Il cane del mio psicologo

P3290958tris«Ho capito  perché non ho mai voluto fare l’insegnante» ho detto al mio psicologo non appena sono entrata in studio. La sua cagnetta, un bulldog francese bianco e marroncino, ha emesso un ringhio sommesso dall’angolo sotto la finestra, offesa perché non l’ho salutata. Stava là sulla sua sdraietta  con il muso curvato all’ingiù.
«Buongiorno, Maya» ho farfugliato, e solo allora si è accucciata, pronta ad ascoltare i miei segreti. Mi conosce bene, quasi quanto Fabio, il mio psicologo. Dico «quasi» perché non sempre Maya viene in studio. Avrà altri impegni, non so.

«Bene, cominciamo. Mi parli della sua scoperta» ha detto Fabio, offeso perché l’ho trascurato. Ma no, Fabio non si offende mai. Ha le spalle sufficientemente larghe per sopportare i miei fardelli. Per questo l’ho scelto. È uno psicologo-sherpa. Da diverse sedute lavoriamo sul fatto che mi sono ritrovata a fare la maestra dopo trent’anni di lavoro nell’editoria. Un cambiamento che mi disorienta.

«Non ho mai voluto insegnare perché la classe è lo specchio del mio mondo interiore» ho detto d’un fiato.
Fabio ha annuito: «Questa è una bellissima metafora. Continui».
Non ci riuscivo, avevo un groppo in gola. Ho cominciato a piangere. Fabio mi ha teso un fazzoletto di carta. Ne ha una scatola piena, di quelli pronti all’uso. Io ne consumo parecchi.
«Avanti» ha detto con gentilezza.

Ho preso fiato. Era difficile. «Dentro di me, come in ogni classe, ci sono bambini svegli, intelligenti, creativi, e altri un po’ lenti ma tendenzialmente tranquilli e volenterosi. Poi ci sono un paio di elementi davvero problematici, che assorbono tutta la mia energia e la mia attenzione. Non so come comportarmi con loro, mi fanno sentire incapace».
Dal suo angolo Maya ha lanciato un guaito di empatia.
«Il suo cane mi capisce» ho detto a Fabio.
Lui ha riso. «Mi parli di uno di questi bambini problematici».

Mi è venuto in mente Matteo della III D. A scuola riesce bene, ma è insopportabile. Non la smette un attimo di fare commenti, pernacchie, risatine e battute. Bisogna richiamarlo in continuazione, ma non serve a niente. Dopo pochi minuti ricomincia daccapo. Per i suoi compagni e per me è un vero tormento. Accentra tutta l’attenzione su di sé. So che ha una situazione familiare disastrosa e capisco che ha i suoi motivi per comportarsi così, ma è stancante.
Anche nel mio mondo interiore succede la stessa cosa: le parti più fragili cercano di monopolizzare la scena a scapito delle altre, che pure vorrebbero esprimersi. La scuola mi mette ogni giorno di fronte a questa sfida, e ogni giorno devo trovare un modo per accogliere le difficoltà e il malessere senza farmi travolgere. Ce la faccio, ma mi sembra tremendamente difficile.

Mentre parlo, Maya russa rumorosamente. Deve essersi addormentata sulla sua sdraietta.
«Come si sente?» chiede Fabio.
«Invidio il suo cane».
A fine seduta scopro che Maya dorme acciambellata sulla mia sciarpa, caduta sotto la sedia. Fabio si scusa, cerca di scuotere via i peli. Io dico che non importa e mi avvolgo la sciarpa intorno al collo. È ancora calda, sa di sonno e di cuccia.

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4 pensieri su “Il cane del mio psicologo

  1. anche questo frammento arriva schietto e fresco come la sciarpa calda (il piano tattile riesce spesso a toccarci nel profondo e in fondo non è un ossimoro troppo assurdo: anche il pane caldo è fresco, no?). però non ho mai conosciuto bambini insopportabili: richi-amarli serve a poco, hai ragione, non è tanto questione di rimproveri o d’amore, l’importante sarebbe prestare attenzione al gioco. proprio così, il gioco monopolizza l’esistenza del bambino. l’adulto invece ogni giorno deve trovare un modo per accogliere il gioco e lasciarsi travolgere. eh, mica è facile come per i bambini, però…
    : )

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