Anche questo è un viaggio

none03Mentre spiego alla lavagna come si riproducono le piante, Amrit alza la mano dal fondo dell’aula e racconta che nel suo giardino i peschi sono fioriti. «Sono belli, tutti rosa» dice con gli occhi scintillanti.
È indiano, Amrit, e abita con la sua famiglia in una cascina poco fuori paese. I suoi genitori allevano polli e coltivano frutta e ortaggi. Non so da quanto tempo vivano in Italia, ma Amrit parla e scrive l’italiano perfettamente. È uno dei più bravi della classe, ed è orgoglioso delle sue piante e dei suoi animali. Quando mi incontra in corridoio mi ferma per parlarmi dei pulcini, del frutteto, dei fiori che stanno spuntando nelle aiuole.

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Da oltre un mese lavoro come supplente in questa scuola elementare della seconda cintura torinese, un paese di fabbriche con i tetti a zig-zag e le torri dell’acqua che svettano come funghi giganti in mezzo ai pioppeti. Per le strade si respira un’aria di abbandono. Gli stabilimenti che un tempo davano lavoro a migliaia di operai sono vuoti e hanno i vetri rotti. La produzione si è spostata altrove, nell’Est europeo o in Cina.
In classe i bambini hanno cognomi piemontesi, calabresi, cinesi, rumeni e marocchini: uno spaccato delle vecchie e nuove migrazioni. I più numerosi sono i calabresi, nipoti degli immigrati arrivati al Nord negli anni del boom industriale, quando in queste zone c’era lavoro per tutti. Sembrano secoli fa. Amrit è l’unico indiano, e a quanto ne so, la sua famiglia è l’unica che lavora la campagna. La cascina in cui vive era stata abbandonata quando i contadini lasciavano i campi per entrare in fabbrica.

Io mi trovo qui per una serie di coincidenze improbabili. Anche se ho un diploma magistrale e una laurea in Lettere, non ho mai pensato di fare l’insegnante. Per trent’anni, finché ne è valsa la pena, ho lavorato come freelance nell’editoria. Alla fine del 2015, stanca della precarietà e dei compensi troppo bassi, ho cominciato a guardarmi intorno e ho scoperto che nelle scuole elementari della provincia mancavano i supplenti. Un lunedì di gennaio ho mandato una cinquantina di domande direttamente alle scuole e il martedì sono stata letteralmente subissata di telefonate. «Siamo disperati», mi dicevano gli addetti alla segreteria, implorandomi di accettare. Non c’era che l’imbarazzo della scelta, ed è stato gratificante sentire che tutti mi volevano.

Prima sono andata in una materna di Chivasso, poi in una scuola elementare della periferia Sud di Torino. La mensa era ottima, il giovedì c’era la minestra di verdura con il farro. Mi piaceva sedermi a tavola con i bambini e ascoltarli chiacchierare.
«Mia nonna in Sicilia ha una casa con quattro balconi»
«La mia in Romania ha una casa con diciotto balconi».
«Mia nonna ha pure un terrazzo».
«La mia ha nove terrazzi e centoventi stanze».
Ai primi di febbraio mi era toccato fare le verifiche di matematica per la fine del quadrimestre. Matteo, orfano di madre da un anno, dopo mezz’ora non aveva ancora cominciato.
«Che c’è? Perché non scrivi?» gli avevo chiesto.
Mi aveva sorriso, stiracchiandosi sul banco: «Voglio tornare all’asilo».
«Anch’io» avevo detto.

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Sono contenta di lavorare, ma sto trovando duro. Devo imparare a farmi rispettare, a coinvolgere la classe, a non lasciare indietro nessuno. Se tutti fossero come Amrit sarebbe facile, ma in ogni classe ci sono bambini che mi mettono in difficoltà perché a casa sono abbandonati a loro stessi, o hanno i genitori disoccupati, o vivono in situazioni familiari disastrose.
Leonardo, per esempio, abita con i suoi genitori e tre fratelli in una casa di quaranta metri quadri. A scuola passa il tempo a ridurre a brandelli le gomme e a tirare rigacce sui quaderni.
«Che ti succede, Leo?»
«Sono arrabbiato! Arrabbiato!»
«Perché?»
«Stanotte non ho dormito. Il mio fratellino appena nato piangeva. E poi ho paura»
«Di cosa?»
«Che mia madre faccia un altro figlio»

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Entrare in classe al mattino è come calarsi nella fossa dei leoni. Per farmi coraggio, prima di andare a scuola mi fermo in un bar per leggere il giornale e prendere un caffè. E se mi consolo pensando al viaggio che farò nelle vacanze estive (Vietnam e Laos? Ecuador e Colombia?), cerco anche di rispondere in modo creativo ai bisogni dei bambini e alle sfide che sono costretta ad affrontare ogni giorno.
In fondo anche questo è un viaggio, forse il più difficile che io abbia mai fatto. Al confronto, andare fino in Bolivia con lo zaino in spalla è stato facilissimo.

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5 pensieri su “Anche questo è un viaggio

  1. Grazie per la bellezza delle sue parole e la semplice purezza dei suoi pensieri, nel suo contesto lavorativo con i bambini. Spesso ( troppo spesso), chi fa la sua professione o la mia ( sono un medico) viene tacciato di superficialità, pressapochismo, disinteresse nei confronti del proprio lavoro, e quindi di chi è l’oggetto del proprio lavoro. Spesso, perché molte volte questa immagine corrisponde al vero. Spesso, ma evidentemente non sempre. E, forse, l’esistenza di persone come lei, permette di continuare ad avere fiducia. Sempre

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    • Grazie Monica. Sono all’inizio, sto imparando, ed è dura. I bambini sono i miei maestri: spietati, esigenti, imprevedibili, gioiosi, arrabbiati e veri. Spero di essere all’altezza di questo compito delicatissimo. Grazie per il pensiero, buon lavoro!

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  2. e non hai sentito quello che ha detto in mensa il terzo bimbo a sinistra, quello con gli occhiali e gli occhi castani?
    “la mia prozia ha due terrazzi spaziali a reazione, con uno andiamo sulla luna e con l’altro all’ipercoop”
    : )
    più in generale capisco il senso: per i bambini rispondere in modo creativo è molto più facile che per noi. per esempio ne ho sentito uno di quinta lamentarsi la mattina entrando in classe. diceva: “entrare in classe al mattino è come calarsi nella fossa dei cuccioli”.

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  3. Laura e un piacere leggere tuoi parole, lo faccio sempre que arriba. Grazie ancora un abraccio

    Enviado desde mi Windows Phone ________________________________

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