’abbazia spettacolare arroccata su uno spuntone all’imbocco della Valle di Susa. Hernan guidava sulla strada che saliva di quota, un tornante dopo l’altro, sopra i laghi di Avigliana. La montagna era gialla e ocra, i colori dell’erba secca e degli alberi spogli. Poi, dopo una curva, il paesaggio è cambiato di colpo: la strada, gli alberi e i muretti di pietra erano coperti da dieci centimetri di neve. Era nevicato il giorno prima e il sole aveva sciolto ogni traccia, ma in quel tratto in ombra, freddo come la Siberia, tutto era rimasto intatto. Sembrava un dono per Hernan, e forse lo era, a giudicare da quant’era contento.

P1060997Mi è tornata in mente la storia di Teresa di Lisieux, una monaca francese di fine Ottocento che desiderava tanto che nevicasse il giorno della sua vestizione. Era l’inizio di maggio, una stagione improbabile, ma nevicò veramente. Lo racconta lei stessa nella sua autobiografia, Storia di un’anima: «Il cortile era bianco come me». E conclude: «Niente mancò, niente, nemmeno la neve».

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