L’orto liberato di Sants

PaellaStefani si è alzata presto stamattina, anche se è domenica. Oggi c’è la festa dell’orto comunitario del quartiere di Sants e lei si è presa l’impegno di cucinare una paella vegetariana per tutti. Ieri ha fatto un giro al mercato con alcuni amici per ritirare la verdura invenduta che sarebbe finita nella spazzatura. Con quello che ha raccolto – pomodori, melanzane, taccole, carciofi e cetrioli – calcola di riuscire a sfamare una quarantina di persone.  Sotto la sua guida cominciamo a lavare e tagliare le verdure.

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Ieri una ventina di persone si sono mobilitate per riordinare, raccogliere cocci di vetro, pulire e abbellire lo spazio per la festa.  Io mi trovavo fra loro perché sono venuta a trovare mio figlio Simone che abita qui vicino e partecipa a questo progetto. Una donna del quartiere ci ha offerto un albero di ficus del suo giardino. Dopo una breve discussione su come trasportarlo, siamo andati a prenderlo con un carrello del supermercato e lo abbiamo piantato lungo il muro.

OrtoFino a un mese fa questo lotto abbandonato all’incrocio tra Tinent Flomesta e Cáceres era un buco nel tessuto edilizio, una terra di nessuno ricoperta di erbacce, macerie e rifiuti. Gli abitanti del quartiere si lamentavano per la presenza dei ratti. A fine aprile alcuni collettivi del quartiere l’hanno occupato per avviarvi un orto urbano, sul modello di altre esperienze in città. A un mese e mezzo di distanza l’«horta alliberada» è diventato un punto di aggregazione per gli abitanti del quartiere. Chiunque può dare il suo contributo. Ci sono persone di ogni età: da Pepe il giardiniere, che ha una settantina d’anni, a Jamal che ne ha dodici. Le zucchine e i pomodori stanno crescendo bene sotto l’occhio vigile dello spaventapasseri. Tutt’intorno ci sono giochi per bambini e panchine costruiti con legno di scarto.

Mentre la preparazione della festa prosegue, i passanti si fermano a guardare attraverso la rete di recinzione. Leggono i cartelli con il programma della giornata e commentano a bassa voce. C’è chi è contento dell’occupazione e chi scuote la testa rassegnato: «Meglio loro che i ratti».

Nell’angolo adibito a cucina, Stefani sorveglia la cottura della paella. Fra gli invitati ci sono i rappresentanti di altri orti urbani, venuti a raccontare la loro esperienza. Sono storie di resistenza e perseveranza, soprattutto nelle zone centrali prese d’assalto dai turisti, ma qui a Sants si respira l’entusiasmo degli inizi. Simone e Stefani, che vivono insieme a pochi isolati da qui, hanno sognato a lungo uno spazio come questo e ci vengono ogni volta che possono. Come molti dei loro amici, credono nella decrescita e nell’autonomia alimentare. E se anche se l’orto non dovesse produrre verdure per tutti, questo rimane un bel posto per ritrovarsi e sperimentare nuove forme di partecipazione. Se abitassi qui ci verrei, anche solo per stare un po’ all’aperto. Proprio io, che ho sempre giurato che mai e poi mai mi sarei lasciata convincere a lavorare la terra.

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