Ubriaco a bordo

UbriacoL’unico africano della Lituania, un nigeriano, stava seduto su una panchina della stazione degli autobus di Klaipeda. Un uomo corpulento si è fermato davanti a lui e l’ha costretto a cedergli il posto. «Guarda un po’ che razzista!» ho pensato, ma ho visto che il nigeriano rideva. L’altro si è lasciato cadere come un sacco sulla panchina. Portava un giubbotto pesante di pelle e uno zainetto nero a tracolla. Un sorvegliante della stazione lo teneva d’occhio da lontano. A un certo punto si è avvicinato e gli ha chiesto qualcosa. L’uomo si è alzato in piedi e ha cominciato a frugare nelle tasche. Barcollava. Sembrava ubriaco o sotto l’effetto di qualche droga. Dopo un po’ tirato fuori un biglietto spiegazzato. Il sorvegliante l’ha esaminato e gli ha indicato la piattaforma di partenza. Così ho capito che l’uomo con il giubbotto di pelle andava a Riga, come me, e avrebbe viaggiato sul mio stesso autobus. Ero in apprensione, ma anche curiosa. Sapevo che mi avrebbe portato una storia.

Il sorvegliante continuava a parlargli con voce paziente: «Marius, Marius» ripeteva. Io, seduta per terra a pochi passi di distanza, drizzavo le orecchie per cogliere qualche parola, come se avessi ricevuto il dono delle lingue e potessi capire il lituano. Marius non apriva bocca: fissava il vuoto davanti a sé con un’ostinazione quasi oltraggiosa.

Nel frattempo era arrivato il nostro mezzo di trasporto, un minibus da venti posti. L’autista, un uomo barbuto sui quarant’anni, era talmente grosso che per passare nella stretta corsia centrale doveva mettersi di profilo. Marius è salito con una sigaretta spenta fra le labbra e ha occupato il primo sedile a sinistra, poi ha borbottato qualcosa ed è sceso per fumare. Il sorvegliante gli ha tolto la sigaretta di bocca e l’ha gettata in mezzo al piazzale. Marius è rimasto immobile con un’aria delusa. Ha preso un’altra sigaretta e l’ha accesa. Voleva telefonare, ma non riusciva a comporre il numero. Per farlo salire a bordo è intervenuto l’autista.

Poi siamo partiti, e a quel punto Marius si è messo comodo: si è tolto le scarpe e ha allungato le gambe sui sedili. Dal mio posto vedevo i suoi piedi tozzi calzati di nero. Viaggiavamo tranquilli, Marius dormiva. Fuori dal finestrino scorrevano paesaggi bucolici: campi di grano, prati verdi, foreste, case di legno, trattori, mucche pezzate e cicogne. Ho ripensato al nigeriano di Klaipeda, non esattamente l’unico africano della Lituania, ma quasi: in tutto il paese sono soltanto duecento. È raro incontrarne uno.

Alla stazione di Šiauliai l’autista ha annunciato una sosta. Gli ho chiesto quanto tempo avevamo.
«Three minutes. Go to toilet!»
«I don’t need…»
«Go! Go! Go to toilet!»
Ho obbedito. Tre minuti dopo ero già di ritorno. Gli altri passeggeri si erano sbrigati pure loro. C’eravamo tutti, tranne Marius. L’autista ha aspettato qualche minuto, poi è sceso a cercarlo. Poco dopo l’ho visto uscire dalla stazione con le mani sui fianchi e un’espressione contrariata. Marius non c’era. Abbiamo aspettato ancora un po’. Niente. L’autista ha parlato al telefono con voce concitata, ripetendo più volte la parola «problema». Alla fine della chiamata ha preso lo zainetto e le scarpe di Marius e li ha consegnati a un addetto alla sicurezza. La ditta dei trasporti aveva emesso il verdetto: non c’era altro tempo da perdere. Solo allora mi sono resa conto che Marius era sceso scalzo dal minibus. Dov’era finito? Perché tardava tanto? Mentre l’autista ingranava la retromarcia, io fissavo le porte automatiche della stazione nella speranza di vederlo tornare.
Il minibus ha girato a sinistra, poi a destra in direzione di Riga. Ormai era sicuro: ce ne stavamo andando senza Marius. Lui era rimasto da qualche parte a Šiauliai, scalzo e smarrito. A bordo era rimasto il suo odore, un misto di fumo e di sudore acre da bevitore.

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