Cambia, todo cambia

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A casa di Pablo i mobili hanno cambiato posto. Il divano che stava contro la parete di fondo è adesso di fronte alla cucina, i quattro tamburi e la grancassa sono finiti nella stanza degli ospiti. Alcune piante del patio sono cresciute, altre − compreso il plumbago che gli avevo regalato io − sono morte. Il cane Facundo è sempre lo stesso: mi corre incontro e mi si getta addosso scodinzolando. Io, che non amo i cani, quasi mi commuovo nel rendermi conto che mi riconosce.

Tre mesi e mezzo fa uscivo da questa casa per cominciare il mio viaggio attraverso il Sudamerica. Pablo – trentanove anni, percussionista e insegnante di musica, amico di un’amica di Torino – è stato il primo a ospitarmi. Adesso, dopo aver percorso 10.000 chilometri, torno al punto di partenza. Ci tengo a passare qualche giorno con lui prima di tornare in Italia. Bisogna sempre chiudere i cerchi.

Il giorno del mio arrivo, quando ancora non mi conosceva, Pablo mi aveva lasciato la chiave di casa dietro una piantina, sul davanzale che dà sulla strada. Sul marciapiede avevo incontrato il suo vicino Eduardo, un uomo sui sessant’anni che stava sistemando un vecchio fuoristrada per viaggiare fino all’estremo sud della Patagonia lungo la nazionale 40. Adesso l’auto non c’è più. Chiedo a Pablo se è partito.
«Non ancora. Qualche giorno fa mi ha chiesto tue notizie».
Che strano, ho pensato. A malapena sa chi sono.

Fin dall’inizio mi sono sentita a casa qui a Parque Chas. Gli abitanti di Buenos Aires dicono che in questo quartiere ci si perde perché ha una pianta circolare, a differenza del resto della città, le cui vie s’incrociano sempre ad angolo retto. Io però non mi sono mai persa. Semmai, mi sono ritrovata. L’accoglienza che ho ricevuto nei primi giorni mi ha dato la spinta per arrivare fino in Perù.

Anche per Pablo sono stati mesi di cambiamento. A giugno è uscito il disco del gruppo di percussioni di cui fa parte, a luglio ha incominciato con un’amica a organizzare cene a casa sua con un menu molto curato e la risposta è stata ottima: tutto esaurito ogni volta. I mobili in soggiorno sono stati spostati per fare spazio ai tavoli.

I cambiamenti più importanti però sono stati quelli interiori. Attraverso strade diverse la nostra vita si è messa in movimento, aprendoci nuove prospettive. Non siamo gli stessi di tre mesi e mezzo fa. Ne parliamo da quando ci siamo alzati. La colazione si prolunga, abbiamo già fatto due volte il caffè. Facundo mi dà colpi sulle ginocchia con il muso perché vuole la mia tartina al dulce de leche. Pablo si alza per mettere su un po’ di musica. Mentre scorre con il dito la sua collezione di CD mi chiede che cosa voglio ascoltare. «Cambia, todo cambia di Mercedes Sosa» dico senza esitazione.

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Una causa urgente e impossibile

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Fin dalle sei del mattino davanti alla chiesa di Balvanera si è formata una lunga coda. La vedo dalla finestra; la casa dell’amica che mi ospita è proprio qui di fronte. Persone di ogni età aspettano con pazienza il loro turno per rendere omaggio a San Expedito, un legionario romano martirizzato nel terzo secolo. Oggi, 19 agosto, è la sua festa. La sua statua, scolorita e consumata dalle carezze di troppe mani, è esposta fuori dalla chiesa, davanti a un braciere in cui ardono centinaia di candele. Con la cera sciolta si riempiono ogni giorno due bidoni.

San Expedito è il patrono delle cause urgenti e impossibili e questo angolo di Once, il quartiere commerciale di Buenos Aires, è una sorta di santuario dedicato a lui. I marciapiedi sono invasi da bancarelle che vendono statuine, medagliette, candele del rosario e candele di vari colori, a seconda della grazia che si vuole ottenere. Qui si radunano ogni giorno moltissimi fedeli, ma oggi la coda fa il giro dell’isolato.

Forse dovrei mettermi in fila anch’io. Ho un problema da risolvere, una causa urgente e impossibile: mancano cinque giorni al mio ritorno in Italia e vorrei che il mio libro continuasse a circolare in Argentina anche in mia assenza. Ho un appuntamento alle quattro con il proprietario di una libreria internazionale, ma non so bene che cosa offrirgli. In questo paese i libri stranieri arrivano con difficoltà perché le importazioni sono ostacolate dalla politica protezionistica del governo. Per aggirare il problema ho stampato il mio libro a Buenos Aires, ma le tipografie non accettano bonifici dall’estero. Impossibile quindi per me ordinare altre copie dall’Italia.

Vado comunque a trovare il libraio, che con grande disponibilità ha accettato di incontrarmi. Ha più o meno la mia età e parla sei lingue, compreso l’italiano. Ci sediamo a un tavolino rotondo, mi offre un bicchiere d’aranciata. Tutto intorno, scaffali bianchi pieni di libri. Calvino, Moravia e Umberto Eco mi guardano dall’alto in basso, ma io faccio finta di niente.
Tiro fuori dallo zaino il mio romanzo e racconto al libraio che in questi quattro mesi ho viaggiato da un capo all’altro del paese per presentarlo. «Ai lettori argentini piace» dico. «Ho venduto tutte le duecento copie che ho stampato e ho capito che potrei venderne di più. Il problema è come».
«Possiamo venderlo noi» dice il libraio con semplicità.
«Però c’è il problema della stampa. Non so come pagare la tipografia dall’Italia».
«Possiamo pagarla noi».
In pochi minuti tutte le difficoltà scompaiono. Ci accordiamo per una tiratura piccola, per vedere come va. Il libraio è persino disposto a ritirare di persona le copie stampate. È un uomo onesto e affidabile, sono felice di averlo incontrato.

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Mentre torno verso casa è quasi buio. Le botteghe di tessuti gestite da ebrei stanno chiudendo, ma davanti alla chiesa di Balvanera la coda per San Expedito continua a fare il giro dell’isolato. Io non ho bisogno di mettermi in fila. Il miracolo che aspettavo l’ho già ottenuto. Quindici isolati più a nord, in una libreria del quartiere di Abasto.

Una strada pericolosa

«Non entrare lì dentro» mi grida l’autista del bus mentre scendo a Villa Martelli, all’incrocio tra Melo y Constituyentes. Mi blocco disorientata sul marciapiede pieno di buche: davanti a me si stende un quartiere feo (brutto), con case cadenti e spazzatura per le strade. È il tipico posto in cui non dovrei avventurarmi, e io devo attraversarlo per andare a ritirare le copie stampate del mio romanzo. La tipografia è un chilometro e mezzo più avanti, in una zona residenziale. Ho fatto un percorso diverso dal solito e sono scesa nel posto sbagliato.

Nella cintura portasoldi ho duemila pesos in contanti per pagare il tipografo e non so che cosa fare. In Argentina mi hanno ripetuto mille volte che i quartieri poveri sono pericolosi. Mi guardo intorno alla ricerca di un taxi, ma di taxi nemmeno l’ombra. Sono tentata di risalire sull’autobus e andarmene, ma i libri mi servono oggi e non voglio arrendermi così facilmente.

Mentre me ne sto lì cercando di farmi venire un’idea vedo un vecchio che si avvicina con passo malfermo.
«Scusi, dovrei andare al numero 3711 di Melo».
In realtà non so bene che cosa chiedergli. La strada è facile: sempre dritto. Il fatto è che ho paura. Il vecchio forse lo intuisce perché si offre di accompagnarmi.
«Solo per qualche quadra» dice. «È troppo lontano».

Cammino accanto a lui, adattando il mio passo al suo. Gli uomini seduti davanti alle case ci fissano mentre passiamo. «Non parlare, altrimenti capiscono che sei straniera» mi sussurra il vecchio. Mi chiedo che cosa farò quando deciderà di abbandonarmi.
«Perché non prendi un remís?» mi dice d’un tratto, indicandomi un’agenzia dall’altra parte della strada. Il suggerimento mi sembra ottimo, poi vedo le auto e mi ricredo: sono tutte scassate. Il remisero, un gigante sui vent’anni con la testa rasata, si presenta: si chiama Jonathan e ha una macchina libera. Adesso.
Che faccio? Guardo il vecchio, che annuisce con aria incoraggiante. Accetto.
L’auto è vecchissima e cade a pezzi. La portiera si apre soltanto da dentro, attraverso il finestrino. Jonathan si sistema alla guida e partiamo. È cordiale, mi chiede come mi chiamo e da dove vengo.
Una decina di isolati più in là il paesaggio cambia: villette con giardini ben tenuti, capannoni di piccole imprese. Ecco la facciata della tipografia con la sua porta azzurra.

Jonathan si ferma per farmi scendere e mi lascia un biglietto con il suo numero in caso voglia chiamarlo per il viaggio di ritorno. Ed è lui che chiamo mezzora dopo, quando esco con i libri. Ormai si è instaurato un rapporto di fiducia.

Il bus è guasto, viva il bus!

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L’autobus è fermo da una decina di minuti al bordo della strada, nelle campagne fuori Córdoba. È mezzogiorno, siamo partiti da meno di un’ora. Qualcuno scende a chiedere spiegazioni. Si è rotto un tubo del radiatore, l’autista sta aspettando il meccanico. Quando gli chiedo se ci vorrà molto si limita ad allargare le braccia.
Comincio a temere di arrivare in ritardo. Alle sei del pomeriggio dovrei presentare il mio romanzo a Marcos Juarez, una cittadina a 260 chilometri da Córdoba. Contavo di arrivare con qualche ora di anticipo per preparare tutto con calma, ma adesso i miei piani sono saltati. Non so quando ripartiremo.

Come gli altri, mi dispongo ad aspettare. Per lo meno non fa freddo. Le stoppie del mais e l’erba secca nei campi dicono che è inverno, ma la temperatura è da primavera avanzata. Sdraiata al sole sul prato al lato della strada, penso che in questi tre mesi e mezzo di viaggio gli autobus mi hanno portata dappertutto. Sono le arterie dell’America latina, il mezzo attraverso cui le persone e le merci raggiungono i luoghi più remoti del continente.

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Le parole per dire «autobus» cambiano da un posto all’altro. Io ne conosco almeno otto: autobús, bus, ómnibus, micro, microbús, colectivo, bondi, camión (in Messico). L’autostazione è la terminal, al femminile, ma in Cile si chiama rodoviario. Il biglietto è boleto, billete, tiquete, pasaje.

La ricchezza linguistica è un segno d’importanza. Ci sono paesi come la Bolivia dove le auto private sono rare, eppure tutti si spostano. La rete di trasporti è capillare: se non c’è il bus puoi prendere un minibus o un autito, un taxi condiviso. Arrivando alle sei del mattino a Los Altos, alle porte di La Paz, ci si trova imbottigliati in un gigantesco ingorgo di autobus, minibus e taxi da cui scendono manovali diretti a qualche cantiere e donne in abiti tradizionali cariche di fagotti. C’è un fermento che trasmette un senso di vitalità, nonostante i cani randagi che vagano nel traffico, la spazzatura impigliata nei cespugli e le case di mattoni non finite che si stendono a perdita d’occhio.

Le autostazioni della Bolivia e del Perù sono molto rumorose. Gli impiegati delle compagnie di trasporto urlano le destinazioni – «Arequipa, Arequipa, Arequiiiipa!» – per attrarre i clienti. Per accedere alle piattaforme di partenza si paga una piccola tassa, chiamata derecho de terminal, e gli unici che non lo sanno sono gli stranieri. A Sucre, in Bolivia, i bagagli vengono calati con una corda dalla balconata del primo piano e bisogna stare attenti per non prendersi una valigia in testa. In Argentina è tutto più ordinato e tranquillo, ma a Buenos Aires la stazione dei bus del Retiro è circondata dalla Villa 31, una delle baraccopoli più grandi del paese. Dal terminal si vedono le case malandate e le strade dove neppure la polizia osa entrare.

Per via delle grandi distanze molti autobus viaggiano di notte. In inverno può fare molto freddo o molto caldo, a seconda se il riscaldamento è acceso o spento, e non c’è modo di sapere come andrà. Alcune compagnie di bus a lunga percorrenza ti danno qualcosa da mangiare, altre non ti danno niente, e non c’è modo di capire come funziona (o almeno, io non l’ho capito).

A me piace viaggiare così. Ogni volta che salgo su un autobus sento che sta per cominciare una nuova avventura. Andrò in un posto che non ho mai visto, conoscerò altre persone, vedrò altri paesaggi. I contrattempi non mi disturbano più di tanto, anzi, spesso diventano lo spunto per un racconto.

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Il fatto che siamo fermi da più di un’ora nelle campagne di Córdoba non mi preoccuperebbe se non avessi una presentazione alle sei. Il meccanico, arrivato poco fa con un pick up, non riesce a riparare il guasto. Pare che il tubo di ricambio che ha portato non sia quello giusto. L’autista ci fa salire sul bus di un’altra impresa che fa lo stesso tragitto. Non è diretto, ferma in tutti i paesi. Arriveremo alle cinque, se tutto va bene.

Ieri un amico di Córdoba mi aveva raccomandato: «Parti presto, l’autobus si può rompere». Ed ecco, è successo veramente. Un passeggero mi dice che conviene viaggiare di notte, perché i mezzi usati in quella fascia oraria sono più affidabili. «Però – aggiunge abbassando la voce – il suo amico è stato un po’ un ave de mal agüero», un uccello del malaugurio.

Sulle tracce di Laura Salvai

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Quando gli ho detto che sarei andata a Berrotarán a cercare notizie di una mia prozia, Hernan ha esclamato di slancio: «Ti accompagno». Lui è di origini italiane e l’anno scorso ha viaggiato per le Marche, la terra dei suoi antenati. Ci diamo appuntamento a Manfredi, dove vive, e partiamo con la sua auto. Sono le sette del mattino, i colori dell’alba sono spettacolari. Il sole sorge dietro le case del paese con riflessi gialli e arancioni.

LauraSalvaiZiaPer me che sono nata in Piemonte la provincia di Córdoba ha qualcosa di familiare. Ci sono tante macchine agricole, paesi con grandi silos e campi a perdita d’occhio, con le montagne sullo sfondo. I luoghi assomigliano a quelli in cui sono cresciuta. Qui emigrò la sorella di mio nonno, che si chiamava come me, Laura Salvai, e proveniva da Baudenasca, una frazione di Pinerolo. Continua a leggere

Musica da camera

Horacio, chitarrista e insegnante di musica, conosciuto all'ostello AlvearA Córdoba sono tornata all’ostello Alvear sapendo che ci avrei ritrovato Horacio. Eravamo d’accordo di rivederci qui per il suo compleanno, il 26 luglio. Sono arrivata con sei giorni di anticipo, attraverso le Ande e il confine con il Cile. Sul bus notturno da Mendoza gli avevo mandato un sms: «Arrivo domani». Horacio aveva visto il messaggio solo al mattino. «A che ora arrivi?» mi ha scritto. Ho risposto: «Sono già qui!». Ero seduta in una poltrona dell’ostello, davanti alla porta della sua camerata. È uscito, ci siamo abbracciati. «Quanto tempo!» ha detto lui, ma era passato soltanto un mese e mezzo dall’ultima volta che ci eravamo visti. Sembrava tanto perché ero andata fino in Perù. Continua a leggere

La magia di Purmamarca

Avevo sentito dire che Purmamarca è bella, ma non mi aspettavo che fosse così bella. Mentre l’autobus si avvicina al paese mi sfugge un urlo di meraviglia. Sui due lati della strada si ergono formazioni rocciose color ocra e ruggine, corrugate e punteggiate di catcus. Il Cierro de los Siete Colores (la montagna dei sette colori), sulla sinistra, splende di sfumature, dal bianco al verde al rosa. Sono le cinque del pomeriggio e la luce è stupenda. Continua a leggere