Nel deserto con Pablo

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Solo a una gringa come me poteva venire in mente di fare una passeggiata nel deserto, senza cappello, sotto il sole implacabile delle due del pomeriggio. Le poche persone che incontro, in macchina o in moto, gesticolano per farmi capire che dovrei coprirmi la testa. Sì, ma con cosa? Ho lasciato tutto nello zaino. Dopo tre quarti d’ora di cammino sono morta di sete e di insolazione. Mi fermo sotto la tettoia di un chiosco per riprendermi. Mi sembra di comprendere per la prima volta in vita mia l’importanza dell’ombra. E la limonata fresca non mi era mai sembrata così buona.

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Davanti a me si stende il deserto La Tatacoa, con i suoi labirinti e pinnacoli scavati dal vento e dalla pioggia. Qui la terra è grigia. Più a ovest, verso Villavieja, il colore dominante è l’ocra. Dal punto di vista scientifico non è un deserto ma un bosco secco tropicale punteggiato di cactus e di altre piante spinose. Comunque sia, fa un caldo boia. Ci saranno 45 gradi. E non un albero che faccia ombra.

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La donna del chiosco si chiama Alicia. Ci siamo presentate, certo: mai lasciarsi sfuggire un’occasione per fare due chiacchiere, meno che mai nel deserto. Alicia vende bibite alle poche auto di passaggio. Io stendo le gambe sulla panca di bambù. Non credo che me ne andrò tanto presto. Il sole continua a picchiare duro.

Una nuvola di polvere in lontananza annuncia l’arrivo di una moto. Un uomo sulla sessantina, scuro di capelli e di pelle, parcheggia e viene verso di noi con una borsa  a tracolla.
“Muy buenas tardes”.
“Buenas”.
Mi osserva con curiosità. “Y usted, la gringa, de donde nos visita?”.
“De Italia”.
Ridacchia e va a sedersi all’altro tavolo. Tira fuori un quaderno a quadretti e prende appunti, mentre Alicia gli detta ordini che non capisco.
“E poi voglio quello con la foto del deserto… Quello che dice…”
“…Siamo nel deserto, risparmiamo l’acqua”.
“Esatto. Però con la foto, mi raccomando”.
“Sì, me lo sono segnato. Altro?”.
“Due ‘Bagni’. E uno ‘Vietato l’accesso ai cani’. Non li sopporto, i cani. Mi spaventano le galline”.

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La curiosità mi divora. “Lei è un grafico?” chiedo all’uomo.
Ride. “Diciamo… pubblicitario”.
Si chiama Pablo e stampa cartelli di ogni tipo, su qualunque supporto: carta, plastica, lamiera. Le insegne dei locali che offrono cibo e ospitalità nel deserto le ha stampate quasi tutte lui. È un lavoro che si autorigenera. Dopo qualche mese è tutto da rifare: il sole sbiadisce le scritte e il vento squassa i cartelli, persino quelli di metallo.
“Vado a trovare qualche cliente. Vuoi venire con me?” mi chiede all’improvviso.
Ho un attimo di esitazione. Non è prudente andare in giro con uno sconosciuto. Ma una voce dentro di me, quella che mi ha accompagnato allegramente per tutto il viaggio, mi grida “vai, vai!”. Pablo è il tipo di uomo con cui mi diverto di più: brillante, dall’intelligenza rapida, dotato di senso dell’umorismo. Saluto Alicia e vado via in moto con lui.

Mentre guida con cautela sulla pista piena di buche, Pablo mi racconta la sua storia. Si guadagna da vivere da quando aveva tredici anni. Ha fatto di tutto, dal raccoglitore di cotone al camionista, dal venditore di jeans alla guardia del corpo, più una serie di altre cose che spero di non aver capito bene. Ha avuto tre figli da tre donne diverse e ora vive a Neiva con la madre, che ha appena quindici anni più di lui.

Ci fermiamo in una baracca lungo la strada. Si chiama Las Brisas, offre amache per la notte e cibo a pranzo. La famiglia allargata è radunata sotto la tettoia, all’ombra, sulle sedie a dondolo: due donne, due uomini e un bambino di due anni. Vogliono sapere se io e Pablo siamo fidanzati.
“No, è una gringa che ho raccattato da Alicia” dice lui.

Nel deserto vivono una cinquantina di famiglie che in passato si dedicavano soprattutto all’allevamento delle capre. Con la creazione del parco regionale e la crescita del turismo, molti si sono trasformati in albergatori e ristoratori. Le strutture sono molto spartane: baracche con il tetto di lamiera, tavolacci coperti di tela cerata e galline che razzolano sulla terra battuta.

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Quelli della Brisas vogliono un cartello più grande e più vistoso, per attrarre più turisti. Pablo prende appunti sul suo quaderno a quadretti. Nel tragitto fra un cliente e l’altro si ferma nei punti panoramici per consentirmi di ammirare il paesaggio. Ci scattiamo delle foto l’un l’altro, ridiamo. Lo sapevo che mi sarei divertita.

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Alle sei il sole cala dietro le montagne. Mentre Pablo beve l’ennesima birra con un cliente, io fotografo la sua moto contro il cielo al tramonto. Sembra un insetto misterioso. Più tardi, quando ci separiamo, chiedo a Pablo il suo biglietto da visita. Lui fruga nella borsa e mi tende un adesivo con la scritta “parasoles”.
“Tende da sole?” chiedo, confusa.
Ride. “Te l’ho detto che faccio un po’ di tutto”.

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La resurrezione di Medellín

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Ciro aveva dodici anni quando tremila uomini armati – soldati, poliziotti e paramilitari – attaccarono il suo quartiere dalla terra e dal cielo per annientare i gruppi guerriglieri che vi si nascondevano. L’operazione, chiamata Orione, durò due giorni e provocò 14 morti e oltre 300 desaparecidos, in gran parte fra la popolazione civile. “Sparavano dagli elicotteri e portavano via gli uomini dalle case” ricorda Ciro. Continua a leggere

Ai confini con il Venezuela

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Lungo la strada per Uribia ci sono moltissime bancarelle rudimentali che vendono benzina in taniche o bottiglie di plastica. Il prezzo è tre volte più basso di quello ufficiale. Chi ne ha bisogno accosta e si rifornisce con un imbuto. È benzina di contrabbando che arriva dal Venezuela, un paese dilaniato da una grave crisi economica e politica. Il confine è a pochi chilometri di distanza e i guidatori di pick up fanno la spola carichi di combustibile, a rischio della vita.

“Se non avessimo la benzina a quel prezzo, tutto si paralizzerebbe” mi dice l’autista del taxi collettivo su cui sto viaggiando. In questa zona gli autobus sono poco frequenti e non arrivano dappertutto. Una fitta rete di auto, jeep e mototaxi privati supplisce alla carenza di trasporto pubblico. Continua a leggere

Arrivo lento a Cartagena

 

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La stazione degli autobus di Cartagena è molto distante dal centro. Quando arrivi, non sei veramente arrivata. C’è ancora un’ora in taxi, oppure un’ora e mezza con il Metrobus, un nome pretenzioso per una navetta scalcagnata che procede a passo d’uomo, fermandosi continuamente per raccattare passeggeri. È talmente lenta che il bigliettaio, un ragazzino, riesce a corteggiare le ragazze per strada e a concordare appuntamenti mentre il mezzo è in marcia. L’autista si affaccia dal finestrino, saluta amici per strada, incita i passeggeri a salire con il suo colorito accento afrocaraibico. Un uomo sale con due sacchi di patate sulle spalle e li sistema come può sul pavimento. Un altro canta battendo una latta vuota della vernice. Continua a leggere

Caduta noci di cocco

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A Santa Marta la cocaina si vende a 12.000 pesos al grammo, meno di quattro euro. Molti stranieri vengono qui per questo. Sulle pareti dell’ostello c’è un cartello che dice: “Vietato introdurre droga”. Alla sera gli spacciatori escono a caccia di clienti. Ti fermano per strada: “Ho tutto quello che vuoi”.
La città in sé non ha grandi attrattive. La sua spiaggia, stretta fra il porto turistico e il porto commerciale, non è il posto ideale per fare il bagno. Il centro storico è piccolo e trascurato. Ciò che affascina è la vita di strada. Ovunque ci sono negozi, bancarelle, carretti e persone con grandi borse che vendono di tutto: acqua, frutta, schede telefoniche, vestiti, cibo fritto o grigliato. Nel caldo afoso dei Caraibi, tutti si danno da fare per vendere qualcosa. Un uomo anziano solleva un cucciolo di cane verso i finestrini della buseta. Ne ha altri quattro nella cesta. Li regala. Continua a leggere

A Bogotà e oltre

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Ogni volta che arrivo in una grande città che non conosco, la prima sfida è capire come muovermi. Nelle città piccole posso andare a piedi, ma in metropoli di diversi milioni di abitanti come Bogotà devo imparare subito a prendere i mezzi pubblici. Come i bambini che stanno imparando a camminare, comincio a esplorare i dintorni del mio “luogo sicuro”: l’ostello. Cerco di capire dove si trovano le fermate e come funzionano i bus. Ne prendo uno per andare in un posto che mi interessa. Chiedo informazioni ai passanti o agli altri passeggeri tante volte quante mi sembra necessario. La faccia tosta aiuta. Saper parlare spagnolo anche.

A Bogotà la percezione è alterata dal fatto che tutti, anche le persone del posto, dicono che è pericolosa. Ci sono quartieri tranquilli e zone in cui non bisogna andare, soprattutto dal tardo pomeriggio in poi. Ma i confini di queste zone a rischio non sono chiari. E così tu il primo giorno scendi dal tuo bus a pochi isolati dalla piazza della cattedrale, una destinazione innocente, e ti ritrovi in un quartiere di case fatiscenti e negozi di merci a poco prezzo. Ti guardi intorno disorientata chiedendoti se quella è una strada in cui NON dovresti passare. Ma ormai sei lì continui a camminare, e ti accorgi che nessuno fa caso a te. Tieni lo zainetto sul davanti e impari a muoverti “con cuidado, pero sin miedo”, con attenzione, ma senza paura. La paura uccide il piacere del viaggio.

Bogotà ha quasi otto milioni di abitanti ed è molto estesa. L’autobus che va verso Villa de Leyva, una cittadina coloniale a 160 km di distanza, impiega quasi due ore a lasciarsi alle spalle i quartieri di periferia. Poi il paesaggio cambia: montagne verdissime a perdita d’occhio, con vallate spettacolari e piccoli paesi lungo il tragitto. Anche se ci arrivi di notte, come è capitato a me, Villa de Leyva è sicura, non c’è nessun pericolo. Ci sono molti turisti arrivati per il fine settimana, in gran parte colombiani. Gli stranieri come me sono pochi.20170709235619

La domenica, sazia di architetture coloniali, mi lascio attrarre dal richiamo di un altoparlante in lontananza. Lo seguo e mi ritrovo fuori città, in uno spiazzo coperto da una tettoia affollato di gente del posto: uomini con cappelli da cowboy, famiglie con bambini, coppie giovani. C’è una mostra equina con esibizioni di cavalli, il pubblico applaude e incita i concorrenti. Resto lì affascinata a godermi quello spettacolo che non capisco. Osservo, ascolto, annuso gli odori dell’aria, mi immergo nella folla e mi dimentico dello zainetto che porto sulle spalle. C’è una luce fantastica e io mi rendo conto che sono solo cinque giorni che sono in Colombia. Cinque giorni, e già mi sembra di aver scoperto un mondo.20170710010350

Colombia dalle Ande ai Caraibi

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A Bogotà ho avuto finalmente il tempo di pensare al mio itinerario di viaggio. A Torino non ce l’avevo fatta. Ho traslocato a giugno e fino all’ultimo sono stata sommersa dagli scatoloni e dalle seccature burocratiche. Non ero riuscita a pianificare niente. Sapevo solo che a spingermi in Colombia erano i racconti dei viaggiatori che avevo incontrato due anni fa in Sudamerica: tutti mi avevano detto che era un paese bellissimo. E io avevo due desideri: tornare sotto il cielo delle Ande e andare ai Caraibi.

Delle Ande avevo nostalgia. I vulcani, gli altipiani e le lagune d’alta quota che avevo visto nel mio viaggio precedente continuavano a tornarmi in mente, come un richiamo. E i Caraibi erano il sogno dei miei pomeriggi di bambina, quando nell’afa estiva della Pianura Padana immaginavo avventure di pirati sui libri di Salgari.

E dunque eccomi qui, di nuovo sotto il cielo delle Ande. Da Bogotá andrò verso nord lungo la Cordigliera orientale, fino alle spiagge bianche e alle acque turchesi della costa caraibica.  E poi scenderò verso sud, incontrando deserti, piantagioni di caffè, rovine precolombiane, centri storici coloniali e città belle e brutte, come Bogota, che è tutte e due le cose insieme, e anche un po’ pericolosa, ma stasera mi è sembrata bellissima con la luce del sole al tramonto che esaltava il verde delle Ande e il rosso delle nuvole.

Il mio viaggio è appena iniziato, sono curiosa di scoprire come sarà.

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