Le disavventure di un telefono in Colombia

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Sono il telefono cellulare di Laura Salvai, mi sono inserito in questo blog grazie alle mie abilità di hacker per denunciare i maltrattamenti che ho subito da parte della mia proprietaria nel corso del suo ultimo viaggio in Colombia, a cui sono stato costretto a partecipare contro la mia volontà e a scapito della mia salute fisica e mentale. Io, che desidero soltanto tornare ogni sera al solito posto sul comodino di casa per ricaricarmi in santa pace, sono stato sballottato per quasi due mesi dalle Ande ai Caraibi, fra lagune e deserti, sotto acquazzoni tropicali e in città pericolose dove ho rischiato rapimenti, danni al sistema operativo, traumi violenti e morte per annegamento. Ora è giusto che io parli, il mondo deve sapere.

La mia proprietaria è una zucca vuota, una sventata a cui non dovrebbe essere permesso di possedere un cellulare. Negli ostelli mi nasconde sotto il cuscino, una tattica idiota. A San Gil era convinta che mi avessero rapito perché non mi trovava più. Invece mi aveva infilato senza accorgersene dentro la federa, ed è andata a rompere le scatole a tutti per sapere se mi avevano visto. A un certo punto un francese ha composto il mio numero, ma io non riuscivo a farmi sentire, quella cretina mi aveva silenziato. C’è voluto un bel po’ prima che capisse da dove veniva la vibrazione.

Il giorno dopo è partita per Santa Marta e mi ha dimenticato alla reception, attaccato alla presa di corrente. Alla stazione degli autobus si è accorta della mia mancanza (meglio tardi che mai) ed è tornata indietro in taxi. Una corsa folle per la città nel traffico dell’ora di punta. “Mi aspetti qui” ha detto al tassista davanti all’ostello, ma io stavo già viaggiando nella direzione opposta nella tasca di un australiano. Il ragazzo della reception mi aveva consegnato a lui, sapendo che prendeva il nostro stesso autobus. Così, alla fine della staffetta, sono tornato nelle mani della mia legittima proprietaria, e non posso dire che fossi contento.

Infatti, appena arrivata in ostello a Santa Marta, quella zucca vuota mi ha chiuso dentro l’armadietto con il lucchetto e subito dopo (tre minuti, non di più) ha perso la chiave. La donna delle pulizie è andata a cercare una tronchesina per liberarmi, mentre io davo di matto là dentro per un attacco di claustrofobia. La chiave è saltata fuori cinque minuti dopo la rottura del lucchetto. Le era caduta dalla tasca quando si era seduta sul divano.

Qualche giorno dopo è andata al parco Tayrona e mi ha dimenticato sotto il cuscino. Un’altra volta, certo (il lupo perde il pelo ma non il vizio), però questa volta per accorgersene ci ha messo cinque ore. Era là che passeggiava beata sulla spiaggia orlata di palme, davanti al Mar dei Caraibi, sognando di essere la figlia del Corsaro Nero, quando un dubbio le ha attraversato la mente: “Ma il telefono l’ho preso?”. Ha guardato nello zaino: niente. Così si è avventata sul primo tizio che ha incrociato supplicandolo di chiamare l’ostello. Nel frattempo la donna delle pulizie (sempre lei) mi aveva trovato e messo al sicuro in un cassetto della reception. Io avrei preferito restare lì, ma hanno voluto a tutti i costi restituirmi. La Colombia è piena di gente onesta.

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Ma non voglio parlare solo di me. Anche gli occhiali da lettura di Laura Salvai hanno sofferto molto, e non possono raccontarlo perché non hanno accesso ai social network. Lo farò io al loro posto, voglio essere la voce di chi non ha voce.

Una sera a Medellín la zucca vuota è andata con un’amica al Poblado, il quartiere della movida. Nel locale dove si è fermata per la cena ha tirato fuori gli occhiali per leggere il menu e guardare le foto idiote che ha scattato. Più tardi, di ritorno all’ostello, non ha più trovato gli occhiali. La sera dopo è tornata al Poblado da sola per cercarli. Non ricordava affatto dove fosse il locale in cui aveva cenato, ma era convinta di poterlo ritrovare. “La testa non ricorda, ma i piedi sì” pensava. Certo, perché se deve fidarsi della sua testa, auguri!

Il locale l’ha trovato davvero (dopo aver vagato per due ore), ma i camerieri non avevano visto suoi occhiali. “Forse li ho lasciati nel posto dove ci siamo fermate a bere una birra” ha detto a se stessa. Altra ricerca, altro interrogatorio ai camerieri, nessun risultato. “Li avrà presi qualcuno” ha concluso sconsolata.
Volete sapere dov’erano i suoi occhiali? In ostello. Sotto il letto. È lì che li ha trovati la mattina dopo mentre cercava le infradito.

Questa è Laura Salvai.
Ora andrà in giro a vantarsi che non ha perso niente nel suo viaggio in Colombia. Io conosco la verità, e anche voi.
Questa donna non può andare per il mondo da sola. È un pericolo per se stessa e gli oggetti che porta con sé. Dobbiamo fermarla prima che sia troppo tardi!
Firmate la petizione su Change.org!

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Nel deserto con Pablo

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Solo a una gringa come me poteva venire in mente di fare una passeggiata nel deserto, senza cappello, sotto il sole implacabile delle due del pomeriggio. Le poche persone che incontro, in macchina o in moto, gesticolano per farmi capire che dovrei coprirmi la testa. Sì, ma con cosa? Ho lasciato tutto nello zaino. Dopo tre quarti d’ora di cammino sono morta di sete e di insolazione. Mi fermo sotto la tettoia di un chiosco per riprendermi. Mi sembra di comprendere per la prima volta in vita mia l’importanza dell’ombra. E la limonata fresca non mi era mai sembrata così buona.

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Davanti a me si stende il deserto La Tatacoa, con i suoi labirinti e pinnacoli scavati dal vento e dalla pioggia. Qui la terra è grigia. Più a ovest, verso Villavieja, il colore dominante è l’ocra. Dal punto di vista scientifico non è un deserto ma un bosco secco tropicale punteggiato di cactus e di altre piante spinose. Comunque sia, fa un caldo boia. Ci saranno 45 gradi. E non un albero che faccia ombra.

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La donna del chiosco si chiama Alicia. Ci siamo presentate, certo: mai lasciarsi sfuggire un’occasione per fare due chiacchiere, meno che mai nel deserto. Alicia vende bibite alle poche auto di passaggio. Io stendo le gambe sulla panca di bambù. Non credo che me ne andrò tanto presto. Il sole continua a picchiare duro.

Una nuvola di polvere in lontananza annuncia l’arrivo di una moto. Un uomo sulla sessantina, scuro di capelli e di pelle, parcheggia e viene verso di noi con una borsa  a tracolla.
“Muy buenas tardes”.
“Buenas”.
Mi osserva con curiosità. “Y usted, la gringa, de donde nos visita?”.
“De Italia”.
Ridacchia e va a sedersi all’altro tavolo. Tira fuori un quaderno a quadretti e prende appunti, mentre Alicia gli detta ordini che non capisco.
“E poi voglio quello con la foto del deserto… Quello che dice…”
“…Siamo nel deserto, risparmiamo l’acqua”.
“Esatto. Però con la foto, mi raccomando”.
“Sì, me lo sono segnato. Altro?”.
“Due ‘Bagni’. E uno ‘Vietato l’accesso ai cani’. Non li sopporto, i cani. Mi spaventano le galline”.

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La curiosità mi divora. “Lei è un grafico?” chiedo all’uomo.
Ride. “Diciamo… pubblicitario”.
Si chiama Pablo e stampa cartelli di ogni tipo, su qualunque supporto: carta, plastica, lamiera. Le insegne dei locali che offrono cibo e ospitalità nel deserto le ha stampate quasi tutte lui. È un lavoro che si autorigenera. Dopo qualche mese è tutto da rifare: il sole sbiadisce le scritte e il vento squassa i cartelli, persino quelli di metallo.
“Vado a trovare qualche cliente. Vuoi venire con me?” mi chiede all’improvviso.
Ho un attimo di esitazione. Non è prudente andare in giro con uno sconosciuto. Ma una voce dentro di me, quella che mi ha accompagnato allegramente per tutto il viaggio, mi grida “vai, vai!”. Pablo è il tipo di uomo con cui mi diverto di più: brillante, dall’intelligenza rapida, dotato di senso dell’umorismo. Saluto Alicia e vado via in moto con lui.

Mentre guida con cautela sulla pista piena di buche, Pablo mi racconta la sua storia. Si guadagna da vivere da quando aveva tredici anni. Ha fatto di tutto, dal raccoglitore di cotone al camionista, dal venditore di jeans alla guardia del corpo, più una serie di altre cose che spero di non aver capito bene. Ha avuto tre figli da tre donne diverse e ora vive a Neiva con la madre, che ha appena quindici anni più di lui.

Ci fermiamo in una baracca lungo la strada. Si chiama Las Brisas, offre amache per la notte e cibo a pranzo. La famiglia allargata è radunata sotto la tettoia, all’ombra, sulle sedie a dondolo: due donne, due uomini e un bambino di due anni. Vogliono sapere se io e Pablo siamo fidanzati.
“No, è una gringa che ho raccattato da Alicia” dice lui.

Nel deserto vivono una cinquantina di famiglie che in passato si dedicavano soprattutto all’allevamento delle capre. Con la creazione del parco regionale e la crescita del turismo, molti si sono trasformati in albergatori e ristoratori. Le strutture sono molto spartane: baracche con il tetto di lamiera, tavolacci coperti di tela cerata e galline che razzolano sulla terra battuta.

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Quelli della Brisas vogliono un cartello più grande e più vistoso, per attrarre più turisti. Pablo prende appunti sul suo quaderno a quadretti. Nel tragitto fra un cliente e l’altro si ferma nei punti panoramici per consentirmi di ammirare il paesaggio. Ci scattiamo delle foto l’un l’altro, ridiamo. Lo sapevo che mi sarei divertita.

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Alle sei il sole cala dietro le montagne. Mentre Pablo beve l’ennesima birra con un cliente, io fotografo la sua moto contro il cielo al tramonto. Sembra un insetto misterioso. Più tardi, quando ci separiamo, chiedo a Pablo il suo biglietto da visita. Lui fruga nella borsa e mi tende un adesivo con la scritta “parasoles”.
“Tende da sole?” chiedo, confusa.
Ride. “Te l’ho detto che faccio un po’ di tutto”.

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Salento sulle Ande

Non è chiaro perché Salento in Colombia si chiami cosi. Pare che uno dei suoi fondatori volesse rendere omaggio a una città dell’isola di Creta citata da Strabone, Salenzia. Qui però non c’è il mare: siamo sulle Ande, al centro di un’area denominata eje cafetero. Il terreno fertile e il clima favorevole hanno permesso lo sviluppo di un’economia basata sulla produzione del caffè. I turisti arrivano sempre più numerosi per visitare le fincas (tenute) e sperimentare di persona il processo di lavorazione del caffè. Con le sue case colorate e i suoi ristoranti, Salento è un posto piacevole in cui trascorrere qualche giorno. Continua a leggere

La resurrezione di Medellín

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Ciro aveva dodici anni quando tremila uomini armati – soldati, poliziotti e paramilitari – attaccarono il suo quartiere dalla terra e dal cielo per annientare i gruppi guerriglieri che vi si nascondevano. L’operazione, chiamata Orione, durò due giorni e provocò 14 morti e oltre 300 desaparecidos, in gran parte fra la popolazione civile. “Sparavano dagli elicotteri e portavano via gli uomini dalle case” ricorda Ciro. Continua a leggere

Ai confini con il Venezuela

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Lungo la strada per Uribia ci sono moltissime bancarelle rudimentali che vendono benzina in taniche o bottiglie di plastica. Il prezzo è tre volte più basso di quello ufficiale. Chi ne ha bisogno accosta e si rifornisce con un imbuto. È benzina di contrabbando che arriva dal Venezuela, un paese dilaniato da una grave crisi economica e politica. Il confine è a pochi chilometri di distanza e i guidatori di pick up fanno la spola carichi di combustibile, a rischio della vita.

“Se non avessimo la benzina a quel prezzo, tutto si paralizzerebbe” mi dice l’autista del taxi collettivo su cui sto viaggiando. In questa zona gli autobus sono poco frequenti e non arrivano dappertutto. Una fitta rete di auto, jeep e mototaxi privati supplisce alla carenza di trasporto pubblico. Continua a leggere

Arrivo lento a Cartagena

 

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La stazione degli autobus di Cartagena è molto distante dal centro. Quando arrivi, non sei veramente arrivata. C’è ancora un’ora in taxi, oppure un’ora e mezza con il Metrobus, un nome pretenzioso per una navetta scalcagnata che procede a passo d’uomo, fermandosi continuamente per raccattare passeggeri. È talmente lenta che il bigliettaio, un ragazzino, riesce a corteggiare le ragazze per strada e a concordare appuntamenti mentre il mezzo è in marcia. L’autista si affaccia dal finestrino, saluta amici per strada, incita i passeggeri a salire con il suo colorito accento afrocaraibico. Un uomo sale con due sacchi di patate sulle spalle e li sistema come può sul pavimento. Un altro canta battendo una latta vuota della vernice. Continua a leggere

Caduta noci di cocco

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A Santa Marta la cocaina si vende a 12.000 pesos al grammo, meno di quattro euro. Molti stranieri vengono qui per questo. Sulle pareti dell’ostello c’è un cartello che dice: “Vietato introdurre droga”. Alla sera gli spacciatori escono a caccia di clienti. Ti fermano per strada: “Ho tutto quello che vuoi”.
La città in sé non ha grandi attrattive. La sua spiaggia, stretta fra il porto turistico e il porto commerciale, non è il posto ideale per fare il bagno. Il centro storico è piccolo e trascurato. Ciò che affascina è la vita di strada. Ovunque ci sono negozi, bancarelle, carretti e persone con grandi borse che vendono di tutto: acqua, frutta, schede telefoniche, vestiti, cibo fritto o grigliato. Nel caldo afoso dei Caraibi, tutti si danno da fare per vendere qualcosa. Un uomo anziano solleva un cucciolo di cane verso i finestrini della buseta. Ne ha altri quattro nella cesta. Li regala. Continua a leggere