A Caraíva dopo il temporale

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Il bus per Caraíva parte alle sette del mattino dal centro di Arraial D’Ajuda, poco oltre il Bar Clandestino. Ha appena smesso di piovere. Per diverse ore un temporale tropicale ha sconquassato le palme rovesciando torrenti d’acqua per le strade. La cittadina si sta svegliando, i commercianti spazzano via il fango e le foglie morte davanti ai negozi.

Il bus è in ritardo di mezz’ora. Forse non passerà. Un uomo accanto a me commenta: “Siamo a Bahia”.  Questa è la terra del candomblé, della cultura afrobrasiliana, delle percussioni e delle danze. Non ci si aspetta che i bus siano in orario. Tendo l’orecchio ogni volta che sento un motore arrancare dietro la curva, ma arrivano solo mezzi che vanno da altre parti. Eppure io ho fede. Dai miei viaggi ho imparato che in Sudamerica i bus passano sempre.

E infatti eccolo che arriva, un vecchio rottame rauco della Aguía Azul, la linea di trasporti locale. L’autista dice che ci vorrà più del previsto. La strada sterrata è in cattive condizioni a causa del temporale. Partiamo. Il bus ballonzola sulle buche, slitta sul fango, dribbla le pozzanghere sulla strada di terra rossa che si inoltra nel verde della foresta pluviale. Lungo il percorso salgono donne e uomini del posto. Nessun turista oltre me. Dove andranno? Non sembrano tipi da spiaggia.

Dopo circa un’ora ci fermiamo davanti al Terravista, un villaggio turistico a cinque stelle con campo da golf. Il bus si svuota. Tutte quelle persone lavorano là, come addetti alle pulizie, camerieri, giardinieri. Una folla di neri e mulatti al servizio dei gringos dei viaggi organizzati.

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Anch’io sono una gringa. Arrivo da un paese ricco, sono qui in vacanza e non parlo il portoghese. Mi arrangio con le parole che imparo via via. Ora per esempio vorrei dire all’autista di farmi scendere alla Praia do Espelho. Visto che il viaggio sta durando un’eternità, preferisco andare fino a Caraíva a piedi. Sono dieci chilometri lungo la spiaggia.

L’autista non è d’accordo. Alza due dita e dice qualcosa che non capisco. Gli chiedo di ripetere più adagio. Dice che non posso andarci sozinha, da sola. Bisogna essere almeno in due.

Quando il bus finalmente arriva a Caraíva sono le undici passate. Ci abbiamo impiegato quasi quattro ore invece che due e mezzo. Il posto è bellissimo. Si prende una barca per attraversare il fiume. Dall’altra parte non ci sono auto, solo carretti trainati dai muli.

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Oltre la zona più vicina al paese, occupata dai bar e dalle bancarelle di cibo, la spiaggia orlata di palme si stende a perdita d’occhio per chilometri, completamente deserta. Nessun essere umano in vista tranne un pescatore con una lenza. Cammino da sola fino alla Lagoa do Satu, un lago di acqua dolce tra la spiaggia e la foresta. Quando torno indietro, tre ore più tardi, il pescatore ha preso quattro pesci.

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L’autista del bus che mi riporta ad Arraial è lo stesso del mattino. Mi chiede se ho fatto la gita lungo la spiaggia. Gli dico di sì, ma ometto di confessargli che ci sono andata sozinha.

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Il paradiso di Salgado

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È stato a Belo Horizonte, una città brutta in cui ero di passaggio, che mi è venuto in mente Sebastião Salgado. Sono entrata per caso in un museo che esponeva alcune sue fotografie, grandi opere in bianco e nero che ritraggono con uno sguardo epico le tragedie del Novecento: guerre, migrazioni, carestie. Molte di quelle immagini le avevo viste nel film di Wim Wenders, Il sale della terra, che racconta la storia di Salgado, il suo lavoro, i suoi viaggi e il sodalizio professionale e artistico con la moglie Lélia Wanick. Il film si conclude con il grande progetto avviato dalla coppia una ventina di anni fa: l’Instituto Terra, creato sui terreni di proprietà della famiglia. La sfida era di piantare e far crescere una foresta in quel luogo brullo, reso sterile dal disboscamento selvaggio. Mi ero commossa nel vedere gli effetti di quell’impresa titanica: un deserto trasformato in un paradiso verde, con fonti d’acqua e animali.

Leggendo le didascalie della mostra ho scoperto che Salgado è nato proprio in questo stato del Brasile, il Minas Gerais, in una cittadina chiamata Aimorés. La cerco su Google Maps: è a 500 km da Belo Horizonte in direzione est, verso la costa atlantica. “Potrei andarci” ho pensato. Ho comprato il biglietto del bus notturno e sono partita.

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Ad Aimorés tutti sanno dov’è l’Instituto Terra. Seguo le indicazioni: sempre dritto, poi a sinistra sulla passerella che oltrepassa la ferrovia. In basso sfrecciano treni merci pieni di minerali. Cammino per altri dieci minuti fra case non finite e rifiuti abbandonati. L’Instituto Terra è là, al fondo della strada. L’uomo alla reception mi chiede un documento e mi fa entrare. Non si paga niente.

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Dentro è un mondo a parte: giardini ben curati con piante di ogni tipo, edifici sparsi nel verde, stagni, sentieri, cestini per la raccolta differenziata. I fianchi delle montagne circostanti sono ricoperti da una fitta foresta che si estende per settemila ettari. Sembra impossibile che qui vent’anni fa non ci fosse altro che terra brulla.

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I vivai sono in una zona vietata ai visitatori, ma nessuno mi caccia via quando mi spingo fin là. Gli uomini che ci lavorano mi salutano cortesemente. È lì, sotto le serre, che vengono seminate e coltivate le piante che poi verranno messe a dimora nei terreni della zona. Finora sono stati piantati quasi sette milioni di alberi.

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Al culmine della fama e della carriera, Salgado e sua moglie hanno voluto investire in questo progetto che dà lavoro e speranza a un’intera comunità. È stato bello vederlo con i miei occhi. Il viaggio in bus da Belo Horizonte è durato undici ore, ma ne è valsa la pensa.

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All’ombra del Redentore

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Per salire al Cristo Redentore, la famosa statua di trenta metri che sovrasta Rio de Janeiro, mi sono aggregata a un tour dell’ostello. Era il mio secondo giorno, stavo ancora lottando con il fuso orario e non volevo faticare. Tra l’altro, quella statua neanche mi piace, mi sembra uno di quei simboli che si usano per marcare il territorio, come a dire: “Siamo cristiani e qui comandiamo noi”.
Leonardo, il brasiliano trentenne che ci fa da guida, la pensa più o meno come me, e anche Moh, un analista finanziario del Cairo. “Ma io non conto” dice. “Sono musulmano”.

La statua fu costruita tra il 1926 e il 1931 per iniziativa del Circulo Católico di Rio, che lanciò una raccolta fondi tra i fedeli. Fu realizzata da uno scultore franco-polacco, Paul Landowski, da un ingegnere locale, Heitor da Silva, e da uno scultore rumeno, Gheorghe Leonida, che modellò il volto. È considerata una delle sette meraviglie del mondo, forse per lo sforzo tecnico che fu necessario per farla stare in piedi. Piaccia o non piaccia, vale la pensa andarci perché da lì il panorama è meraviglioso: la città bianca si stende davanti all’azzurro del mare, fra il verde delle montagne a pan di zucchero che riemergono nella baia a formare decine di isole.

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La statua attrae visitatori da ogni parte del mondo. Per molti è una meta di pellegrinaggio.
Un uomo sulla cinquantina con un borsello a tracolla viene con passo deciso verso di noi e si rivolge a Leonardo in inglese: “Come si dice ‘grazie Gesù’ in portoghese?”.
“Obrigado Jesus”.
L’uomo gli stringe la mano e la scuote con foga. Ha un forte accento americano: “Sì! Dillo di nuovo!”.
Leonardo esita, ha capito dove vuole andare a parare.
“Dillo di nuovo!” lo incalza l’altro. “Gesù è il redentore! Grazie, Gesù!”
Fa un cenno verso Moh e me, come per cercare alleati, ma noi ci limitiamo a fissarlo con facce di pietra.
Si rivolge di nuovo a Leonardo: “Anch’io sono una guida. Porto in giro i gruppi di cristiani”.
Me lo immagino proprio, mentre spiega che il mondo è stato creato cinquemila anni fa, come dice la Bibbia, e che Dio ha disseminato qua e là le ossa di dinosauro per mettere alla prova la nostra fede.
Nessuno di noi gli dà corda, nessuno vuole ripetere “grazie Gesù”. Finalmente se ne va. Lo rivediamo poco dopo mentre catechizza un altro malcapitato, un braccio sulla sua spalla, la voce convinta.
“Andiamocene in fretta, prima che ci agganci di nuovo” dice Leonardo.
Fuggiamo giù per le scale mobili, lontano dal predicatore.

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La prossima tappa è un altro simbolo religioso, la cattedrale di Rio, un mostro di cemento armato a forma di cono progettata negli anni Settanta da un allievo di Niemyer, l’architetto che ha plasmato il volto di Brasilia. Fuori è greve, opprimente, dentro è buia, senza allegria, nonostante le vetrate colorate a tutta altezza. Mancano le finestre, manca la luce.

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Poco oltre la cattedrale una lunga fila di persone è seduta su un muretto basso. Sono in prevalenza uomini, in prevalenza neri.
“Che cosa aspettano?” chiedo a Leonardo.
Mi fa cenno di guardare a destra. Arrivano due suore vestite con un saio bianco bordato di azzurro, come madre Teresa. La folla di colpo si anima. Tutti cominciano ad agitare le braccia senza alzarsi dal loro posto. Le suore distribuiscono qualcosa, in ordine di arrivo e solo a chi è seduto.
“È un buono per un pasto, per molti di loro l’unico della giornata” spiega Leonardo. “Aspettano qui per ore, ma non c’è n’è per tutti. Sono troppi”.

Al di là del trionfalismo dei simboli religiosi, la realtà mostra il suo volto crudo e contraddittorio. Quelli che sono rimasti esclusi dalla distribuzione di buoni pasto, o perché arrivati troppo tardi o perché hanno cercato di scavalcare la fila, se ne vanno con gesti di disappunto.
Ho pensato alle due suore con il saio bianco, a quanto è difficile il loro ruolo.

Un pomeriggio qualunque a Foz

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Al pomeriggio, dopo la visita alle cascate dell’Iguazú, ci sono le escursioni facoltative, che io non ho comprato. Chiedo alla guida turistica di lasciarmi a Foz do Iguaçu, la prima città oltre il confine brasiliano. Con me scendono Matias, un argentino di Santa Fé di 38 anni, e Mark, un londinese di 24 anni. C’è il sole, il cielo è azzurro e nessuno di noi ha voglia di tornare in albergo, un casermone anonimo in mezzo al nulla.

Camminiamo insieme per le strade senza una meta. La città non è niente di speciale, e proprio per questo mi pare interessante. È un sabato pomeriggio qualunque, ci sono i negozi aperti, qualcuno per strada ci saluta. Tutti si accorgono che siamo stranieri.

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