Volevo andare in Africa

02falcheraAll’inizio di ottobre avevo deciso di andare in Etiopia. Ero tornata da un mese dal mio viaggio sul Baltico e morivo dalla voglia di ripartire. Lavoro non ce n’era e su Torino aleggiava la cappa nera della recessione economica. I giornali scrivevano che i senzatetto erano aumentati del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Avevo ancora qualche risparmio e non volevo passare l’inverno a deprimermi. Un’amica mi aveva messa in contatto con alcuni suoi conoscenti ad Addis Abeba e io avevo cominciato a sognare i cieli dell’Africa. La mattina del 5 ottobre, mentre confrontavo i prezzi dei biglietti su internet, è squillato il telefono. Era una scuola che mi chiamava per una supplenza.

Da quel giorno ho sempre lavorato, sospinta da una scuola all’altra per coprire i buchi lasciati dall’algoritmo del ministero. In provincia e nelle zone di periferia mancavano moltissimi insegnanti. A fine novembre avevo cambiato già quattro scuole, scalzata ogni volta dall’arrivo degli «aventi diritto» con più punti di me. Quando il balletto delle nomine è finito mi sono ritrovata nell’estrema periferia di Torino, fra l’imbocco dell’autostrada e il campo nomadi. Lì non c’era il rischio che qualcuno mi soffiasse il posto. Non ci voleva andare nessuno.

La scuola sorge nel mezzo di un quartiere di case popolari costruito negli anni Settanta, all’epoca della grande immigrazione dal Sud. La classe, una quinta elementare, è un branco di ragazzini urlanti. Prima di me, diversi supplenti hanno lasciato l’incarico perché non riuscivano a fare lezione. Le maestre che incontro nei corridoi mi salutano con aria contrita, come se mi facessero le condoglianze. «Ah sì, la quinta D» sospirano scuotendo il capo.

La prima lezione è una lotta continua per contenere le urla, l’agitazione e il caos. Maurizio si alza dal suo posto per dare un calcio ad Ahmed. Michael insulta Ramko, che lo atterra storcendogli un braccio. Deborah canta «Andiamo a comandare». Riccardo dice che ha mal di testa. Io sono senza voce e penso che domani non tornerò.

Il giorno dopo, nell’intervallo della mensa, i bambini mi si radunano intorno per supplicarmi di portarli fuori. «Va bene» dico. «Però niente botte, niente sputi e niente parolacce». Esultano e si riversano in cortile sotto i platani spogli. Giocano a calcio, maschi e femmine insieme, e io li osservo da bordo campo. Sono felici. Mi sorridono quando mi passano davanti. Penso con sgomento alle tre ore di lezione che mi attendono e mi chiedo come andrà.

Quando li chiamo per rientrare non protestano. Li guardo mentre sbattono le scarpe sul cemento per staccare il fango dalle suole, come gli ho chiesto di fare. Sono in venti, di sette nazionalità diverse: oltre agli italiani, ai rumeni e ai rom del campo nomadi c’è Douglas, originario del Kenya, Aziz l’egiziano e Ahmed il marocchino. Volevo tanto andare in Africa, ma è stata l’Africa a venire da me.03falchera

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