Un po’ di Somalia in Danimarca

adar01Adar non sa con esattezza quanti anni ha. All’epoca della sua nascita, nei primi anni Cinquanta, in Somalia non esisteva l’anagrafe. I suoi ricordi d’infanzia però sono molto precisi. Sa che con l’arrivo della pubertà la sua vita è cambiata: ha dovuto smettere di giocare per strada con gli altri bambini; i suoi genitali sono stati mutilati e cuciti con la pratica dell’infibulazione e la sua famiglia l’ha costretta a sposare un uomo che non amava. Verso i quattordici anni ha avuto una figlia, Fowsia, ma non per questo Adar si è rassegnata ad accettare le scelte che altri avevano fatto per lei. Voleva una vita migliore per sé e per Fowsia ed è andata a cercarsela altrove.

P7150105Nel 1973 è venuta in Italia per la prima volta e due anni dopo ci è tornata per stabilirsi a Torino, dove ha cominciato a lavorare come infermiera. In quegli anni segnati dall’attivismo politico Adar lotta a fianco degli operai e delle femministe e si crea una grande cerchia di amici. È una donna bellissima e piena di vita. Sua figlia intanto cresce in Somalia, accudita dai nonni. Adar sogna di farla venire in Italia, ma l’ex marito glielo impedisce.

Nel 1988 arriva per Adar il momento di ricominciare di nuovo daccapo. Torino è una città in crisi e non può più offrirle molto. In Danimarca, ospite di una cugina, comincia a lavorare all’ospedale universitario di Copenaghen. Conosce Henrik e lo sposa nel 1989. Due anni dopo scoppia in Somalia la guerra civile e Adar perde i contatti con la sua famiglia. Dopo mesi di ricerche arriva una lettera: «Mamma, siamo vivi, ci troviamo a casa dei nonni in Somalia». Adar paga un uomo che li porti in auto fino in Etiopia, dove non c’è la guerra. Per andare a recuperare i loro familiari Adar e Henrik vendono la casa e investono tutti i loro averi. Quando finalmente riescono a portarli in salvo, i problemi non sono finiti.

Fowsia ha avuto quattro figli ed è diventata una musulmana osservante. Il conflitto con lei diventa sempre più aspro. Adar si è trovata un lavoro come mediatrice culturale per aiutare i profughi somali che arrivano a migliaia in Danimarca, ma Fowsia non accetta che sua madre viva come un’infedele accanto a un marito protestante. Vorrebbe che si convertisse, che rinnegasse la sua cultura laica ed europea. Nel 2005, con i figli che nel frattempo sono diventati sei, si trasferisce a Londra, dove la comunità somala è più ampia e più radicata. Spera sempre che sua madre si trasformi in una «brava musulmana», ma Adar dice di se stessa: «Alcuni dicono che sono somala, altri italiana, altri ancora danese. Sono tutto insieme, niente escluso».

Adar ha raccontato la sua storia in un libro, La direzione del cuore, che uscirà in autunno con l’editore Neos. In quelle pagine c’è molto di più, e varrà la pena di leggerle quando saranno pubblicate. Io ho conosciuto Adar tre anni fa perché stava cercando un editor e un’amica di Torino le aveva fatto il mio nome. Non avevo potuto accettare il lavoro perché avevo già troppi impegni, ma eravamo rimaste in contatto: ogni tanto Adar mi chiamava su Skype per informarmi sui progressi del libro. Mi invitava sempre a venirla a trovare in Danimarca, e io le rispondevo: «Guarda che prima o poi vengo davvero».

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Ed eccomi qui, nella sua casa in mezzo ai boschi dello Zealand, a poche centinaia di metri dal mare, fra spiagge di sabbia e di sassi dove si cammina per ore senza incontrare nessuno, con i cespugli di rosa canina che crescono ai bordi dei sentieri e le nuvole nel cielo che cambiano forma di continuo.

Al mio arrivo a Copenaghen non sapevo neanche dove abitassero Adar e Henrik: siccome si erano offerti di venirmi a prendere alla stazione dei bus, mi ero dimenticata di chiederglielo. Non sapevo neppure che in Danimarca si usa la corona: ero convinta che ci fosse l’euro. Sto viaggiando con la testa nel sacco e mi lascio sorprendere ogni giorno da ciò che accade. Finora è stato interessante, vediamo come procede.

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