Perché non sono (ancora) partita

P2130847Due stagioni fa, alla fine dell’estate, ero tornata dal mio viaggio in Sudamerica con l’idea di riprendere le fila della mia vita. I quattro mesi on the road erano stati esaltanti, ma negli ultimi giorni a Buenos Aires avevo pensato al futuro con un’ansia crescente. Che cosa avrei fatto una volta rientrata a Torino? Avevo una casa in affitto, una coinquilina, molti amici, ma ero senza lavoro e dovevo ricominciare tutto da capo.

Un’amica mi aveva invitata a passare un po’ di tempo a casa sua a Montevideo, in Uruguay, ma prima di accettare la sua proposta volevo esplorare quali possibilità mi restavano in Italia. I miei figli vivono l’una a Parigi e l’altro a Barcellona, e mi spaventava l’idea di trasferirmi dall’altra parte del mondo, lontanissima da loro. Anche se ci vediamo poco, mi conforta sapere che ci troviamo a un’ora e mezza di aereo l’uno dall’altra.

La domanda più pressante era come mi sarei guadagnata da vivere in Italia. Tutti gli editori con cui avevo collaborato in passato erano in crisi e non potevano più garantirmi un contratto. Restavano soltanto i lavori a chiamata, una sorta di bracciantato intellettuale che mi avrebbe esposta alla precarietà più assoluta. Anche se le prospettive erano scoraggianti, ho deciso di darmi tempo fino a Natale per capire se l’editoria era ancora in grado di offrirmi qualcosa. Ho sparso la voce fra i miei contatti e le proposte hanno cominciato ad arrivare. Purtroppo, però, erano inaccettabili. Le tariffe erano scese così tanto che molto spesso, dopo aver valutato un lavoro, mi vedevo costretta a rifiutarlo: una volta versate le tasse e i contributi non mi sarebbe rimasto quasi nulla. I miei trent’anni d’esperienza valevano meno di zero. Che senso aveva passare tante ore al giorno davanti al computer, in totale solitudine, se non riuscivo neppure a sopravvivere?

Insieme all’incertezza lavorativa aumentava il caos interiore. Mi muovevo alla cieca, freneticamente, come la pallina di un flipper. A metà ottobre, in un momento di disperazione, ho comprato un biglietto per Buenos Aires con partenza il 3 gennaio. Volevo avere un piano B nel caso in cui, come sembrava probabile, il piano A non avesse funzionato.

A fine novembre, per non soccombere, ho cominciato a vedere uno psicologo. Le difficoltà esterne avevano fatto emergere i nodi irrisolti della mia vita: la tendenza alla depressione, l’aggressività verso me stessa, la sfiducia nelle mie capacità, l’autoboicottaggio, la mancanza di motivazione. Non sapevo più cosa desideravo né dove volevo andare. Stentavo a credere di essere la stessa persona che aveva viaggiato con lo zaino in spalla sotto il cielo delle Ande. Non scrivevo più, non avevo niente da dire.

Il 23 dicembre ho consegnato l’ultimo lavoro dell’anno. Un grande editore mi aveva affidato l’editing di una traduzione dall’inglese al prezzo di 2,5 euro lordi a pagina, prendere o lasciare. Il mio guadagno netto era stato di 4 euro all’ora. Era stata la goccia finale. Il mio volo per Buenos Aires partiva il 3 gennaio ed ero stufa marcia di tutto: dei compensi da fame, della precarietà, dell’inverno, della recessione. Che cosa mi tratteneva ancora in Italia? In casa c’era Hernan, un caro amico arrivato dall’Argentina, e mia figlia che era venuta a trovarmi per Natale. Non la vedevo dall’inizio di settembre e volevo stare un po’ con lei.

In quei giorni sospesi tra la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo ho cominciato a desiderare di trovare un lavoro completamente diverso da quello che avevo sempre fatto. Un lavoro qualunque, che mi consentisse di uscire di casa il mattino, di stare in mezzo agli altri e di viaggiare per due-tre mesi all’anno. Ecco, forse era questo ciò che volevo.

Il 3 gennaio non sono partita: nel momento in cui il mio aereo decollava ero a cena con Hernan e mia figlia. «Sei pentita?» mi hanno chiesto entrambi. Ho risposto di no, ed ero sincera. Prima di andare da qualsiasi parte avevo bisogno di un progetto.

Due settimane più tardi, inaspettatamente, ho trovato lavoro. Il sollievo è stato immediato, come se mi fosse caduto un peso dal cuore. Era un lavoro difficile, completamente nuovo per me e temevo che non mi sarebbe piaciuto, ma possedeva tutte le caratteristiche che avevo sognato, compreso il fatto che mi avrebbe permesso di viaggiare due-tre mesi l’anno.

Siete curiosi di sapere di che cosa si tratta? Ve lo racconterò nel mio prossimo post.

 

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Un pensiero su “Perché non sono (ancora) partita

  1. Tutto ció che desideri veramente, con tanta forza ed energía, ma soprattutto con un obiettivo preciso, avviene! Tantissime volte non sappiamo che cosa desiderare, non sappiamo chi siamo, dove siamo e che cosa vogliamo.
    Auguri, augurissimi per questa tua nuova sfida e un caro ed affettuoso abbraccio
    Laura Moro

    Mi piace

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