Ai confini con il Venezuela

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Lungo la strada per Uribia ci sono moltissime bancarelle rudimentali che vendono benzina in taniche o bottiglie di plastica. Il prezzo è tre volte più basso di quello ufficiale. Chi ne ha bisogno accosta e si rifornisce con un imbuto. È benzina di contrabbando che arriva dal Venezuela, un paese dilaniato da una grave crisi economica e politica. Il confine è a pochi chilometri di distanza e i guidatori di pick up fanno la spola carichi di combustibile, a rischio della vita.

“Se non avessimo la benzina a quel prezzo, tutto si paralizzerebbe” mi dice l’autista del taxi collettivo su cui sto viaggiando. In questa zona gli autobus sono poco frequenti e non arrivano dappertutto. Una fitta rete di auto, jeep e mototaxi privati supplisce alla carenza di trasporto pubblico.

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Mi trovo nella penisola della Guajira, nell’estremo nord della Colombia. È una regione poverissima, con un tasso di disoccupazione del 79 per cento. Il contrabbando è una fonte di sussistenza. La punta più settentrionale è un deserto abitato dagli indigeni wayuu, che vivono sparsi in un territorio desolato, in capanne di canne e fango, senz’acqua e senza corrente elettrica. Sulle piste sterrate i bambini creano dei posti di blocco tendendo corde da un albero all’altro per fermare i fuoristrada carichi di turisti. Chiedono monete, biscotti, ma soprattutto acqua.

 

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A Cabo de la Vela, un villaggio di capanne in riva al mare, il turismo ha dato impulso all’economia. I negozi, i ristoranti e gli ostelli sono molto rustici: si dorme su un’amaca sotto una tettoia, si mangia su vecchi tavoli di plastica, e nei negozi c’è ben poco da comprare. Ma il paesaggio è bellissimo, con la spiaggia color ocra che si incurva sotto un promontorio brullo, davanti al turchese del mare.

Ho preso un’amaca a casa di Mercedes, una donna di Barranquilla che ha sposato un wayuu. Mentre esco dal cancello, un uomo mi chiama dalla casa accanto.
“Da dove vieni?”
“Dall’Italia”.
“Dove stai andando?”
“A fare una camminata lungo la spiaggia”.
“Posso venire con te?”
“Certo”.

Si chiama Ángel, è venezuelano, e come molti suoi connazionali non può lavorare legalmente in Colombia. Per sopravvivere pesca cetrioli di mare per conto di un cinese, che li rivende in Asia a prezzi altissimi. Pare che abbiano proprietà afrodisiache. Ángel vive alla giornata, senza soldi, senza cellulare e senza passaporto. Gli hanno rubato tutto a Santa Marta, quando è stato rapinato insieme al cinese da sei uomini armati.

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Quando torno è notte. Mercedes mi viene incontro preoccupata. Temeva mi fossi persa. Mi offre una sedia e restiamo lì al buio. Il generatore non funziona. Nel cielo brillano miliardi di stelle. Mercedes mi racconta che è venuta qui a diciotto anni da Barranquilla per lavorare negli uffici della miniera di carbone. Si è sposata un anno dopo. Adesso ha 49 anni e due figli grandi che vivono altrove.
“Non mi piace il matrimonio” dice.
“Neppure a me”.
Ridiamo. Ci scambiamo storie di vita. Non siamo tanto diverse.
“Hai cenato?”.
“No. Non ho trovato nessuno che potesse cambiarmi una banconota da 20.000 pesos (7 euro)”.
“Non hai spiccioli?”.
“Solo mille pesos (30 centesimi)”.
“Vai a comprare due uova. Te le cucino io”.

Mercedes mi prepara le uova alla luce della pila del cellulare. Alle nove vado a dormire. Domani devo alzarmi alle cinque per andare in jeep a Punta Gallinas, il punto più a nord del Sudamerica.

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