Ricominciare in Africa

20190806100939Mark e Silvia avevano deciso di cambiare vita prima dei quarant’anni. Lavoravano a Varese, l’uno in una società di risk advisory e l’altra in una pasticceria, e non si vedevano mai. I loro turni di riposo non coincidevano. Volevano andarsene dall’Italia e trasferirsi da qualche parte in Africa, non sapevano ancora dove. Per cinque anni hanno messo da parte i soldi: niente cinema, niente auto, solo risparmio.

“Nel 2010 abbiamo infilato tutto quello che poteva servirci in due zaini, abbiamo comprato due biglietti di sola andata per Dar es Saalam e siamo partiti” racconta Mark. “Un mese di vacanza in Tanzania, poi in Malawi a cercare un posto per ricominciare. Ci siamo fatti un giro pure in Zimbabwe e Zambia, ma ha vinto il Malawi”.

All’inizio volevano fermarsi a Dezda, che era più vicina a Lilongwe, la capitale. Avevano già  trovato una casa circondata da alberi da frutto. Poi erano andati per caso a Zomba, più a sud, in mezzo alle montagne, e avevano visto la casa dei loro sogni: una villa coloniale con una grande terrazza affacciata su un giardino. Era molto malandata, e il giardino era in rovina. Le due famiglie che ci abitavano tagliavano gli alberi per farne legna da ardere.

La casa non era in vendita: il governo l’aveva assegnata a quelle  famiglie come una sorta di casa popolare. Dopo molte trattative, Silvia e Mark sono riusciti a prenderla in affitto e hanno cominciato a ristrutturarla, con l’idea di trasformarla in un campeggio, con un ristorante e qualche camera per chi non voleva stare in tenda.

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“Ci abbiamo messo quasi un anno, era ridotta veramente male” racconta Mark. “Abbiamo aperto nel 2011 e l’abbiamo chiamata Casa Rossa”. La casa, arredata con semplicità e buon gusto, è diventata bellissima. Il giardino con le piante tropicali è uno splendore.

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Nei primi tempi Silvia si è occupata da sola del ristorante, proponendo un menu di piatti italiani. Poi ha istruito due cuoche locali, che oggi mandano avanti a turno la cucina. Nella guida Lonely Planet il ristorante di Casa Rossa è considerato il migliore del Malawi.

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Io sono qui per due notti con Barbara, un’amica italiana che mi ha raggiunta da pochi giorni. Al mattino ho fatto una gita fra le foreste dello Zomba Plateau accompagnata da una guida. Al pomeriggio vado con Silvia a fare la spesa al mercato di Zomba, fra montagne di verdura e distese di pesce secco. I venditori la salutano, ormai la conoscono tutti. Compriamo una saccata di amaranto, che Silvia usa per fare gli gnocchi verdi. Gli spinaci non si trovano.

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Al ritorno ci sediamo nel cortiletto dietro la cucina per pulire le verdure insieme a Beatrice, la cuoca, che è incinta. Il bambino nascerà a settembre. È Silvia che la accompagna alle visite di controllo.

“Ormai qui mi sento a casa” dice. “Non ho nessun desiderio di rientrare in Italia, soprattutto ora, con la crisi economica e il razzismo dilagante. Ci torniamo una volta all’anno per vedere le nostre famiglie, e ci basta. Qui siamo riusciti a realizzare qualcosa di bello”.

La sera a cena mi viene voglia di provare gli gnocchi verdi di amaranto, ricotta e parmigiano. Sono buonissimi, un vero esempio di cucina fusion italo-malawiana.

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Sul lago Malawi

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Al mattino presto Senga Bay è tutta in fermento. I pescatori scaricano il pesce dalle barche, circondati dai compratori. Le donne lo versano in grandi secchi, se lo caricano sulla testa e lo portano nella zona dietro al porticciolo, dove viene bollito e poi steso a seccare su lunghi tavolacci di legno. È così che lo si trova in vendita nei mercati: secco e color bronzo. Il più apprezzato è il  chambo, una varietà di tilapia tipica del lago.

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Lungo la riva, i ragazzi a torso nudo si lavano, insaponandosi al sole. Chi non è sposato lava anche i vestiti e li mette ad asciugare sulla sabbia. Le donne fanno lo stesso con i piatti, le pentole e i panni della famiglia.

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Io dormo in un bungalow al Cool Runnings, un campeggio che si affaccia sulla spiaggia. Non ci sono molti altri turisti. Camminare lungo la riva del lago significa esporsi all’assalto di tutti quelli che vogliono venderti qualcosa: un souvenir, una gita in barca, un po’ di pesce appena pescato. Tutti hanno un disperato bisogno di soldi. I bambini ti corrono incontro gridando: “Give me money!”.

Penso a “Passaggio in India” di E.M. Forster, un romanzo che in questi giorni ho avuto voglia di rileggere, forse perché riflette sui rapporti umani in un contesto coloniale. A volte mi sento come il professor Fielding, aperto e rispettoso. A volte come Mrs Moore, capace di entrare in comunione con chi è disponibile all’incontro. A volte come Adela, in difficoltà in quanto bianca. È vero, siamo nell’Africa degli anni Duemila e non nell’India degli anni Venti, ma resta un’affinità di fondo. Adesso come allora c’è un abisso fra “noi” e “loro”, per il valore del nostro denaro, del nostro passaporto, della nostra stessa vita. Qui ci sono persone che muoiono di malaria perché non hanno quattro euro per comprarsi i farmaci.

“Non c’è lavoro, a parte la pesca” mi racconta Trust, che ha ventisei anni e si propone come guida turistica. Ha studiato all’istituto tecnico, ma il suo diploma non serve a niente. Non ci sono aziende che possano offrirgli un impiego. Dovrebbe emigrare in Sudafrica o in Namibia.

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Ieri siamo andati a camminare sulle colline dietro la baia, oggi gli chiedo di accompagnarmi a fare un giro del villaggio. Ci sono già andata da sola, ma so che con una persona del posto è meglio. Vedrò cose diverse.

Per prima cosa mi porta al pub, che trasmette musica a tutto volume giorno e notte. Si sente anche dal campeggio. Nel cortile c’è un ubriaco che sonnecchia al sole. Sotto una tettoia una ragazza prepara il chibuku, una bevanda alcolica a base di mais tipica delle zone rurali.

Camminiamo sulle strade di sabbia, fra capanne di fango con il tetto di paglia e case di mattoni con il tetto di lamiera. Di giorno la vita si svolge in cortile. Le donne cucinano accovacciate davanti a un braciere di terracotta alimentato a carbone. I figli giocano lì intorno. Le bambine più grandi portano a spalle i più piccoli.

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Per strada le galline razzolano fra i rifiuti di plastica: bottiglie, contenitori e sacchetti azzurri che svolazzano ovunque, portati dal vento. Trust mi dice che non ci sono cassonetti per la spazzatura e non esiste un servizio di raccolta. Tutti buttano i rifiuti in giro. Il letto del fiume, asciutto in questa stagione, è coperto di immondizia. Durante la stagione delle piogge tutta quella plastica finirà nel lago.

Il Cool Runnings, al fondo del villaggio, è perfettamente pulito. I giardinieri rastrellano le foglie dai prati all’inglese. Ci sono grandi alberi e piante ornamentali. Il colore dominante è il verde. Non è un posto di lusso – si dorme nei bungalow per dieci dollari a notte e i bagni sono in comune – ma è tutto molto curato. I turisti vogliono stare in posti carini.

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Nella vita reale, appena oltre il cancello, gli alberi sono pochi e smilzi. Il colore dominante è l’ocra della sabbia. E poi, sullo sfondo, il lago, così grande e azzurro che sembra un mare.

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È venerdì sera e al tramonto la spiaggia si riempie di donne. Sono tante, forse più di cento. Si buttano in acqua, ridono, cantano. Chi sono? Da dove vengono? Resto a osservarle da distante, attratta dalla loro vitalità, ma troppo timida per avvicinarmi. Viaggiare è anche questo, fare i conti con ciò che limita il nostro desiderio di conoscere: retaggi coloniali, differenze culturali, privilegi, pregiudizi, abitudini, insicurezze e paure. Mi spingo fin dove posso nelle mie esplorazioni, e mi affido a Trust, e ad altri come lui, per andare un poco più in là.

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La scuola fra le piantagioni

20190722083652.JPGDopo un viaggio di venti ore da Karonga, è stato emozionante arrivare davanti alla scuola di Nswadzi a Mulanje, un edificio bianco fra il verde delle piantagioni di tè e il rosso della terra. L’ho riconosciuta subito: l’avevo vista tante volte in fotografia. Con i bambini della mia classe, a Torino, avevo avviato una corrispondenza con gli alunni di questa scuola. Ci eravamo scambiati messaggi in inglese e foto. Ora ero lì per conoscere quella realtà dal vivo.

Erano le sette del mattino e i bambini si stavano radunando davanti alla cucina, dove ricevevano una tazza di porridge, la loro colazione. Poi uno dei maestri li ha fatti mettere in fila divisi per classe e ha chiesto se qualcuno voleva condividere una canzone, un pensiero, una poesia. Diversi bambini si sono avvicendati davanti ai compagni, declamando in inglese o in chichewa, la lingua nazionale. Poi tutti dentro per le lezioni.

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Ho fatto il giro delle classi per presentarmi e parlare con i bambini e gli insegnanti. Era bello vedere con quanta sorpresa e gioia venivo accolta. Ho indicato l’Italia sul planisfero appeso alla parete e ho raccontato che nella mia classe a Torino ho bambini di sette nazionalità diverse, in gran parte africani. Loro mi ascoltavano con esclamazioni di meraviglia, poi mi hanno mostrato i loro disegni: un aeroplano, una moto, un treno. Ho ascoltato una lezione della classe settima (la nostra seconda media) in cui il maestro interagiva con i bambini,  stimolandoli a definire il significato di alcune parole.

20190722093801_1Mulanje  si trova nel sud-est del Malawi, a pochi chilometri dal confine con il Mozambico. La scuola sorge nella località di Nswadzi, vicino a un gruppo di edifici appartenenti a una fondazione di ricerca sul tè, che aveva qui i suoi uffici, con la casa del direttore e dei dipendenti. Sette anni fa il complesso è stato preso in affitto da una coppia di Torino, Stefano Pesarelli e Francesca Guazzo, che ne hanno fatto la sede della loro agenzia di safari, l’Africa Wild Truck. Negli spazi ristrutturati sono sorti con il tempo un dormitorio, un campeggio, un lodge e un ristorante apprezzato per l’ottima cucina italiana. 

Francesca-Guazzo-profilo-150x150_cPrima di fermarsi a Mulanje, Francesca e Stefano avevano girato l’Africa su un grosso camion fuoristrada che per anni era stato la loro casa. Poi si hanno cominciato a organizzare viaggi per gli amici: è così che sono diventati tour operator.
Stefano-Pesarelli-profilo-150x150_cOra hanno diverse spedizioni l’anno in Malawi, Zambia, Tanzania, Kenya, Bozwana e Mozambico, ma sono diventati più stanziali da quando è nato Lorenzo, che ha tredici mesi e ha da poco cominciato a camminare.

A Mulanje, Stefano e Francesca hanno instaurato un rapporto di collaborazione e scambio con le comunità locali, promuovendo una serie di iniziative rivolte alla popolazione: corsi di apicoltura, di economia domestica, un laboratorio di computer. Nel 2015 hanno contribuito ad aprire un asilo nel villaggio vicino.

“Poco tempo dopo il capovillaggio è venuto a chiederci di aprire anche una scuola” racconta Stefano. “L’edificio c’era già, era qui di fronte, e c’era chi voleva demolirlo per recuperare i mattoni. Noi l’abbiamo preso in affitto nel 2016 e abbiamo cominciato a ristrutturarlo, con l’aiuto e il contributo di molto volontari”.

La scuola ha aperto nel gennaio del 2018 con 24 bambini suddivisi in tre classi, dalla prima alla terza. A distanza di un anno  i bambini sono diventati 110 e le classi arrivano fino alla settima. Manca solo l’ottava per concludere il primo ciclo. Le classi sono composte da quindici-venti bambini, un lusso rispetto alle scuole pubbliche, che hanno fino a cento alunni per classe.

20190722091113La retta, di 10-15 euro al quadrimestre a seconda dell’età, serve per pagare gli insegnanti e il preside, ma le somme raccolte non bastano e una parte della spesa deve essere coperta dalle donazioni. “Il nostro obiettivo è che la scuola diventi autosufficiente” dice Stefano. “Ma la strada è ancora lunga”.

Per sostenere la scuola e i progetti di sviluppo a essa collegati è nata l’associazione Around AWT, che organizza raccolte di fondi e attività di volontariato. Stefano, che è fotografo professionista, ha messo in vendita le sue fotografie per finanziare la scuola. E Francesca, che è architetto, mentre ristruttura un edificio che ospiterà due alloggi da affittare su AirB&B, si occupa di ordinare i mattoni, la calce e il cemento per costruire un’aula in più nella scuola. Manca un mese alla ripresa delle lezioni e a settembre la classe ottava deve essere pronta.

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Trekking sul Mount Mulanje

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La sagoma rocciosa del Mount Mulanje con le sue cime arrotondate che toccano i tremila metri si erge fra il verde smeraldo delle piantagioni di tè nel sud-est del Malawi, quasi al confine con il Mozambico. Non c’è niente da fare qui, se non camminare. Dalle pendici della montagna si dirama una rete di sentieri che portano in alto, fra cascate e foreste, rifugi e praterie d’alta quota.

Al Mulanje Infocentre nella località di Chitakale si possono ingaggiare guide e portatori, ma io avevo incontrato Juma per caso, durante una passeggiata fra le piantagioni di tè, e gli avevo chiesto di accompagnarmi in un trekking di tre giorni. Mi era piaciuta la sua capacità di raccontare se stesso e i luoghi in cui è cresciuto. Avevo voglia di ascoltare le sue storie, oltre che di camminare in montagna.

Primo di sei figli, come me, Juma ha perso i genitori in un incidente stradale una decina di anni fa, quando aveva ventidue anni. Ha dovuto smettere di studiare per occuparsi dei fratelli. Ora vive con una sorella nel villaggio di Nessa, e insieme si prendono cura di tre bambini orfani. Nei villaggi molti bambini perdono i genitori a causa della malaria e dell’Aids, che in Malawi è molto diffuso (il 10% della popolazione).

Il giorno prima della gita abbiamo fatto la spesa: dovevamo portarci su tutto il cibo. Quando ho preparato lo zaino mi sono accorta che era molto pesante. Ho pensato che mi serviva un portatore con cui dividere il carico, ma erano le sei del mattino e l’appuntamento con Juma era alle sette. Forse era troppo tardi. Gli ho scritto lo stesso un messaggio e sono partita.

Juma mi aspettava alla fermata di Minimini e aveva già trovato un portatore, un ragazzo magro di nome Mathias. In Africa non è mai troppo tardi. Ci siamo scambiati lo zaino (il suo era più leggero), abbiamo preso una moto (che paura!) fino all’imbocco del sentiero  e siamo partiti.

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Siamo saliti per circa due ore su un pendio ripido lungo il fianco della montagna. Ogni tanto incrociavamo una donna scalza che scendeva con una grossa fascina di legna in equilibrio sulla testa. Poi un bracconiere che aveva cacciato una piccola antilope. Juma e Mathias hanno contrattato un po’ e ne hanno comprato un pezzo per cena.

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Più in alto il sentiero diventa meno ripido e serpeggia fra gli alberi e grossi massi ricoperti di muschio. La foresta sta rapidamente scomparendo sotto i colpi dei taglialegna, che salgono quassù dai villaggi per preparare il carbone e procurarsi legname da carpenteria. Il cedro di Mulanje, una pianta che esiste solo qui, è quasi estinta. La legna da ardere è un bene di prima necessità, usato per cucinare e riscaldare le case. Non è facile imporre la conservazione della natura a una popolazione poverissima che stenta a sopravvivere.

Juma e Mathias mi camminavano davanti con un passo lento e regolare, perfetto per me. Ogni ora si fermavano per riprendere fiato e farsi i selfie con lo smartphone. Sono in pochi ad averlo qui, il più diffuso è ancora il vecchio Nokia o una qualche sua imitazione.

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Dopo cinque ore di marcia, comprese le pause, siamo arrivati al rifugio CCAP, di proprietà della chiesa anglicana: un edificio di legno in mezzo a una prateria punteggiata di fiori gialli. Sullo sfondo le sagome arrotondate delle montagne. Il sole del pomeriggio accentuava i toni dorati del paesaggio.

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Dopo tanto fulgore, la notte arriva alle sei quasi all’improvviso. Nel rifugio la luce elettrica è fioca e dopo un po’ si esaurisce. Ho dimenticato di portare la torcia elettrica. Fa freddissimo, e il buio è totale. Fuori il cielo stellato è spettacolare. Si vedono milioni di stelle.

Juma ha cucinato riso, fagiolini con i pomodori e il pezzo di antilope comprato sul sentiero. Mangiamo separati: io nel rifugio con una coppia di israeliani arrivati lo stesso pomeriggio, lui davanti alla capanna delle guide e dei portatori con i suoi colleghi. Li sentiamo chiacchierare e ridere davanti al fuoco. Per loro lavorare con i turisti è una festa: si guadagna bene, anche se non è facile ottenere un ingaggio. C’è molta concorrenza.

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Di notte fa così freddo che non riesco a dormire, nonostante il sacco a pelo. Mi sveglio continuamente e provo una sorta di sgomento di fronte al buio assoluto. La notte è infinita. Sembra quasi che il giorno non debba sorgere mai più. È con immensa gratitudine che vedo arrossarsi l’orizzonte dietro le montagne verso le cinque del mattino: il sole sta tornando, evviva!

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Il giorno dopo camminiamo fino al rifugio successivo, il Chambe, fra cime rocciose e prati fioriti. È un paesaggio aspro e bellissimo, in parte familiare per chi, come me, è cresciuta vicino alle montagne. Ma le piante e gli animali sono diversi: ci sono fiori sconosciuti, alberi tropicali e piccole antilopi.

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In lontananza si vede il fumo di un incendio. Avvicinandoci scopriamo che un fianco della montagna sta bruciando: non ci sono alberi a questa altitudine, ma l’erba secca e il vento alimentano le fiamme. Juma mi spiega che sono stati i bracconieri ad appiccare il fuoco, per stanare gli animali

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L’ultimo giorno scendiamo a Likhubula, il villaggio di origine di Juma. Qui vivono i suoi fratelli e sono sepolti i suoi genitori. Mi indica la scuola primaria che ha frequentato da bambino. Ha dovuto smettere di studiare dopo le superiori, ma ora, ad agosto, andrà all’università a Blantyre: ha lavorato sodo per mettere da parte i soldi per la retta e ce l’ha fatta. Studierà da guida professionista. Il suo sogno è di aprire un’agenzia di safari. E di andare in Italia per un viaggio di piacere.

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Passaggio in Malawi

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Passare il confine via terra nei paesi del cosiddetto Terzo mondo è sempre un’esperienza destabilizzante. Non sai dove ti lascerà l’autobus, quanta strada dovrai fare a piedi con lo zaino in spalla, come farai a cambiare i soldi, se ci sarà un mezzo di trasporto dall’altra parte. Anche se ti hanno detto che è possibile ottenere il visto alla frontiera, temi che qualcosa vada storto e che ti rimandino indietro.

Ero partita alle sei del mattino da Mbeya, in Tanzania, su un autobus strapieno. Per terra, nella corsia centrale, c’era un letto smontato. Le persone in piedi non riuscivano a tenersi in equilibrio e rischiavano di cadermi addosso a ogni scossone. Io ero stata fortunata: ero riuscita a sedermi, pressata contro il finestrino, con lo zaino sulle ginocchia. Lungo la strada l’autobus continuava a imbarcare passeggeri. Il bigliettaio li faceva salire e li spingeva dentro per riuscire a chiudere la porta. Ancora uno, ancora uno! A un posto di blocco un poliziotto ne ha fatti scendere una decina, che sono stati immediatamente rimpiazzati alla fermata successiva.

Ci abbiamo messo tre ore e mezza per fare cento chilometri. Al capolinea l’autobus ci ha scaricati su uno spiazzo sterrato pieno di bancarelle. Appena sono scesa i cambiavaluta mi hanno presa d’assalto. Ho cambiato venti dollari, ripetendo a me stessa: “Non farti imbrogliare”, e ovviamente mi hanno imbrogliata: mi hanno rifilato tre banconote da cento qwacha al posto di tre da mille. Una perdita di pochi euro, però ci sono rimasta male. Che fessa!

Ho camminato per circa un chilometro fino al confine, lungo una fila di camion parcheggiati. A piedi sono uscita dalla Tanzania e sono entrata in Malawi. Il visto costa 75 dollari e vale 30 giorni. È facile ottenerlo: basta mettersi in coda e pagare. Non serve neanche la fotografia. Prima di andarmene ho chiesto al funzionario dove potevo prendere un autobus per Karonga, la prima città dopo il confine. Ha detto che non c’erano autobus, solo taxi collettivi. Vero o non vero, i tassisti mi sono volati addosso appena sono uscita dall’ufficio. Non sapevo dove andare, mi sono avviata dietro uno di loro verso un’auto ammaccata.

Per strada abbiamo caricato una donna con un grande sacco di riso, un uomo con una pila di bacinelle e due madri con i bambini in spalla. Tutti ridevano, vedendomi lì, sul sedile posteriore dell’auto. I bambini mi additavano lungo la strada. Non è così frequente incontrare una mzungu (bianca).

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A Karonga ho scoperto che l’autobus per Blantyre che volevo prendere sarebbe partito il giorno dopo all’una. Dovevo fermarmi per una notte in quella città insignificante, con i bordi delle strade disseminati di bottiglie di plastica e sacchetti svolazzanti. Sua unica bellezza, la luce, abbagliante, purissima, e il passaggio incessante di biciclette lungo la via principale. Biciclette usate come taxi per le persone e ogni tipo di merce: sacchi di farina, enormi caschi di banane, polli vivi attaccati per le zampe al manubrio.

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Dall’altra parte della strada c’era un lodge dipinto di rosa. Ho chiesto il prezzo a una donna giovane seduta all’ombra di un albero: 6 euro a notte con la prima colazione. “Va bene” ho detto. Non c’era né internet, né l’acqua calda, né la carta igienica nel bagno. La stanza era modesta, ma piena di luce. Ho fatto una doccia fredda e ho aspettato la sera seduta all’ombra dell’albero insieme alla donna giovane, Mary, e a un uomo di nome Ricky che credevo fosse suo marito.

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Qui la notte arriva all’improvviso, insieme alle zanzare, alle sei del pomeriggio. In un attimo è buio. A cena l’uomo di nome Ricky mi ha invitata al suo tavolo. “Che carino” ho pensato. Abbiamo mangiato nsima (una sorta di polenta bianca, il piatto nazionale), fagioli e pesce in salsa rossa. Poi Ricky ha voluto pagare per me, e a quel punto mi sono insospettita. Più tardi mi ha seguita fino alla mia stanza, ha guardato il numero e ha detto: “Io sono laggiù, camera 1. Ci vediamo dopo”.
“Oddio”, ho pensato. “E adesso?”

Mi sono chiusa dentro, mi sono ficcata a letto e ho spento la luce. Mezz’ora più tardi ho sentito bussare alla porta. “My friend! My friend!”.
Non ho risposto. Con il cuore in gola, mi chiedevo che cosa avrei fatto se si fosse messo a gridare. Mi sentivo sola, sperduta in quella città in capo al mondo. Ma dopo un po’ è calato il silenzio e mi sono addormentata.

Il mattino dopo il sole splendeva e Ricky non c’era più. Ho chiesto a Mary se era suo marito, e lei ha strabuzzato gli occhi: “No! È un nostro cliente!”.

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Mary sonnecchiava al sole con addosso un cappotto bianco, nella calura del mattino.
“Non stai bene?” le ho chiesto.
Mi ha detto che aveva un attacco di malaria.
“Non prendi i farmaci?”.
“Non ne ho più”.
“Vado a comprarteli”.
Sono andata in farmacia e ho comprato le pasticche per lei, augurandomi che le zanzare che mi avevano punto la sera prima non fossero infette.

Dopo me ne sono andata al museo a vedere lo scheletro del Malawisaurus, un dinosauro trovato a pochi chilometri dalla città, negli strati geologici portati in superficie dai movimenti della Rift Valley. Era tutto molto interessante, ho fatto un sacco di foto da mostrare ai miei bambini a scuola.
E così, grazie al Malawisaurus, mi sono riappacificata con Karonga, e il mio viaggio in Malawi ha cominciato ad apparirmi pieno di promesse.
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Un elefante alla mia porta

Ho sentito i passi di Emanuel davanti alla capanna, poi un colpo leggero sulla porta.
“Eccomi” ho risposto. Ero pronta già da un po’, ma mi avevano proibito di uscire da sola. Fuori poteva esserci un elefante. C’erano i suoi escrementi vicino alla finestra, segno che nella notte era stato lì.

Erano le sei del mattino e il sole stava per sorgere sul Ruaha National Park, il più grande parco della Tanzania. I baobab protendevano i rami spogli verso il cielo che si arrossava dietro le colline.
Per arrivare fin lì avevamo viaggiato per due ore in un paesaggio che diventava sempre più secco man mano che scendevamo di quota. Da Iringa, a 1600 metri, fino alla Rift Valley, dove i contadini hehe raccolgono il riso, i masai allevano il bestiame e i discendenti dei coloni greci coltivano il tabacco. Qua e là spiccano le chiese ortodosse, bianche e azzurre come quelle che si vedono in Grecia. Sul bordo della strada avevamo visto un gruppo di giovani masai con le facce dipinte di bianco che si avviavano al rito della circoncisione.

Oltre i cancelli del parco non ci sono più villaggi, solo alcuni lodge e campeggi per i visitatori. La natura domina incontrastata: savane e baobab a perdita d’occhio.
Il parco è attraversato dal fiume Great Ruaha, ed è lungo il suo corso che è più facile avvistare gli animali, soprattutto al mattino e alla sera, quando vanno ad abbeverarsi.

Emanuel è la nostra guida e Filippo l’autista della jeep. Con me c’è soltanto un’altra turista, una ragazza di Seattle dall’aria sfuggente. Viaggiamo nell’aria fresca del mattino, attenti a tutto ciò che si muove. Emanuel ha un occhio infallibile per avvistare gli animali nell’intrico della vegetazione e Filippo è pronto a fermarsi al suo comando. Sono due grandi professionisti, molto affiatati.

Il safari dura tutto il giorno. Incontriamo elefanti, giraffe, zebre, facoceri, impala, leonesse che si acquattano fra la vegetazione per attaccare i bufali che muggiscono da qualche parte fra l’erba alta. È emozionante vedere gli animali così da vicino. Non sembrano disturbati dalla jeep.

Nel primo pomeriggio, mentre viaggiamo sotto il sole rovente, Emanuel fa fermare la jeep di colpo e ci fa segno di stare in silenzio: a dieci metri da noi, all’ombra di un albero, c’è un leone. Restiamo lì un bel po’ a contemplarlo e a fotografarlo, e lui non sembra farci caso. D’un tratto si alza in piedi, ma solo per staccare con un morso un rametto che gli dà fastidio.

La sera, in una grande pozza d’acqua, vediamo ippopotami e coccodrilli. I babbuini fanno un grande fracasso. Emanuel dice che probabilmente da quelle parti si aggira un predatore.

A cena Emanuel mi racconta che ha una bambina di tre anni, Pierina.
“Che strano! Sembra un nome italiano” dico.
“Lo è. Mia nonna è stata in Italia, a Torino, tramite i missionari della Consolata. Ha chiamato mia madre Pierina, e io ho voluto dare il suo nome a mia figlia”.
Che combinazione, sua nonna era stata a Torino! I missionari della Consolata sono una potenza in questa zona.

All’ora di andare a dormire un ranger armato di fucile mi accompagna alla mia capanna. Nella notte sento un rumore di rami schiantati e di foglie smosse. Mi affaccio alla finestra: davanti alla mia porta c’è un elefante che sta mangiando l’albero di fronte.

A Isimila con Michael

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La domenica a Iringa è un po’ come a Torino: è tutto chiuso. Volevo andare da qualche parte, ma ero appena arrivata e non osavo avventurarmi fuori città da sola. Ho chiesto alla ragazza della reception se c’era qualche posto facile da raggiungere. Lei mi ha fatto segno di aspettare e ha fatto una telefonata. Dieci minuti dopo mi sono trovata davanti un tizio sulla trentina con le scarpe da trekking. Ha detto che si chiamava Michael. Era una guida e poteva portarmi dove volevo.
“Oddio” ho pensato. “Mi costerà una fortuna”.
Ma ormai era lì e non me la sentivo di mandarlo via.

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Siamo andati a vedere le pitture rupestri di Igeleke, fuori città. Michael si è occupato di tutto: ha chiamato un bajaji per andare e tornare, e il custode del sito che è venuto ad aprirci. Ho pagato tutto a lui: 70.000 scellini, circa 27 euro. Mi sembrava tanto per tre ore di escursione. “La prossima volta mi metto d’accordo prima” mi sono detta.

Due giorni dopo ho deciso di andare a Isimila. Ho scritto a Michael: “Verresti con me?”.
Ha risposto subito: “Sì”. Voleva 15.000 scellini per sé, più il biglietto d’ingresso e il viaggio.
“Va bene” gli ho scritto. “Però stavolta andiamo con il dalla-dalla. Il bajaji è troppo caro”.
Sospettavo che nella gita precedente avesse fatto una cresta sul trasporto, ma mi era simpatico e volevo andare con lui.

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Il bajaji è il taxi a tre ruote tipico di molti paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica: una sorta di Vespa con un sedile dietro. Il dalla-dalla è il minibus per i collegamenti urbani e suburbani. È scomodo, scassato e affollato, ma è il mezzo più economico in assoluto sulle brevi distanze: una corsa costa al massimo 1000 scellini (40 centesimi).

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Il mercoledì mattina sul presto sono andata con Michael alla stazione degli autobus e abbiamo preso un dalla-dalla in direzione di Mbeya. Dopo mezz’ora siamo scesi a un bivio e ci siamo avviati a piedi su una strada di terra rossa fiancheggiata da qualche capanna. Nei campi le donne raccoglievano il mais. Era una mattina limpida e ventilata, con una luce bellissima. Abbiamo camminato fino all’ingresso del sito, poi siamo scesi in una valle dove l’acqua e il vento avevano scavato un paesaggio fantastico di canyon, colonne e pilastri color ocra. Era lì, fra quelle rocce tenere modellate dagli elementi atmosferici, che gli archeologi avevano trovato utensili e armi dell’età della Pietra e del Ferro.

Michael mi precedeva, fermandosi ogni tanto per mostrarmi l’impronta di un animale sul terreno o dirmi il nome di un albero. Si stupiva che riuscissi a tenergli dietro.
“Sei una donna forte” ha detto
“Sono nata vicino alle montagne”.
“Quanti anni hai?”.
“Cinquantasette”.
Si è fermato stupefatto in mezzo al sentiero. “Davvero? Credevo fossi più vecchia”.
“Oh!” ho esclamato, cercando di nascondere il fatto che ci ero rimasta male.
“Sì! Credevo che avessi…”
Aspettavo il verdetto. Sessantacinque? Settanta?
“Non so… Al massimo quarantasette”.
Ecco. Voleva dire più giovane.

“E tu quanti anni hai?” gli ho chiesto.
“Trentotto”.
“Hai figli?”.
“Una bambina di quindici mesi”.
Mi ha mostrato la foto sul cellulare. “L’ho chiamata Marianna, come la donna che mi ha fatto studiare. È italiana, come te. Se non fosse stato per lei non potrei lavorare con i turisti. Mi serviva l’inglese, e l’ho imparato alla scuola superiore”.
I safari, ha aggiunto, sono l’attività più redditizia, ma il suo fuoristrada si era rotto e non aveva i soldi per ripararlo. Sua moglie non lavorava più. Aveva un chiosco di cibo al mercato, ma l’aveva chiuso dopo che il governo aveva aumentato le tasse. Ora dovevano pagare tre mesi di affitto e non sapevano come fare.
“L’altra notte non ho dormito per la preoccupazione. Per fortuna domenica ho lavorato con te”.
A quel punto gli ho perdonato la cresta che mi aveva fatto sul bajaji.

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Sul dalla-dalla del ritorno non abbiamo quasi parlato. Era pienissimo, e continuava a salire gente. Per fortuna eravamo riusciti a sederci. Al momento di separarci, Michael mi ha chiesto di fargli un po’ di pubblicità fra i viaggiatori italiani. Ecco qui, se qualcuno volesse visitare i dintorni di Iringa o fare un safari con lui al Ruaha National Park quando il fuoristrada sarà riparato: Michael Kombole, tel. e WhatsApp +255 743 677 819.
Ve lo raccomando, è una brava persona. Però ricordatevi di contrattare se vi fa prendere un bajaji.