Gli alberi hanno visto

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Provo un po’ di paura quando l’autista del bus mi indica dove devo scendere: è una fermata nella periferia sud di Riga, a lato di una superstrada fiancheggiata da capannoni, concessionarie di automobili e pompe di benzina. Le macchine sfrecciano di continuo, è difficile attraversare. Dall’altra parte dovrebbe esserci il luogo che cerco, il bosco di Rumbula, dove nell’inverno del 1941 le unità di sterminio dell’esercito tedesco uccisero oltre 25.000 ebrei lettoni. Fu uno dei più grandi eccidi dell’Olocausto. I tedeschi lo portarono a termine in due giorni non consecutivi, il 30 novembre e l’8 dicembre, dopo aver evacuato il ghetto di Riga. L’ordine era stato emanato da Himmler per accelerare la Soluzione finale in Lettonia e far posto nel ghetto agli ebrei deportati dall’Austria e dalla Germania.

Rumbula01L’ingresso del bosco è contrassegnato da una scultura di metallo, un albero che sporge i suoi rami sulla strada. Nessuna insegna, nessun cartello. Qua e là ci sono lapidi commemorative e sassi isolati o disposti a gruppi. È un’oasi di silenzio a poche centinaia di metri dal traffico della superstrada. Il posto è bello, armonioso. Mi viene in mente l’aggettivo ameno. Sembra impossibile che abbia potuto racchiudere tanto orrore.

Sono sola. Cammino fra i pini altissimi dal tronco rossiccio. Con un brivido penso che sono gli stessi di settant’anni fa. Hanno sentito gli spari, hanno visto le persone uccise dentro le fosse comuni. Sono i testimoni muti dell’annientamento degli ebrei lettoni.

Per arrivare qui il bus numero 18 attraversa il quartiere russo, dov’era ubicato il ghetto, e passa da Salaspils, nei pressi della ferrovia, dove sorgeva uno dei campi di concentramento di Riga. Molte case del ghetto sono ancora in piedi, mentre la zona di Salaspils è occupata da casermoni popolari di epoca sovietica. Per arrivare a Rumbula gli ebrei di Riga hanno fatto più o meno lo stesso percorso del bus, però ci sono andati a piedi, in pieno inverno, con i soldati tedeschi che sparavano a chiunque restasse indietro, bambini e anziani compresi. Hanno marciato per dieci chilometri, poi, una volta nel bosco, sono stati costretti a spogliarsi, a mettersi in fila sul bordo delle fosse comuni e a sdraiarsi a faccia in giù, con la sola biancheria addosso, sui cadaveri di quelli che erano appena stati fucilati. Il sistema era stato concepito per accelerare il lavoro: le vittime scendevano nella fossa da sole.

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Per realizzare un massacro di tali proporzioni furono impiegati circa 1700 uomini fra soldati, poliziotti del servizio d’ordine e prigionieri di guerra incaricati di scavare le sei fosse. Com’è possibile che nessuno si sia ribellato?

All’inizio degli anni Novanta lo storico statunitense Christopher Browning ha studiato un battaglione di riservisti della polizia tedesca inviato nel 1942 in Polonia per evacuare i ghetti e sterminare gli ebrei. Erano 500 uomini di mezza età di Amburgo con un lavoro e una famiglia, non militari di carriera, eppure solo 12 di loro cercarono di sottrarsi ai massacri, chiedendo di essere assegnati ad altri ruoli. Tutti gli altri si trasformarono in poco tempo in volenterosi carnefici, e non per paura di eventuali punizioni, ma per spirito di conformismo, per ossequio all’autorità e per non essere considerati «femminucce» dai loro compagni.

images-1Il libro di Browning è stato pubblicato in italiano nel 1995 dall’editore Einaudi con il titolo Uomini comuni. Sono stata io a tradurlo. Mentre ci lavoravo ne ero molto turbata: da quelle pagine emerge con grande chiarezza che ciascuno di noi, in determinate circostanze, può trasformarsi in uno spietato aguzzino. Non possiamo sapere come ci comporteremmo se fossimo messi alla prova.

Uomini comuni è uscito da più di vent’anni, eppure è ancora attuale. Dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale ci sono stati altri genocidi in varie parti del mondo. Ovunque si trovano persone disposte a massacrare altri esseri umani. Sono andata a Rumbula per rendere omaggio alle vittime uccise in quel luogo e per esprimere la mia gratitudine nei confronti di coloro che usano la loro intelligenza e il loro sapere per ricostruire il passato e aiutarci a conoscere meglio noi stessi. Nel Museo del ghetto di Riga e dell’Olocausto ho trovato le informazioni che mi servivano, riassunte in modo semplice e accurato su grandi tabelloni corredati di cartine. Qualcuno si è preso la briga di fare quel lavoro, e io gliene sono grata.

Oggi i giovani sono incoraggiati a intraprendere studi scientifici e tecnologici. Le discipline umanistiche sono molto disprezzate: la storia, la filosofia, la letteratura e l’arte sono considerate un lusso inutile e un pessimo investimento. Eppure ne abbiamo disperatamente bisogno per comprendere il passato e il presente. Chi avrebbe scritto la storia del massacro di Rumbula se fossimo tutti ingegneri?