Trekking sul Mount Mulanje

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La sagoma rocciosa del Mount Mulanje con le sue cime arrotondate che toccano i tremila metri si erge fra il verde smeraldo delle piantagioni di tè nel sud-est del Malawi, quasi al confine con il Mozambico. Non c’è niente da fare qui, se non camminare. Dalle pendici della montagna si dirama una rete di sentieri che portano in alto, fra cascate e foreste, rifugi e praterie d’alta quota.

Al Mulanje Infocentre nella località di Chitakale si possono ingaggiare guide e portatori, ma io avevo incontrato Juma per caso, durante una passeggiata fra le piantagioni di tè, e gli avevo chiesto di accompagnarmi in un trekking di tre giorni. Mi era piaciuta la sua capacità di raccontare se stesso e i luoghi in cui è cresciuto. Avevo voglia di ascoltare le sue storie, oltre che di camminare in montagna.

Primo di sei figli, come me, Juma ha perso i genitori in un incidente stradale una decina di anni fa, quando aveva ventidue anni. Ha dovuto smettere di studiare per occuparsi dei fratelli. Ora vive con una sorella nel villaggio di Nessa, e insieme si prendono cura di tre bambini orfani. Nei villaggi molti bambini perdono i genitori a causa della malaria e dell’Aids, che in Malawi è molto diffuso (il 10% della popolazione).

Il giorno prima della gita abbiamo fatto la spesa: dovevamo portarci su tutto il cibo. Quando ho preparato lo zaino mi sono accorta che era molto pesante. Ho pensato che mi serviva un portatore con cui dividere il carico, ma erano le sei del mattino e l’appuntamento con Juma era alle sette. Forse era troppo tardi. Gli ho scritto lo stesso un messaggio e sono partita.

Juma mi aspettava alla fermata di Minimini e aveva già trovato un portatore, un ragazzo magro di nome Mathias. In Africa non è mai troppo tardi. Ci siamo scambiati lo zaino (il suo era più leggero), abbiamo preso una moto (che paura!) fino all’imbocco del sentiero  e siamo partiti.

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Siamo saliti per circa due ore su un pendio ripido lungo il fianco della montagna. Ogni tanto incrociavamo una donna scalza che scendeva con una grossa fascina di legna in equilibrio sulla testa. Poi un bracconiere che aveva cacciato una piccola antilope. Juma e Mathias hanno contrattato un po’ e ne hanno comprato un pezzo per cena.

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Più in alto il sentiero diventa meno ripido e serpeggia fra gli alberi e grossi massi ricoperti di muschio. La foresta sta rapidamente scomparendo sotto i colpi dei taglialegna, che salgono quassù dai villaggi per preparare il carbone e procurarsi legname da carpenteria. Il cedro di Mulanje, una pianta che esiste solo qui, è quasi estinta. La legna da ardere è un bene di prima necessità, usato per cucinare e riscaldare le case. Non è facile imporre la conservazione della natura a una popolazione poverissima che stenta a sopravvivere.

Juma e Mathias mi camminavano davanti con un passo lento e regolare, perfetto per me. Ogni ora si fermavano per riprendere fiato e farsi i selfie con lo smartphone. Sono in pochi ad averlo qui, il più diffuso è ancora il vecchio Nokia o una qualche sua imitazione.

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Dopo cinque ore di marcia, comprese le pause, siamo arrivati al rifugio CCAP, di proprietà della chiesa anglicana: un edificio di legno in mezzo a una prateria punteggiata di fiori gialli. Sullo sfondo le sagome arrotondate delle montagne. Il sole del pomeriggio accentuava i toni dorati del paesaggio.

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Dopo tanto fulgore, la notte arriva alle sei quasi all’improvviso. Nel rifugio la luce elettrica è fioca e dopo un po’ si esaurisce. Ho dimenticato di portare la torcia elettrica. Fa freddissimo, e il buio è totale. Fuori il cielo stellato è spettacolare. Si vedono milioni di stelle.

Juma ha cucinato riso, fagiolini con i pomodori e il pezzo di antilope comprato sul sentiero. Mangiamo separati: io nel rifugio con una coppia di israeliani arrivati lo stesso pomeriggio, lui davanti alla capanna delle guide e dei portatori con i suoi colleghi. Li sentiamo chiacchierare e ridere davanti al fuoco. Per loro lavorare con i turisti è una festa: si guadagna bene, anche se non è facile ottenere un ingaggio. C’è molta concorrenza.

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Di notte fa così freddo che non riesco a dormire, nonostante il sacco a pelo. Mi sveglio continuamente e provo una sorta di sgomento di fronte al buio assoluto. La notte è infinita. Sembra quasi che il giorno non debba sorgere mai più. È con immensa gratitudine che vedo arrossarsi l’orizzonte dietro le montagne verso le cinque del mattino: il sole sta tornando, evviva!

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Il giorno dopo camminiamo fino al rifugio successivo, il Chambe, fra cime rocciose e prati fioriti. È un paesaggio aspro e bellissimo, in parte familiare per chi, come me, è cresciuta vicino alle montagne. Ma le piante e gli animali sono diversi: ci sono fiori sconosciuti, alberi tropicali e piccole antilopi.

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In lontananza si vede il fumo di un incendio. Avvicinandoci scopriamo che un fianco della montagna sta bruciando: non ci sono alberi a questa altitudine, ma l’erba secca e il vento alimentano le fiamme. Juma mi spiega che sono stati i bracconieri ad appiccare il fuoco, per stanare gli animali

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L’ultimo giorno scendiamo a Likhubula, il villaggio di origine di Juma. Qui vivono i suoi fratelli e sono sepolti i suoi genitori. Mi indica la scuola primaria che ha frequentato da bambino. Ha dovuto smettere di studiare dopo le superiori, ma ora, ad agosto, andrà all’università a Blantyre: ha lavorato sodo per mettere da parte i soldi per la retta e ce l’ha fatta. Studierà da guida professionista. Il suo sogno è di aprire un’agenzia di safari. E di andare in Italia per un viaggio di piacere.

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2 pensieri su “Trekking sul Mount Mulanje

  1. Ciao Laura, mi chiamo Gianni e sono di Pinerolo, amico di Attilio e Ornella.

    Vivo e lavoro in Malawi da quasi 3 anni, tra Salima, Nkhotakota e Lilongwe. Lavoro on una ONG italiana su due progetti di irrigazione.

    Da quello che ho letto dovresti essere già passata da Salima, visto che vai verso il Mulanje. Ti mando i miei dati in caso ripassi da queste parti. L’email la trovi sotto, il mio numero whatsapp è +39 339 6346149.
    Il numero Malawiano è 0994681312.

    "Mi piace"

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