Tagliarsi i capelli in viaggio

Varsavia01Arrivo a Varsavia alle cinque del mattino con l’autobus notturno da Vilnius. Non ho dormito niente, il tizio seduto accanto a me continuava a cascarmi addosso. Piove, la città mi sembra brutta. Vado alla stazione con l’idea di prendere il primo treno per Cracovia, ma al momento di pagare scopro che il biglietto è molto caro. Non ci sarà un treno più economico? La donna allo sportello non capisce l’inglese e si stringe nelle spalle borbottando qualcosa in polacco con aria risentita. Quando fanno così – e nell’Europa dell’Est succede spesso – io mi confondo. Invece di raccogliere altre informazioni, mi convinco che tutti i treni per Cracovia siano carissimi. E decido su due piedi di prendere un autobus.

Dove? Non lo so. Chiedo a un barista, che mi indica un parcheggio dietro il Palazzo della cultura e della scienza, un grattacielo sovietico a forma di torta nuziale. Fuori piove più di prima. E in quella piazza non c’è nessun autobus per Cracovia. Una ragazza consulta il cellulare e mi dice che devo andare con la metropolitana fino a Wilanowska. Corro alla fermata sotto la pioggia battente, ripetendo fra me: «Wilanowska, Wilanowska, Wilanowska». E mi maledico: perché ieri non ho fatto qualche ricerca su internet, invece di passare tutto il tempo a scrivere sul blog?

WilanowskaQuando esco dalla metro mi trovo in un altro spiazzo desolato in mezzo ai palazzoni. Sembra un posto di periferia. Al chiosco dei biglietti scopro che tutti i bus per Cracovia sono al completo. C’è posto solo su quello di mezzogiorno. Fra cinque ore. La donna allo sportello non parla inglese, ma ha capito benissimo che vorrei lasciare i bagagli lì e mi risponde con un secco «nie».

Cinque ore di attesa possono essere eterne, soprattutto se hai uno zaino pesante e non sai come ripararti dalla pioggia. Non c’è una tettoia, non c’è una pensilina, niente. Ma stanno così male a Varsavia?

Mi aggiro con lo zaino da un incrocio all’altro cercando un centro commerciale, un bar, un portico in cui rifugiarmi. Mentre cammino sotto il diluvio noto da lontano l’insegna di un parrucchiere. Si chiama Venus, niente meno. Ecco, potrei andare a tagliarmi i capelli. Ne avrei bisogno. Sono diverse settimane che ci penso, ma non ho mai trovato il tempo. Adesso ho tutto il tempo che voglio. Sarebbe un modo intelligente per passare un paio d’ore all’asciutto.

Quando suono il campanello la titolare del negozio, una donna sui sessant’anni, alza appena lo sguardo dalla rivista. Non sembra che abbia l’intenzione di farmi entrare, ma da una porta laterale sbuca una ragazza con i capelli rosa che mi sorride attraverso la vetrina e apre la porta. Dico che vorrei fare taglio e colore, ma non ho prenotato. «Non c’è problema» risponde, e mi fa cenno di posare lo zaino.

Da quel momento in poi è un paradiso. Poltrona, mantellina, musica di sottofondo, tazza di caffè. Fuori continua a piovere, ma che m’importa? La ragazza con i capelli rosa si prende cura di me. Si chiama Kate, insegna taglio e piega alle apprendiste parrucchiere, le piace molto. Le confesso che la scorsa settimana mi sono spuntata i capelli da sola con le forbicine delle unghie. Kate agita l’indice con aria minacciosa verso la mia immagine allo specchio: «Non farlo mai più». A lei piace cambiare colore. Mi dice che ha provato molte tinte – blu, verde, viola -, ma il rosa è praticamente irreversibile. Ce l’ha da un anno, si è stufata ma non riesce a toglierlo. Prendo mentalmente un appunto: «Il rosa mai».

Kate mi fa lo shampoo e aggiusta il taglio con gesti sicuri. Nel frattempo anche la vecchia titolare si è scongelata un po’. Ogni tanto alza gli occhi dalla rivista e mi osserva con aria incuriosita. Quando mi alzo per pagare mi fa persino un sorriso. Kate mi consiglia un bar con wi-fi in cui posso passare le ore che mi restano. La saluto con calore, è già la mia parrucchiera preferita.

LauraCracoviaIl giorno dopo, a Cracovia, un ragazzo spagnolo mi dice che è arrivato con un comodissimo treno da Varsavia che costava poco più del bus. Non ha dovuto sbattersi fino a Wilanowka e non ha aspettato cinque ore, ma io stranamente non lo invidio. Sarà che ho un nuovo taglio di capelli, sarà che ho conosciuto Kate, ma alla fine quella mezza giornata persa a Varsavia ha trovato un suo senso.

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