A mio padre, in memoria

P5193969bisUn anno fa, la mattina del 27 gennaio 2015, mio padre si è svegliato per l’ultima volta nella sua casa di Piscina. Era martedì, e io dovevo andare da lui subito dopo pranzo. La domenica si era sentito male e le mie sorelle si erano alternate nei giorni precedenti per stargli accanto. I sintomi sembravano quelli di una banale influenza.

Alle due del pomeriggio, mentre aspettavo il treno alla stazione di Porta Susa a Torino, mi è squillato il cellulare. Era Paola, la mia sorella minore. Agitatissima, con le lacrime nella voce, mi ha detto che mio padre aveva avuto un infarto. I medici dell’ambulanza avevano tentato di rianimarlo, ma non c’era stato più niente da fare.

Più niente da fare. Più niente da fare. Più niente da fare. Sul treno quella frase mi rimbombava nella testa, nel vuoto di pensieri più totale. Non riuscivo a credere che non l’avrei più trovato al tavolo della cucina con gli occhiali sul naso e un libro in mano, che non l’avrei più sentito lamentarsi della stanchezza, del fiato corto e dell’inverno che non finiva mai, che non sarei più stata in silenzio davanti a lui cercando qualcosa da dire per animare la conversazione.

Mio padre si chiamava Domenico, aveva 88 anni, aveva messo al mondo 6 figli, aveva lavorato alla Fiat per 35 anni, era rimasto vedovo nel 1997, era stato operato di cuore nel 2006 e da allora prendeva 2 pastiglie 3 volte al giorno. Quand’era più giovane amava andare al cinema e camminare in montagna, ma aveva sempre avuto poco tempo per le sue passioni: lavorava moltissimo per mantenerci tutti. Dopo il turno in fabbrica andava a imbiancare un appartamento o a riparare un lavandino. Da pensionato, dopo la morte di mia madre, aveva cominciato a occuparsi dell’orto. In primavera e in estate era inutile telefonargli o cercarlo in casa: era sempre là, fra le file di pomodori e gli alberi di pesco, a lottare contro gli afidi e la peronospora.

D’inverno si annoiava. L’unica attività che lo distraeva era la lettura e noi cercavamo di non lasciarlo mai senza libri. Con i miei cinque fratelli era tutto uno scambio di sms.
«Papà ha finito Millennium».
«Tutta la trilogia? Di già?»
«Pare di sì».
«Gliel’ho portata solo una settimana fa».
«Eh, gli è piaciuta».
«Ho un libro di Wilbur Smith, andrà bene?»
«No, Smith non gli piace, dice che non sa di niente».
«Marco Corona?»
«Uhm…»
«Ken Follett? Il romanzo sui minatori del Galles?».
«Credo che l’abbia già letto».

Anche se divorava libri per passare il tempo, mio padre pensava sempre all’orto. Negli ultimi tempi non riusciva più a occuparsene e aveva ceduto gran parte dello spazio coltivabile a un energico carpentiere calabrese che piantava file e file di pomodori. Mio padre ne era un po’ geloso, ma lo accettava perché nella sua visione la terra non poteva restare incolta.

papaLowIn un video che ho girato poche settimane prima che morisse lo si vede seduto a tavola, taciturno come al solito, mentre respira a fatica e guarda davanti a sé con aria stanca. Dopo molti minuti di silenzio se ne esce con questo breve monologo in dialetto: «Eh, l’orto… Se ce la faccio metterò ancora due o tre piante di pomodori e nient’altro. Meno male che c’è il calabrese che tiene pulito, se no… Eh, quel terreno là davanti per me, ormai…».

La profezia contenuta in quei puntini di sospensione si era avverata il 27 gennaio, giorno della Memoria, e oggi, a un anno di distanza, il ricordo di mio padre si sovrappone con delicatezza al ricordo delle vittime della Shoah. Perché Domenico Salvai era capace di condividere il suo orto, figuriamoci una ricorrenza.

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