Lavorare in viaggio

Cucina2Ci voleva pure questa. È il mio primo giorno di lavoro e in sala da pranzo c’è un maiale. Si aggira fra i tavoli slittando con gli zoccoli sul pavimento lucido. La mia mente comincia a macinare domande: da dove sarà entrato? e come faccio a cacciarlo via? morderà? Non appena mi avvicino grugnisce con aria minacciosa. Gli ospiti della pensione non sembrano farci caso. Qualcuno gli allunga una fetta di cetriolo.
È un maiale piccolo, di quelli che si cuociono allo spiedo. Anzi, a guardare bene è una scrofa. Ha le mammelle. Comunque sia, non dovrebbe stare in sala da pranzo. Non so come dirlo alla proprietaria della pensione, una donna della mia età molto esigente. È il mio primo giorno di lavoro e ho già un problema.
Eccola che arriva con il bricco del latte. Si chiama Katarzyna.
«Conosci Lola?» mi fa in inglese.
«No. Chi è?».
Indica il maiale.
Non riesco a dire altro che «Oh!».

P7300330bisMi trovo in un villaggio della Polonia dal nome impronunciabile, Błądzikowo, a un’ora e mezza di treno da Danzica. Sono arrivata qui attraverso il sito di Workaway, un’organizzazione internazionale che consente ai viaggiatori di lavorare per alcune ore al giorno presso fattorie, ostelli, ong, case private e piccoli alberghi a gestione familiare in cambio dell’ospitalità. Ci sono offerte da tutto il mondo, ordinate per paese. Per consultarle bisogna registrarsi sul sito e pagare una quota annuale di 23 euro. È caro, ma ne vale la pena. L’inverno scorso, nel pieno di una crisi lavorativa ed esistenziale, sognavo a occhi aperti sul sito di Workaway. Immaginavo di lavorare in un ostello in un villaggio di pescatori in Senegal, di aiutare una famiglia beduina nel deserto della Giordania o di passare qualche settimana in una fattoria in Ecuador per dedicarmi alla permacultura, qualunque cosa fosse. Così, anche se in quel periodo non potevo partire, tenevo accesa la fiammella dei miei sogni.

SpiaggiaLa pensione di Katarzyna, una casa isolata fra i campi di grano, mi aveva attratta non appena avevo cominciato a immaginare il mio viaggio sul Baltico. E ora eccomi qua, a vedere con i miei occhi i paesaggi che avevo ammirato in fotografia. È sempre una conquista passare dalla fantasia alla realtà. Il lavoro mi impegna cinque ore al giorno. Preparo le colazioni, pulisco le camere o cucino per gli altri volontari, a seconda del turno che mi viene assegnato. Nel tempo libero visito i villaggi dei dintorni o cammino lungo la costa. Oltre i campi di grano c’è una striscia di bosco con alberi altissimi che crescono fino al mare: pini, aceri, querce, acacie. La spiaggia è stretta, orlata di cespugli di rosa canina, more e lamponi. È bello, e mi stupisco che non ci sia quasi nessuno. Vanno tutti a Hel, al fondo della penisola di fronte, dove le spiagge sono grandi e sabbiose. In inglese suona buffo: «Everybody goes to Hel», vanno tutti all’inferno.

LolaÈ interessante per me essere qui, anche se il lavoro è tutt’altro che un paradiso. C’è molto da fare. Katarzyna vuole il meglio per i suoi ospiti, ma la vera padrona di casa è Lola, che entra ed esce a suo piacimento, sporcando dove hai appena pulito e divorando tutto ciò che trova. La sua cuccia è sotto il lavello del bagno al pianterreno. Guai a entrarci di notte per sbaglio.
Oggi mi è toccato cucinare per i volontari. Siccome sono italiana, tutti si aspettano che sia un’ottima cuoca. Fra le varie ricette possibili ha vinto a grande richiesta la pasta alla carbonara. Io ci avevo pensato, ma non avevo osato proporla, per riguardo nei confronti del maiale.

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