Qualcosa di bello

AnnaLOW«Maestra, ci sarai il prossimo anno?» mi chiedevano i bambini l’ultimo giorno di scuola. Non sapevo che cosa rispondere (chissà dove mi manderanno a settembre!), ma il fatto che mi dispiaccia separarmi da loro è un buon segno. Significa che ci ho lavorato volentieri.

A gennaio, appena arrivata, le maestre della terza mi avevano chiesto di tenere un laboratorio di scrittura. Avevo accettato, ma ero terrorizzata: che cosa gli avrei proposto? Come professionista dell’editoria ho sempre avuto a che fare con adulti: scrittori, giornalisti, studiosi. Ora dovevo trovare un modo per invogliare alla scrittura un gruppo di ragazzini di otto anni. Non c’erano scappatoie, dovevo inventarmi qualcosa di appassionante. I bambini non hanno pietà di nessuno.
«A me non piace scrivere» mi ha detto Orlando il primo giorno.
Ecco. Da dove cominciare?

EneaLOWIn un angolo della classe c’erano le maschere che i bambini avevano costruito durante il laboratorio di arte. Ciascuno si era scelto un animale e l’aveva ricreato con la cartapesta e i colori. Sono partita da lì. Ho scritto una serie di situazioni su dei biglietti di carta ‑ «in cantina», «al centro della giungla», «nel deserto» ‑, li ho messi in un cappello e ho chiesto ai bambini di pescare a caso. Ciascuno doveva mettere il suo animale in quella situazione e scrivere una storia. Lo spunto era divertente e si sono messi subito al lavoro. Quando abbiamo letto le prime stesure, i bambini ridevano, applaudivano, alzavano la mano per commentare. Nelle settimane successive abbiamo fatto un lavoro di editing a gruppi. I bambini leggevano le storie e dicevano che cosa, secondo loro, non funzionava. Insieme si cercava un modo per esprimere meglio un’immagine, un concetto, un passaggio narrativo, evitando le ripetizioni e le ridondanze. Non c’era bisogno di spiegare che, attraverso il processo di revisione, le storie miglioravano. Era evidente.
«Maestra, quand’è che scriviamo?» mi chiedeva Orlando quando mi incontrava in corridoio.

Elisa02LOWTomas era l’unico che non aveva scritto quasi niente. Quattro righe buttate giù tanto per fare. Sembrava che non gli importasse. «Dobbiamo lavorare alla tua storia. Ho un’idea» gli ho detto un giorno. Si è illuminato. Ci teneva, ma non sapeva come andare avanti. Gli ho portato una favola di Fedro, Il lupo e l’agnello, e l’abbiamo usata come spunto. Alla fine ha scritto una storia bellissima su un lupo che vuole mangiare un aquilotto. L’ha letta ad alta voce ai compagni, era contentissimo.

SaraV_LOWQuando è venuto il momento di pensare alle illustrazioni, ciascuno ha scelto un momento della sua storia e l’ha rappresentato con l’aiuto dei compagni mentre io lo fotografavo. Poi con Photoshop ho modificato e arricchito le immagini di particolari con la tecnica del fotocollage. Un’amica illustratrice, Monica Fucini, mi ha dedicato un paio d’ore della sua domenica per insegnarmi qualche trucco del mestiere. Le maestre di classe si sono prodigate in ogni modo per portare avanti il progetto.

Quando ho proiettato le foto ai bambini, la reazione è stata incredibile. Ridevano per la sorpresa, erano felici. Alla fine Tomas è venuto da me con gli occhi brillanti: «Maestra, che bello!».

ElenaLOWDa quelle foto e da quelle storie abbiamo tratto un libro. Il lavoro ha generato un forte senso di appartenenza, sia nelle maestre sia nei bambini: tutti insieme abbiamo creato qualcosa di bello in cui ci rispecchiamo e di cui ci sentiamo fieri.
Più che insegnare, è questo che mi piace veramente.

Il cane del mio psicologo

P3290958tris«Ho capito  perché non ho mai voluto fare l’insegnante» ho detto al mio psicologo non appena sono entrata in studio. La sua cagnetta, un bulldog francese bianco e marroncino, ha emesso un ringhio sommesso dall’angolo sotto la finestra, offesa perché non l’ho salutata. Stava là sulla sua sdraietta  con il muso curvato all’ingiù.
«Buongiorno, Maya» ho farfugliato, e solo allora si è accucciata, pronta ad ascoltare i miei segreti. Mi conosce bene, quasi quanto Fabio, il mio psicologo. Dico «quasi» perché non sempre Maya viene in studio. Avrà altri impegni, non so.

«Bene, cominciamo. Mi parli della sua scoperta» ha detto Fabio, offeso perché l’ho trascurato. Ma no, Fabio non si offende mai. Ha le spalle sufficientemente larghe per sopportare i miei fardelli. Per questo l’ho scelto. È uno psicologo-sherpa. Da diverse sedute lavoriamo sul fatto che mi sono ritrovata a fare la maestra dopo trent’anni di lavoro nell’editoria. Un cambiamento che mi disorienta.

«Non ho mai voluto insegnare perché la classe è lo specchio del mio mondo interiore» ho detto d’un fiato.
Fabio ha annuito: «Questa è una bellissima metafora. Continui».
Non ci riuscivo, avevo un groppo in gola. Ho cominciato a piangere. Fabio mi ha teso un fazzoletto di carta. Ne ha una scatola piena, di quelli pronti all’uso. Io ne consumo parecchi.
«Avanti» ha detto con gentilezza.

Ho preso fiato. Era difficile. «Dentro di me, come in ogni classe, ci sono bambini svegli, intelligenti, creativi, e altri un po’ lenti ma tendenzialmente tranquilli e volenterosi. Poi ci sono un paio di elementi davvero problematici, che assorbono tutta la mia energia e la mia attenzione. Non so come comportarmi con loro, mi fanno sentire incapace».
Dal suo angolo Maya ha lanciato un guaito di empatia.
«Il suo cane mi capisce» ho detto a Fabio.
Lui ha riso. «Mi parli di uno di questi bambini problematici».

Mi è venuto in mente Matteo della III D. A scuola riesce bene, ma è insopportabile. Non la smette un attimo di fare commenti, pernacchie, risatine e battute. Bisogna richiamarlo in continuazione, ma non serve a niente. Dopo pochi minuti ricomincia daccapo. Per i suoi compagni e per me è un vero tormento. Accentra tutta l’attenzione su di sé. So che ha una situazione familiare disastrosa e capisco che ha i suoi motivi per comportarsi così, ma è stancante.
Anche nel mio mondo interiore succede la stessa cosa: le parti più fragili cercano di monopolizzare la scena a scapito delle altre, che pure vorrebbero esprimersi. La scuola mi mette ogni giorno di fronte a questa sfida, e ogni giorno devo trovare un modo per accogliere le difficoltà e il malessere senza farmi travolgere. Ce la faccio, ma mi sembra tremendamente difficile.

Mentre parlo, Maya russa rumorosamente. Deve essersi addormentata sulla sua sdraietta.
«Come si sente?» chiede Fabio.
«Invidio il suo cane».
A fine seduta scopro che Maya dorme acciambellata sulla mia sciarpa, caduta sotto la sedia. Fabio si scusa, cerca di scuotere via i peli. Io dico che non importa e mi avvolgo la sciarpa intorno al collo. È ancora calda, sa di sonno e di cuccia.

Anche questo è un viaggio

none03Mentre spiego alla lavagna come si riproducono le piante, Amrit alza la mano dal fondo dell’aula e racconta che nel suo giardino i peschi sono fioriti. «Sono belli, tutti rosa» dice con gli occhi scintillanti.
È indiano, Amrit, e abita con la sua famiglia in una cascina poco fuori paese. I suoi genitori allevano polli e coltivano frutta e ortaggi. Non so da quanto tempo vivano in Italia, ma Amrit parla e scrive l’italiano perfettamente. È uno dei più bravi della classe, ed è orgoglioso delle sue piante e dei suoi animali. Quando mi incontra in corridoio mi ferma per parlarmi dei pulcini, del frutteto, dei fiori che stanno spuntando nelle aiuole.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Da oltre un mese lavoro come supplente in questa scuola elementare della seconda cintura torinese, un paese di fabbriche con i tetti a zig-zag e le torri dell’acqua che svettano come funghi giganti in mezzo ai pioppeti. Per le strade si respira un’aria di abbandono. Gli stabilimenti che un tempo davano lavoro a migliaia di operai sono vuoti e hanno i vetri rotti. La produzione si è spostata altrove, nell’Est europeo o in Cina.
In classe i bambini hanno cognomi piemontesi, calabresi, cinesi, rumeni e marocchini: uno spaccato delle vecchie e nuove migrazioni. I più numerosi sono i calabresi, nipoti degli immigrati arrivati al Nord negli anni del boom industriale, quando in queste zone c’era lavoro per tutti. Sembrano secoli fa. Amrit è l’unico indiano, e a quanto ne so, la sua famiglia è l’unica che lavora la campagna. La cascina in cui vive era stata abbandonata quando i contadini lasciavano i campi per entrare in fabbrica.

Io mi trovo qui per una serie di coincidenze improbabili. Anche se ho un diploma magistrale e una laurea in Lettere, non ho mai pensato di fare l’insegnante. Per trent’anni, finché ne è valsa la pena, ho lavorato come freelance nell’editoria. Alla fine del 2015, stanca della precarietà e dei compensi troppo bassi, ho cominciato a guardarmi intorno e ho scoperto che nelle scuole elementari della provincia mancavano i supplenti. Un lunedì di gennaio ho mandato una cinquantina di domande direttamente alle scuole e il martedì sono stata letteralmente subissata di telefonate. «Siamo disperati», mi dicevano gli addetti alla segreteria, implorandomi di accettare. Non c’era che l’imbarazzo della scelta, ed è stato gratificante sentire che tutti mi volevano.

Prima sono andata in una materna di Chivasso, poi in una scuola elementare della periferia Sud di Torino. La mensa era ottima, il giovedì c’era la minestra di verdura con il farro. Mi piaceva sedermi a tavola con i bambini e ascoltarli chiacchierare.
«Mia nonna in Sicilia ha una casa con quattro balconi»
«La mia in Romania ha una casa con diciotto balconi».
«Mia nonna ha pure un terrazzo».
«La mia ha nove terrazzi e centoventi stanze».
Ai primi di febbraio mi era toccato fare le verifiche di matematica per la fine del quadrimestre. Matteo, orfano di madre da un anno, dopo mezz’ora non aveva ancora cominciato.
«Che c’è? Perché non scrivi?» gli avevo chiesto.
Mi aveva sorriso, stiracchiandosi sul banco: «Voglio tornare all’asilo».
«Anch’io» avevo detto.

none05
Sono contenta di lavorare, ma sto trovando duro. Devo imparare a farmi rispettare, a coinvolgere la classe, a non lasciare indietro nessuno. Se tutti fossero come Amrit sarebbe facile, ma in ogni classe ci sono bambini che mi mettono in difficoltà perché a casa sono abbandonati a loro stessi, o hanno i genitori disoccupati, o vivono in situazioni familiari disastrose.
Leonardo, per esempio, abita con i suoi genitori e tre fratelli in una casa di quaranta metri quadri. A scuola passa il tempo a ridurre a brandelli le gomme e a tirare rigacce sui quaderni.
«Che ti succede, Leo?»
«Sono arrabbiato! Arrabbiato!»
«Perché?»
«Stanotte non ho dormito. Il mio fratellino appena nato piangeva. E poi ho paura»
«Di cosa?»
«Che mia madre faccia un altro figlio»

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Entrare in classe al mattino è come calarsi nella fossa dei leoni. Per farmi coraggio, prima di andare a scuola mi fermo in un bar per leggere il giornale e prendere un caffè. E se mi consolo pensando al viaggio che farò nelle vacanze estive (Vietnam e Laos? Ecuador e Colombia?), cerco anche di rispondere in modo creativo ai bisogni dei bambini e alle sfide che sono costretta ad affrontare ogni giorno.
In fondo anche questo è un viaggio, forse il più difficile che io abbia mai fatto. Al confronto, andare fino in Bolivia con lo zaino in spalla è stato facilissimo.

Cavallo e i suoi

«L’hai già spaccato l’uovo?» mi chiede Raimondo verso le undici del mattino, quando le vie del Balon cominciano a riempirsi. «Sì, ho venduto una copia poco fa» rispondo.
Raimondo sorride con il sigaro spento all’angolo della bocca. È somalo, ma è cresciuto qui a Porta Palazzo. Ha fatto le elementari e le medie con Roberto Cavallo, il proprietario del negozio di abiti usati di via Mameli, e lavora con lui da una vita. Io vengo qui ogni sabato per vendere il mio romanzo. Ho messo il banchetto proprio di fronte al negozio e loro, Cavallo e i suoi, mi hanno adottata.

Cavallo era mio amico su Facebook, ma non ci conoscevamo di persona. Un sabato ero passata di qua e mi ero presentata: «Vorrei mettere un tavolino per vendere i miei libri, come posso fare?». Lui aveva chiamato Marcella, la moglie: «Accompagna questa scrittrice all’Associazione commercianti». Ottenere un posto era stato più facile di quanto avessi immaginato.

Il Balon è il mercato delle pulci di Torino. Qui si vende di tutto, dai pezzi d’antiquariato al ciarpame recuperato nella spazzatura. Per le strade si incontrano persone di ogni parte del mondo: cinesi, pachistani, marocchini, egiziani. C’è una confusione che mette allegria, soprattutto nelle giornate di sole. Se piove Cavallo apre gli ombrelloni. La sua merce è esposta all’aperto, su lunghi appendiabiti di metallo che a fine giornata vengono stipati nel piccolo negozio. Dopo che tutto è stato ritirato non c’è più spazio neppure per uno spillo.

Alto e imponente, Cavallo assomiglia a Gérard Depardieu. Si aggira fra i banchi indossando una pelliccia sintetica da donna o un soprabito di raso da becchino e getta manciate di sale in terra per propiziare le vendite. Ogni tanto ferma un passante e gli ordina di comprare il mio libro. «È bellissimo» dice, e io so che l’ha letto davvero. Conosce i nomi di tutti i personaggi. «Come scrittrice sei brava, ma a vendere non sei granché» mi fa abbassando la voce. E aggiunge che, per avere successo, dovrei scrivere un romanzo intitolato Trecento colpi di minchia. Marcella indica la facciata del negozio con i giubbotti e i pantaloni appesi alle grate delle finestre: «Io ho fatto Cinquanta sfumature di jeans».

Quando è stanco Cavallo si siede accanto a me su una sedia pieghevole e mi racconta di quando aveva diciotto anni e abitava in questo quartiere con Raimondo. Non avevano soldi neppure per mangiare. «Pasta o riso?» era la domanda che si facevano l’un l’altro al momento di cucinare. Non c’era altro. Poi Cavallo era entrato con un amico nel giro dell’abbigliamento usato. Andavano a comprare container di vestiti fino in Guatemala e li rivendevano da Cavallo Pazzo, il negozio che avevano aperto in via Urbano Rattazzi. Me lo ricordo come un posto molto figo che a me, ragazza di provincia, metteva soggezione.

Cavallo racconta che negli anni Settanta Raimondo era uno dei pochi africani a Torino. Se spariva un’autoradio e i passanti accusavano un nero, la polizia andava a cercare lui.
«E tu sei mai stata in prigione?» mi chiede di punto in bianco.
Scoppio a ridere: una domanda così non me l’aveva mai fatta nessuno. E nessuno mi aveva mai mostrato una pistola da duello ottocentesca come quella che Cavallo porta nel taschino. E non avevo mai ascoltato un somalo che parla italiano con il tipico accento di Porta Palazzo, un misto di tutti i dialetti del Sud.

Tra una storia e l’altra le ore volano qui al Balon. Non è che si venda molto, ma io ci vengo per la compagnia.

 

Coinquiline

«Ho trovato una poesia per te» mi grida Ilenia dalla cucina.
Mi alzo dalla scrivania e vado di là. È seduta con le spalle alla finestra, sulla sedia viola accanto al frigo. I suoi capelli ricci risplendono di sfumature rosse nella luce del mattino. In mano ha l’ultimo libro di Mariangela Gualtieri, la sua poetessa preferita. Legge ad alta voce:

Non angustiati – cuore – se il tuo
udire si interrompe
e non c’è un giorno intero
per l’innesto dei tuoi tamburi
col battito potente universale.

La poesia mi commuove, sembra davvero scritta per me. Il mio cuore è angustiato per la difficoltà di trovare la mia strada dopo l’esperienza esaltante del viaggio in Sudamerica. Quasi non riesco più a scrivere. Ilenia lo sa, mi conosce bene. È la mia coinquilina da tre anni esatti.

Nell’autunno del 2012, dopo un anno che vivevo da sola, mi ero messa a cercare qualcuno con cui dividere la casa. Era troppo grande per me e mi spiaceva vederla così vuota. Diverse studentesse mi avevano chiesto di affittare loro una stanza, ma erano tutte troppo giovani e non riuscivo a decidermi.

Un’amica mi aveva detto che Ilenia cercava casa. La conoscevo appena, faceva parte del gruppo di poesia che avevo cominciato da poco a frequentare. Stava lasciando un appartamento in condivisione vicino a corso Valdocco. Le avevo proposto di venire a vedere la casa, le era piaciuta e pochi giorni dopo si era trasferita nella stanza che fino a quel momento avevo usato come studio. Era l’11 novembre 2012, festa di san Martino, il santo dei traslochi. Come oggi.

Vivere nella stessa casa può essere un inferno se non si va d’accordo, e una grande risorsa se ci si trova bene. In questi tre anni ho imparato molto da Ilenia. Apprezzo per esempio la sua generosità e la sua schiettezza: so che mi dirà sempre tutto in faccia, senza ipocrisia. Gliene sono grata. Io non sono altrettanto coraggiosa. Ho paura del conflitto e mi sento in colpa se deludo qualcuno. Ho ancora molta strada da fare.

Condividere casa a cinquant’anni può sembrare un po’ strano, ma io ne sono felice. In questi tre anni ci sono stati momenti di crisi dell’una o dell’altra, problemi esistenziali, sentimentali e lavorativi, idee e progetti sviscerati in centinaia di conversazioni intorno al tavolo della cucina. E tante poesie lette ad alta voce per piacere o consolazione.

Farai il tuo canto. Cuore. A squarciagola.
Stai quieto ora. Tornerà.
Tornerà la giovane parola.

 

Condividere è la parola d’ordine

freelance-day«Ti aspetto nell’atrio» mi aveva detto Laura al telefono. Ed eccola là, con una mela in mano, fra i divani bianchi e arancioni di Toolbox, un’ex fonderia trasformata in uno spazio per il coworking.

Questa fabbrica recuperata dietro il cavalcavia di corso Dante a Torino non è soltanto una bella struttura che offre postazioni di lavoro in affitto, ma è anche un luogo di condivisione di esperienze e di idee. Oggi per esempio c’è il Freelance Day, un evento a cadenza annuale rivolto a tutti i professionisti che lavorano o vogliono lavorare in proprio. La giornata è scandita da interventi su argomenti che spaziano dalla scelta del regime fiscale all’ideazione di un sito web. Contenuti di alto livello offerti gratuitamente.

Mi guardo intorno: i partecipanti parlano fra loro a coppie o a gruppi nella pausa fra un seminario e l’altro. C’è un piacevole clima di accoglienza e di scambio, mi pento di non essere venuta prima. Sono le quattro del pomeriggio e io sono arrivata solo adesso, praticamente a fine giornata.
«Non importa» dice Laura. «Ci sono ancora diversi appuntamenti interessanti».

Guardiamo il programma appeso sulle grandi vetrate che danno sulla strada e decidiamo di andare a sentire L’ABC del sito perfetto per freelance di Francesca Marano. La sala conferenze è piena, il linguaggio è semplice e diretto, le slide chiare ed efficaci. Mezz’ora è sufficiente per comunicare i concetti chiave, per esempio il fatto che il sito deve includere un blog in grado di offrire qualcosa di utile o interessante per il lettore.

Poi c’è il seminario per imparare a usare WordPress, il software che consente di creare e gestire un blog. Gli esperti, tutti fra i trentacinque e i quarant’anni, spiegano passo passo come si procede, soffermandosi per chiarire dubbi e agevolare la comprensione. La loro generosità è sorprendente. Condividono ciò che sanno con competenza e buon umore.

Laura ha fatto lo stesso con me mesi fa. Mi ha aiutata a mettere su il mio blog, fornendomi gli strumenti essenziali per iniziare. E oggi mi ha invitata qui. Io ho sempre pensato che il freelance fosse condannato alla solitudine, e invece scopro che può fare rete, condividere, chiedere e offrire aiuto. Certo, di questi tempi la vera sfida per tutti è portare a casa la pagnotta, ma è bello avere un’occasione per confrontarsi.
Scopro che quelli del gruppo WordPress, una sessantina di persone, si trovano una volta al mese qui al Toolbox. Il prossimo incontro è il 10 novembre. Per iscriversi basta cercare il gruppo WordPress Torino sulla piattaforma Meetup. La prossima volta ci verrò anch’io.

Sul tram che ci riporta in centro facciamo amicizia con Anna, una fotografa di 23 anni che è venuta da Taranto apposta per partecipare agli eventi di questa giornata. Le chiedo dove ha dormito.
«In un bed & breakfast» risponde.
«La prossima volta scrivimi. Se la mia coinquilina è d’accordo ti ospitiamo noi» dico, lasciandole il mio contatto Facebook.
Se la parola d’ordine è condividere, è meglio cominciare subito. Magari non ce la faremo a sopravvivere, ma almeno potremo dire di aver conosciuto un sacco di persone meravigliose. E ne sarà sicuramente valsa la pena.

Quando sono a terra

La riflessologa che mi massaggia il piede dice che sente un blocco sul lato sinistro del mio corpo. «Mi pare di capire che sei molto più severa con te stessa che con gli altri» dice.
Bella scoperta, penso. Sono almeno trent’anni che lo so. Il problema è come venirne fuori.
«Devi premiarti di più» dice lei, come se mi leggesse nel pensiero.
«L’ho fatto. Ho viaggiato per quattro mesi in Sudamerica. E ora, vedi? Sono venuta da te».
Mi guarda e sorride. È bella, la mia riflessologa. Si chiama Bruna ma è bionda, con gli occhi chiari, e ha più o meno la mia età. Ci conosciamo da un paio di anni, ma è la prima volta che mi sdraio sul tappetino di questa stanza profumata di incenso. Le altre volte ci ero passata di corsa per prenotare massaggi da regalare alle mie amiche in occasione di qualche compleanno.

Distesa a terra con le braccia abbandonate lungo il corpo, mi concentro sul respiro e cerco di lasciar andare le preoccupazioni e il senso di colpa. Dovrei spendere il meno possibile in questa fase della mia vita, ma ho deciso di concedermi qualche massaggio per tirarmi un po’ su.

È un periodo di merda. Torino è una città che sta morendo.  C’è poco lavoro, e per giunta malpagato. Ho deciso di rimanere in Italia fino a Natale, per star un po’ con mia figlia che tornerà da Parigi per le feste, ma ogni giorno guardo i voli per tornare in Sudamerica. Ce n’è uno il 3 gennaio a 669 euro. Per arrivare a Buenos Aires fa scalo a Istanbul e San Paolo del Brasile. Scomodissimo, ma almeno costa poco. Da lì potrei andare in Uruguay e cercare lavoro sulla costa per la stagione estiva. Magari a Cabo Polonio, un villaggio sul mare che mi era piaciuto moltissimo. A fine febbraio potrei andare a Montevideo, dove un’amica si è offerta di ospitarmi.

Sospesa fra due mondi, mando curriculum di qua e di là dell’oceano. Quando mi sento molto giù prendo la macchina fotografica ed esco. Cammino per le strade con gli occhi incollati al suolo e fotografo ciò che cattura la mia attenzione: riflessi nelle pozzanghere, foglie morte, oggetti gettati via, segni sull’asfalto. Le immagini vanno ad arricchire una collezione che ho chiamato Terra terra. È un po’ come scrivere: mi fa sentire meglio. Due mesi fa, in Sudamerica, lo sguardo abbracciava paesaggi immensi. Ora il mio orizzonte si è ristretto e io faccio il possibile per spremere da ogni giornata la goccia di bellezza che mi aiuta a tirare avanti.

«Prenditi il tuo tempo per riaprire gli occhi».
Il massaggio è finito, Bruna mi dà dei compiti per le prossime settimane: bere una tisana di camomilla prima di ogni pasto e respirare in profondità con il diaframma per almeno cinque minuti al giorno. Dice che la mia pancia è in subbuglio per l’inquietudine della mente. E come darle torto?

Prima di tornare a casa faccio un salto al parco della Tesoriera. Le chiome degli alberi dai colori autunnali e il cielo azzurro si specchiano nelle grandi pozzanghere lasciate dal temporale di qualche giorno fa. Tiro fuori la macchina fotografica e immortalo una panchina inutile, immersa nell’acqua. Per ora mi accontento dei mondi che il mio sguardo terra terra mi svela, nella speranza di udire presto dentro di me il grido che sfugge ai marinai dopo mesi di navigazione sotto un orizzonte piatto: «Terra! Terra!».