Al museo con il velo e la donna delle locuste

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All’ingresso del museo c’era un cesto con un cartello che diceva: «Se volete provare a indossare un hijab (velo islamico), prendetelo qui e restituitelo alla fine della visita». Ne ho preso uno e me lo sono messo. Era nero e mi copriva completamente i capelli e le spalle. Per due ore ho girato da una sala all’altra vestita come una musulmana osservante. Mi sentivo uguale a prima, con la mia curiosità e le mie insicurezze, la mia fame di conoscenza e il mio senso di inadeguatezza di fronte alla complessità del mondo, ma se mi vedevo allo specchio stentavo a riconoscermi. Ogni tanto qualcuno mi guardava con sorpresa, ma i più mi ignoravano. In Olanda c’è una grande comunità islamica e le donne con il velo sono dappertutto.

VeloNel museo però ero l’unica. Nelle due ore in cui sono rimasta lì nessuna delle visitatrici che ho incrociato aveva raccolto la provocazione di Reinaart Vanhoe, l’artista belga che ha abbinato il velo alla sua installazione esposta al Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. Indossare l’hijian è un modo per partecipare alla sua creazione, un’opera che esplora i simboli visivi dell’Islam nel mondo occidentale.

L’arte ha una funzione fondamentale perché ci spinge a osservare la realtà da un altro punto di vista, costringendoci a riflettere su ciò che tendiamo a dare per scontato. Nella stessa sala un’installazione di Christien Meindertsma espone i vari tipi di stracci usati nel porto di Rotterdam: dagli strofinacci di jeans usati per assorbire i grassi industriali ai ritagli di T-shirt bianche impiegati per pulire le scrivanie degli uffici. I materiali di scarto a cui nessuno di solito presta attenzione diventano il punto di partenza per esplorare una realtà fino a quel momento ignorata: quali tipi di pulizie si fanno in un porto? quali differenze ci sono fra i vari tipi di stracci? da dove arrivano? chi li usa? che fine fanno quando sono sporchi? La creatività spesso scaturisce da una dichiarazione d’ignoranza: «non lo so».

SexDollNel museo dall’altra parte della strada, lo Het Nieuwe Institut, c’è una mostra chiamata The life fair (La fiera della vita). In uno degli stand ti fanno assaggiare vari tipi di insetti. A me sono piaciute abbastanza le locuste, ma la donna che me le ha offerte mi ha detto che non avrei dovuto mangiare le ali. Un pasto completo di vermi liofilizzati costa 3 euro: basta aggiungere un po’ di acqua calda ed è subito pronto. C’è uno stand che offre un servizio di ibernazione in una sorta di freezer a cilindro e un altro che pubblicizza bambole per il sesso in silicone a grandezza naturale: è possibile scegliere il colore della pelle, la taglia delle tette e persino la forma del capezzolo. Uno stand recluta dimostranti violenti per le esercitazioni della polizia antisommossa e un altro reclamizza un profumo chiamato Leaders ispirato a Vladimir Putin. Uno stand presenta un reggiseno collegato a un sensore che si apre solo se capta il «vero amore» e un altro offre un servizio di ricerca del partner basato sull’odore del corpo: bisogna tenere addosso la stessa maglietta per una settimana senza lavarsi né usare il deodorante, poi la si invia all’agenzia che la taglia a pezzi e li manda a una serie di pretendenti. Poco più avanti c’è un progetto di montagne russe per aspiranti suicidi, talmente ripide che la morte sopravviene per deragliamento o per infarto cardiaco.

PutinMentre visitavo la mostra pensavo che si trattasse di uno scherzo, ma la donna delle locuste mi ha assicurato che è tutto vero. Quando le ho chiesto se qualcuno si era già fatto ibernare mi ha risposto che non lo sapeva.

Boh. A me è piaciuto di più girare per le sale con il velo islamico. O vedere la serie di stracci usati nel porto di Rotterdam. Comunque sia, ho passato una mezza giornata divertente senza spendere un centesimo. I musei dell’Olanda sono cari, ma presentando la tessera dell’ordine dei giornalisti posso entrare gratis. Io ci godo ogni volta. In tanti anni quella tessera non mi è mai servita a niente.

Zeeland, la terra strappata al mare

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Sulla spiaggia di Domburg battuta dal vento, sotto un cielo color piombo, Rolf mi spiega che questo è un famoso luogo di villeggiatura frequentato dai tedeschi, oltre che dagli olandesi. Mentre lo ascolto mi frulla in testa un’unica domanda: perché? Ho la giacca allacciata fino al collo e continuo a pensare alle spiagge pugliesi. Fa freddo. A tratti piove. Il paesaggio mi sembra monotono e desolato: distese di sabbia a perdita d’occhio. Nel bosco dietro le dune i faggi crescono contorti. Camminiamo su una pista che si snoda fra gli alberi fino a Westhove, un castello del XIII secolo. Qui è tutto perfetto. Le siepi sono ben potate, ci sono fiori ovunque, i cuscini sulle panchine sono dello stesso colore delle rose nell’aiuola sullo sfondo. Dentro l’edificio principale c’è un ostello che costa solo 19 euro a notte. Mentre ammiriamo il suo giardino esce un raggio di sole. In pochi minuti il cielo diventa azzurro e io comincio a pensare che questo posto mi piace.

MulinoMi trovo nella Zeeland (Zelanda), la provincia più a ovest dell’Olanda. Il suo simbolo araldico è un leone che emerge dal mare. Il motto dice «luctor et emergo», lotto ed emergo. In effetti gran parte di questa terra è stata strappata al mare con un ingegnoso sistema di dighe e bonifiche. Se si guarda una cartina di qualche secolo fa ci si rende conto che le isole e le penisole che la compongono erano molto più piccole. A Neeltje Jans c’è una diga colossale costruita negli anni Ottanta, ma l’arte di contendere la terra al mare è molto più antica. In passato erano i mulini a vento a drenare l’acqua. Le cittadine della Zelanda – Middelburg, Zierikzee, Veere – oggi sono per lo più attrazioni per turisti, ma in passato erano ricchi e attivi centri mercantili, come si può immaginare vagando nei loro sontuosi centri storici. È stata questa zona, sede della più importante Compagnia delle Indie orientali dopo quella di Amsterdam, a dare il nome alla Nuova Zelanda.1024px-1580_Zelandicarum_v_Deventer

Livia e Rolf, gli amici che mi hanno invitata qui, vengono da Essen, nel nord della Germania. Sono ospiti di una coppia che ha comprato e ristrutturato una piccola casa in una frazione di Kamperland, un paesino agricolo vicino a Middelburg. Ci sono piste ciclabili ovunque. Il paesaggio è verde e rilassante. Il posto ideale per passeggiare e chiacchierare con due amici ritrovati.

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Livia è stata mia compagna di scuola dalle elementari alle superiori. Nel 1983, mentre faceva la stagione in un albergo della Liguria per pagarsi gli studi, ha conosciuto Rolf, uno studente di medicina tedesco in vacanza. L’anno dopo si sono sposati. A Essen hanno due figli grandi e due nipotini, e io non sono mai andata a trovarli. Ci siamo trovati qui dopo dieci anni che non ci vedevamo, ma questa volta non è stato un incontro casuale: ci siamo messi d’accordo. Per due giorni Livia e Rolf mi hanno scarrozzata in macchina, mi hanno portata a mangiare il pesce e hanno passeggiato con me sulle terre strappate al mare. Se non fosse stato per loro non avrei visitato la Zelanda e non avrei goduto della loro amicizia. Sono gli incontri, ancora più che i paesaggi, a rendere unici i miei viaggi.

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