A Bogotà e oltre

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Ogni volta che arrivo in una grande città che non conosco, la prima sfida è capire come muovermi. Nelle città piccole posso andare a piedi, ma in metropoli di diversi milioni di abitanti come Bogotà devo imparare subito a prendere i mezzi pubblici. Come i bambini che stanno imparando a camminare, comincio a esplorare i dintorni del mio “luogo sicuro”: l’ostello. Cerco di capire dove si trovano le fermate e come funzionano i bus. Ne prendo uno per andare in un posto che mi interessa. Chiedo informazioni ai passanti o agli altri passeggeri tante volte quante mi sembra necessario. La faccia tosta aiuta. Saper parlare spagnolo anche.

A Bogotà la percezione è alterata dal fatto che tutti, anche le persone del posto, dicono che è pericolosa. Ci sono quartieri tranquilli e zone in cui non bisogna andare, soprattutto dal tardo pomeriggio in poi. Ma i confini di queste zone a rischio non sono chiari. E così tu il primo giorno scendi dal tuo bus a pochi isolati dalla piazza della cattedrale, una destinazione innocente, e ti ritrovi in un quartiere di case fatiscenti e negozi di merci a poco prezzo. Ti guardi intorno disorientata chiedendoti se quella è una strada in cui NON dovresti passare. Ma ormai sei lì continui a camminare, e ti accorgi che nessuno fa caso a te. Tieni lo zainetto sul davanti e impari a muoverti “con cuidado, pero sin miedo”, con attenzione, ma senza paura. La paura uccide il piacere del viaggio.

Bogotà ha quasi otto milioni di abitanti ed è molto estesa. L’autobus che va verso Villa de Leyva, una cittadina coloniale a 160 km di distanza, impiega quasi due ore a lasciarsi alle spalle i quartieri di periferia. Poi il paesaggio cambia: montagne verdissime a perdita d’occhio, con vallate spettacolari e piccoli paesi lungo il tragitto. Anche se ci arrivi di notte, come è capitato a me, Villa de Leyva è sicura, non c’è nessun pericolo. Ci sono molti turisti arrivati per il fine settimana, in gran parte colombiani. Gli stranieri come me sono pochi.20170709235619

La domenica, sazia di architetture coloniali, mi lascio attrarre dal richiamo di un altoparlante in lontananza. Lo seguo e mi ritrovo fuori città, in uno spiazzo coperto da una tettoia affollato di gente del posto: uomini con cappelli da cowboy, famiglie con bambini, coppie giovani. C’è una mostra equina con esibizioni di cavalli, il pubblico applaude e incita i concorrenti. Resto lì affascinata a godermi quello spettacolo che non capisco. Osservo, ascolto, annuso gli odori dell’aria, mi immergo nella folla e mi dimentico dello zainetto che porto sulle spalle. C’è una luce fantastica e io mi rendo conto che sono solo cinque giorni che sono in Colombia. Cinque giorni, e già mi sembra di aver scoperto un mondo.20170710010350

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