Mustafa a Lussemburgo

24862_383706020957_1223600_nMentre camminavo con Vivi nel centro di Lussemburgo ho visto un bar che mi ha fatto pensare alla Turchia. Gli oggetti da rigattiere in vetrina, i quadri alle pareti e i divani ricoperti di tappeti mi attiravano in modo irresistibile.
«Ti va di prendere un caffè qui?» ho chiesto.
Ha riso. «Stavo per proportelo io. Facciamo un giro sulla via principale e poi ci fermiamo al ritorno».
Abbiamo passeggiato ancora per qualche isolato. Erano le otto di sera e c’era poco da vedere. I negozi erano chiusi. Quando hai detto che Lussemburgo è carina hai detto tutto. Non è un posto molto interessante. Per contrasto mi è venuto in mente un amico di Istanbul, Mustafa, che ha vissuto qui per molti anni. «Parla cinque o sei lingue, compreso il lussemburghese» ho detto a Vivi.

Nato in una famiglia di commercianti di tappeti della Cappadocia, Mustafa comprava e vendeva oggetti d’arte e di antiquariato. Era capace di saltare sul primo aereo per Budapest nel cuore della notte per accaparrarsi un tappeto del Quattrocento a brandelli visto su una foto sfuocata che un rom gli aveva mandato via email da uno sperduto villaggio ungherese. A volte gli andava bene: quello stesso tappeto l’aveva venduto a Londra per una cifra favolosa. A volte gli andava male: aveva avuto diversi rovesci finanziari e qualche guaio con la giustizia, il che contribuiva ad arricchire il suo repertorio di avventure da Mille una notte. Una volta ero rimasta ad ascoltare le sue storie fino alle quattro del mattino nella sua casa davanti alla moschea della Piccola Santa Sofia a Istanbul. «È un grande narratore, un incantatore di serpenti» ho detto a Vivi in conclusione.

Nel frattempo eravamo arrivate davanti al bar che ci aveva colpite poco prima. All’ingresso ci è venuto incontro un uomo sui quarant’anni in jeans e maglietta nera. «Se preferite posso mettere un tavolino fuori» ha detto in francese.
Mi sono fermata di colpo, impietrita. La somiglianza era incredibile. No, non poteva essere lui.
L’uomo mi ha guardata sorpreso. «Laura Salvia?» ha chiesto, sbagliando come sempre il mio cognome.
«Mustafa Solak!» ho esclamato, gettandomi fra le sue braccia.
Poco dopo, davanti a una tazza di caffè, mi ha raccontato che era tornato a Lussemburgo per gestire quel bar e passare più tempo con i due figli adolescenti che vivevano con la madre. Per un’incredibile coincidenza mi era capitato di incontrarlo all’inizio del mio viaggio verso il Nord Europa.

Ero partita da Torino alle nove del mattino sulla Aygo rossa di Vivi stipata all’inverosimile di scatole e pacchi. Il mio zaino c’era entrato per miracolo. La destinazione era Rotterdam, dove Vivi si è trasferita all’inizio dell’anno. Era stata lei a propormi di fare tappa a Lussemburgo, dove ha alcuni amici con cui avremmo potuto bere qualcosa alla sera. «Per me va bene» avevo detto. Ero convinta che Lussemburgo fosse un posto noioso dove non accade mai niente e dove non conoscevo nessuno. Mi è parso di buon auspicio per il mio viaggio scoprire che mi sbagliavo.

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