Perdere cose in viaggio

OlympusLe gru gialle del porto di Klaipeda, sulla costa della Lituania, si stagliavano come giraffe contro il cielo azzurro e a me è venuta voglia di fotografarle. Ho frugato nello zaino cercando la mia Olympus, una piccola fotocamera che mi accompagna in tutti i miei viaggi, ma l’Olympus non c’era. «Calma, guarda bene» mi sono detta. In casi come questo l’ansia mi rende precipitosa. Ho aperto lo zaino e ho tirato fuori tutto: l’agenda, gli occhiali, il Kindle, il portafoglio. Niente, la macchina fotografica non c’era. Il cuore mi si è fermato. Con la mente in subbuglio cercavo di capire dove potevo averla lasciata. Un quarto d’ora prima ce l’avevo in mano. Probabilmente me l’ero appoggiata accanto quando mi ero seduta su una panchina di piazza del Teatro per guardare la cartina e poi, alzandomi, l’avevo dimenticata lì. Dovevo tornare indietro subito.

Mi sono messa a correre sul molo, scansando i turisti. Cinquanta metri dopo ero già ferma: il ponte pedonale girevole era stato aperto per lasciar passare le barche e bisognava aspettare. Fremevo nell’attesa. Sembrava che tutto cospirasse contro di me.
Quando finalmente sono arrivata in piazza del Teatro e sono corsa alla panchina, della macchina fotografica non c’era traccia. Qualcuno di sicuro l’aveva presa. Era assurdo pensare di ritrovarla.

Mentre cercavo di digerire quell’amara verità ho pensato a tutte le foto che avevo scattato in Polonia e che non avevo scaricato. Perse, perse anche quelle! Ero veramente a terra. Ho fatto il giro dei locali intorno alla piazza per chiedere se per caso sapessero qualcosa. I baristi mi guardavano con aria di scherno e scuotevano la testa. E come se non bastasse, all’improvviso ha cominciato a piovere. In pochi minuti ero completamente fradicia.

Mi sono riparata sotto il tendone di un pub irlandese. Da dentro venivano le urla dei tifosi che guardavano le Olimpiadi. Provavo un senso di vuoto e di abbandono. «Ecco, sei sempre la solita» mi sono detta. «Perdi tutto. Quando imparerai a stare più attenta? Dovresti startene a casa. Sei un’idiota». Sapevo che cosa stava accadendo: mi stavo scagliando contro me stessa, un meccanismo che conosco bene. Se non lo avessi fermato, mi avrebbe rovinato la settimana. E io avevo già perso la macchina fotografica, non potevo perdere anche la voglia di viaggiare.

Così ho cercato un locale che mi piacesse, sono entrata, ho ordinato una birra e un piatto di aringhe e me li sono goduti aspettando che smettesse di piovere. Poi sono tornata all’ostello e ho fatto i piani per l’indomani: sarei andata alla polizia per chiedere se qualcuno aveva riportato la mia fotocamera. Sapevo che era quasi impossibile, ma non volevo lasciare niente di intentato.

Il mattino dopo ho camminato fino all’indirizzo indicato su Google Maps, ma al posto della stazione di polizia c’era l’ispettorato dei trasporti. Mentre tornavo indietro sconsolata ho visto sulla via principale il centro di informazioni turistiche. Era aperto. La donna al banco mi ha detto che in città era stato aperto da poco un ufficio oggetti smarriti. Ha cercato il numero, ha chiamato, ha spiegato il mio caso al telefono, si è segnata la mia email su un foglio e mi ha detto che mi avrebbe avvisata se ci fossero state novità. L’ho ringraziata e ho aggiunto in tono di scusa: «La macchina fotografica ha il display incrinato. Non ha un grande valore».
«Ce l’ha per lei» ha detto con un sorriso.

Non credo che ritroverò la mia Olympus, e sono terrorizzata di perdere altre cose importanti. Lo so che può succedere. Per quanto mi sforzi di stare attenta, ogni tanto mi distraggo. Sono sempre stata così, non posso farci niente. C’è stato un momento in cui credevo di essere migliorata: l’anno scorso in Sudamerica non avevo perso nemmeno un calzino. Ma il dio dei viaggiatori esige ogni tanto un tributo per la gioia che ci regala ogni giorno, e se lo prende così, con la forza inesorabile della distrazione. Spero che la prossima volta si accontenti di un paio di mutande.

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