In prigione sul Baltico

Patarei01Con le sue torri medievali Tallinn è molto carina, ma arriva il momento in cui ci si stanca dei gruppi di turisti e dei figuranti in costume che affollano la città vecchia. Sulla via principale due ragazze vestite da boia distribuiscono volantini pubblicitari sul Museo degli strumenti di tortura. Sembrano uscite dal cartone animato di Robin Hood. Tutto bello, ma un po’ finto.

Esco dalle mura e scendo in direzione del porto, alla ricerca di posti più solitari e più veri. Nei pressi del mercato del pesce comincia un sentiero che corre lungo il mare. Un cartello indica che è stato aperto da poco, abbattendo cancelli e fortificazioni di cemento armato. Si chiama Beeta Promenaad. È un percorso grezzo, pieno di graffiti e di spuntoni di ferro arrugginito, ma la vista sul porto e sul golfo di Tallinn è stupenda. I visitatori sono invitati a godersi questa passeggiata «costruita con molta cura e amore».

Patarei02Il sentiero passa sotto un arco di pietra sormontato da una torretta e fiancheggiato da una recinzione di filo spinato. Subito dopo ci si ritrova a camminare lungo il muro esterno di una gigantesca fortezza con pesanti sbarre alle finestre. L’edificio è in rovina, ma ancora minacciosamente imponente. Che cosa sarà? Seguo una freccia dipinta su un muro e mi ritrovo in un cortile infestato dalle erbacce. Dentro una baracca di legno una donna sui sessant’anni con un fazzoletto in testa vende i biglietti d’ingresso, 3 euro. Le chiedo che posto è questo. Dice che è la fortezza di Patarei, costruita nel 1828 dallo zar Nicola I di Russia per proteggere la rotta delle navi dirette a San Pietroburgo e usata a partire dal 1919 come prigione. Negli anni dell’occupazione sovietica (1944-1991) era gestita dal Kgb, che vi rinchiudeva gli oppositori politici.

Per entrare devo vincere la mia repulsione per i luoghi degradati. Ci sarà una puzza tremenda, penso, e tanto squallore. Avanti, poche storie! Volevo un posto vero? Eccolo.

Patarei04Le celle al pianterreno sono talmente umide e buie che riesco a malapena a gettarci un’occhiata. Ai piani superiori la situazione non è migliore, perché le finestre piccole e chiuse dalle sbarre non lasciano passare molta luce. Ci sono alcune brandine coperte da materassi luridi. Il pavimento è cosparso di calcinacci. Qua e là si vedono vecchie scarpe spaiate, stracci, scatole marce, fogli di carta. La soglia di una stanza è invasa da un cumulo di telefoni rotti e di macchine da scrivere sfasciate di epoca sovietica. Al fondo del lungo corridoio si apre una sala operatoria con lettini e strumenti sanitari ricoperti di polvere. In ogni angolo ci sono lattine e bottiglie di birra abbandonate di recente. Più che un museo, sembra un posto usato per i rave party. Non è stato né ripulito né ristrutturato, il che contribuisce a rendere ancora più tangibile il senso di desolazione.
Nel cortile ci sono i gabbiotti di cemento in cui i prigionieri trascorrevano l’ora d’aria, una crudeltà dell’epoca staliniana, come la stanza dove gli agenti del Kgb uccidevano le loro vittime con un colpo alla nuca. L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1991.Patarei03

Davanti al muro crivellato di colpi, dipinto di marrone per mascherare le macchie di sangue, rifletto sullo sfortunato destino delle Repubbliche baltiche, contese per secoli da vicini più grandi e potenti: gli svedesi, i polacchi, l’impero russo. Nel 1940, a soli vent’anni dalla conquista dell’indipendenza, furono occupate dai sovietici, che uccisero o deportarono in Siberia decine di migliaia di persone, in prevalenza intellettuali e contadini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre. Un anno dopo, nel giugno del 1941, arrivarono i nazisti, che sterminarono tutti gli ebrei. Nel 1944 l’Armata rossa riconquistò le tre repubbliche, che furono incorporate nello Stato sovietico. Gli orrori di quegli anni sono raccontati nei musei delle occupazioni di Tallinn e di Riga, e nel Museo delle vittime del genocidio di Vilnius, che ricostruiscono le storie di migliaia di persone uccise dai nazisti e dagli uomini di Stalin.

La fortezza di Patarei sarà presto chiusa perché dentro ci sono troppi pericoli, mi dice la donna che vende i biglietti. In effetti i suoi scalini sconnessi, i pavimenti pieni di buchi e le passerelle di legno marcio contravvengono tutte le norme di sicurezza dell’Unione europea. Se verrà ristrutturata perderà il suo fascino selvaggio e la sua caotica sporcizia, ma è difficile, molto difficile, che diventi un posto «carino».