Parentele

P3290963trisLe visite a mia zia, suora del Cottolengo, di solito le rimando per mesi. C’è sempre una buona scusa. Se sto bene non ho voglia di andarci per non rovinarmi la giornata. Se sto male preferisco non andarci perché lei riesce a farmi sentire ancora peggio. Una volta, per esempio, ero passata a trovarla poco prima di Natale. Mi ero ritagliata a fatica un paio d’ore nei giorni frenetici a ridosso della consegna di un libro. «Ti trovo bruttina» mi aveva detto per prima cosa, dopo due anni che non ci vedevamo. Ce l’aveva con me perché mi ero separata, una scelta che mi poneva automaticamente fra le anime dannate. «Prego sempre per te» sospirava rigirandosi la corona del rosario fra le mani.

Mia zia è l’unica sorella di mia madre e ha ottantacinque anni. Da oltre cinquanta è infermiera in un reparto del Cottolengo in cui sono ricoverate donne epilettiche con gravi lesioni cerebrali. Molte di loro sono internate da una vita e sono invecchiate con lei. Ormai ne sono rimaste soltanto una decina, quasi tutte in carrozzella. Ogni giorno vanno alzate, lavate, imboccate e coricate. Mia zia è vecchia, gobba, soffre di dolori ai piedi e si stanca facilmente, ma continua a presentarsi in reparto per rendersi utile: frulla i cibi, prepara le medicine, piega i bavaglini, asciuga le posate. Pare che il Cottolengo debba crollare se lei si ferma. Anche per questo non vado volentieri a trovarla: mi tratta sempre come se le facessi perdere tempo.

Oggi però ho deciso che non mi sarei lasciata intimidire. Uscivo da una seduta con Fabio, il mio psicologo, e mi sentivo forte. Ho recitato un mantra buddista, ho inforcato la bicicletta e ho pedalato fino a via San Pietro in Vincoli, una strada deprimente su cui si affacciano solo finestre senza balconi. Il Cottolengo si trova lì, un dedalo di cortili e padiglioni presidiati da statue della Madonna.

Mia zia era su in reparto, intenta ad apparecchiare i tavoli per il pranzo. Se mi fossi sentita più debole mi sarei avvicinata con l’aria di chi chiede scusa per il disturbo, invece sono andata con slancio verso di lei e l’ho abbracciata. «Oh, che sorpresa! Deo gratias!» ha esclamato. Miracolo: sembrava contenta di vedermi.
Ci siamo sedute in una saletta arredata con mobili anonimi e abbiamo parlato delle solite cose: dei parenti, delle consorelle morte, della Divina Provvidenza e della crisi delle vocazioni, un argomento che le sta particolarmente a cuore. Ai suoi tempi, con la miseria che c’era in campagna, le suore non mancavano.

Lei ha preso i voti negli anni Cinquanta. Il suo nome di battesimo è Ada, ma ha scelto di farsi chiamare suor Silvia in onore di mio nonno. C’è qualcosa di lui nel suo modo di guardare, con il mento sollevato e la testa un po’ inclinata. È incredibile come si finisce per assomigliarsi fra parenti con il passare degli anni. «Diventerò come lei, da vecchia?» mi chiedo osservando la sua schiena gobba, le sue palpebre ricadenti, le sue mani nodose solcate di vene azzurre, le sue grandi orecchie che spuntano da sotto il velo.

Seduta accanto alla finestra nella stanza spoglia, mia zia sembra uno di quei personaggi austeri raffigurati dai pittori fiamminghi del Seicento. Le chiedo se posso farle una fotografia, e mi stupisco che accetti senza protestare. Si toglie addirittura il grembiule e si mette in posa. La riprendo un poco dal basso, con le mani in primo piano e i mobili sullo sfondo. Quando guardo la foto mi emoziono: è lei come la vedo io.

Mentre pedalo verso casa mi rallegro per il tesoro che porto con me: un file nella macchina fotografica, uno scatto che mi piace moltissimo. Quasi non mi sembra vero di averglielo strappato. Forse è stato merito di Fabio, il mio psicologo. O forse del mantra buddista che ho recitato per strada. O forse della Divina Provvidenza. Non importa. Oggi è stata una giornata buona, ed è questo che conta.

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3 pensieri su “Parentele

  1. nella prospettiva della foto m’incantano le mani enormi: si vede che è una donna abituata a fare. vivace la scrittura del racconto, con la protagonista particolarmente tridimensionale (si vedono persino le rughette, probabile che stia invecchiando)
    : ))))

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