Arrivo lento a Cartagena

 

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La stazione degli autobus di Cartagena è molto distante dal centro. Quando arrivi, non sei veramente arrivata. C’è ancora un’ora in taxi, oppure un’ora e mezza con il Metrobus, un nome pretenzioso per una navetta scalcagnata che procede a passo d’uomo, fermandosi continuamente per raccattare passeggeri. È talmente lenta che il bigliettaio, un ragazzino, riesce a corteggiare le ragazze per strada e a concordare appuntamenti mentre il mezzo è in marcia. L’autista si affaccia dal finestrino, saluta amici per strada, incita i passeggeri a salire con il suo colorito accento afrocaraibico. Un uomo sale con due sacchi di patate sulle spalle e li sistema come può sul pavimento. Un altro canta battendo una latta vuota della vernice.

Fa un caldo pazzesco. Io tengo lo zaino sulle ginocchia per non occupare troppo spazio. Sono l’unica turista. Sto imparando a sentirmi a mio agio anche nelle situazioni più insolite. Mi sento stimolata anche quando non capisco ciò che vedo. Mi limito a stare dentro. Dentro il bus, in questo caso.

Attraversiamo quartieri poverissimi con le strade disseminate di spazzatura. Le case sono baracche di assi. C’è folla ovunque, e tutti sono in movimento. A un incrocio sale un venditore d’acqua che urla la sua cantilena: “Auauauaua!”. Un uomo, pagato dell’autista, viene a spruzzare un po’ di deodorante all’interno del bus. Mi chiedo se sia colpa mia. I vestiti nello zaino puzzano. Nel caldo umido dei Caraibi non asciuga niente.

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Quando finalmente arrivo in centro devo chiedere la strada più volte per arrivare all’ostello. È nel quartiere Getsemani, dove un tempo vivevano gli schiavi africani. È un luogo affascinante, per metà popolare e per metà alla moda. Davanti alle case dipinte a colori vivaci la gente del posto si gode la brezza della sera. Attraverso le porte aperte si vedono gli interni delle case, con le poltrone davanti al televisore e le cucine al fondo. Non ci sono tende, si vive praticamente sulla strada.

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Il centro storico mi si svela dopo questo lungo percorso di avvicinamento, ed è una sorpresa: si cammina fra case d’epoca coloniale, chiese sontuose, piazze con giardini ben tenuti, gioiellerie e alberghi di lusso. C’è il palazzo dell’inquisizione, che nei suoi due secoli di attività ha esaminato oltre ottocento presunti eretici. Nel Seicento Cartagena era il principale avamposto spagnolo in Sudamerica e il porto più importante per il mercato degli schiavi. Per questo la popolazione di origine africana è così numerosa.

Appena fuori dal centro svettano i grattacieli residenziali di Bocagrande, dove vivono i ricchi. Visti da qui, dopo  il viaggio in autobus attraverso il caos dei quartieri poveri, sembrano quasi irreali.

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