I figli lontani

IMG_3599bisAl ponte dell’Immacolata sono andata a trovare mio figlio Simone, che vive sulle colline intorno a Barcellona. È una casa isolata con un orto, un pezzo di bosco e un po’ di spazio intorno. Mio figlio vive lì da oltre un anno con la sua compagna, due cani e cinque gatti. Prima abitavano in città, in un appartamento vicino al mercato di Sants, ma desideravano da tempo un posto in campagna.

Mio figlio ha ventisei anni e si è trasferito a Barcellona quando ne aveva diciannove. Ha fatto un po’ di tutto, dal cuoco in un ristorante al noleggiatore di biciclette. Adesso lavora per una ditta che allestisce strutture per grandi eventi. Lo chiamano quando ne hanno bisogno. Nel tempo libero si dedica alla sua grande passione: costruire e riparare barche di legno. Nel giardino della nuova casa ha trovato lo spazio per tirare su il suo laboratorio, una capanna con gli attrezzi e i materiali da carpentiere. Un posto magico che profuma di legno e di resina.IMG_3611bis

Io e mio figlio ci vediamo una volta o due all’anno. Di solito vado io a trovarlo, perché con tutti quegli animali per lui non è facile muoversi.

Anche mia figlia Anna ha passato molto tempo all’estero: prima in Messico, dove ha lavorato come volontaria in un’ong, poi a Parigi, dove per due anni ha studiato sociologia e antropologia, lavorando in un bar per mantenersi. A settembre si è laureata ed è partita per una lunga vacanza nel sud dell’Europa con il suo fidanzato. L’ultima tappa è stata Barcellona, a casa del fratello.

È lì che ci siamo incontrati tutti al ponte dell’Immacolata: erano quattro anni che non vedevo i miei figli insieme e sentivo il bisogno di stare un po’ con loro. Anche se cerco di non pensarci troppo e di fare la mia vita, a volte mi mancano. Ci sentiamo spesso su Skype e su Whatsapp, ma ogni tanto ho bisogno di un abbraccio dal vivo.

IMG_3601bisNella casa in collina i miei figli con i rispettivi fidanzati mi aspettavano per inaugurare il forno a legna costruito con pietre e argilla presi dal bosco. C’era l’impasto pronto per fare le pizze e il forno funzionava benissimo: il fuoco crepitava e il fumo si addensava in alto sulla cupola, uscendo dal tubo di sfiato. Abbiamo cotto pizze e focacce per tutto il pomeriggio, erano buonissime. Abbiamo fatto una passeggiata fino a La Floresta, il paese più vicino, dove ci sono alcuni bar e la stazione del treno. Mentre camminavamo nel bosco abbiamo sentito un rumore come di cavalli al galoppo: erano i cani, scappati dal recinto, che ci inseguivano per venire con noi. Alla sera ci siamo radunati tutti in soggiorno intorno alla stufa per chiacchierare. Noi sulle sedie, i due cani stravaccati sul divano. Era bello essere lì tutti insieme, al caldo, con il fuoco che cantava nella stufa come quando ero bambina.

BoscoOra tocca ai miei figli venire a Torino. Anna è già qui, Simone arriva stasera. Un anno fa, a Rotterdam, un pastore evangelico mi disse: “Sarai riunita ai tuoi figli per Natale”. Ecco, è andata proprio così. Sarà il primo Natale insieme dopo cinque anni di diaspora in giro per il mondo.

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Le disavventure di un telefono in Colombia

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Sono il telefono cellulare di Laura Salvai, mi sono inserito in questo blog grazie alle mie abilità di hacker per denunciare i maltrattamenti che ho subito da parte della mia proprietaria nel corso del suo ultimo viaggio in Colombia, a cui sono stato costretto a partecipare contro la mia volontà e a scapito della mia salute fisica e mentale. Io, che desidero soltanto tornare ogni sera al solito posto sul comodino di casa per ricaricarmi in santa pace, sono stato sballottato per quasi due mesi dalle Ande ai Caraibi, fra lagune e deserti, sotto acquazzoni tropicali e in città pericolose dove ho rischiato rapimenti, danni al sistema operativo, traumi violenti e morte per annegamento. Ora è giusto che io parli, il mondo deve sapere.

La mia proprietaria è una zucca vuota, una sventata a cui non dovrebbe essere permesso di possedere un cellulare. Negli ostelli mi nasconde sotto il cuscino, una tattica idiota. A San Gil era convinta che mi avessero rapito perché non mi trovava più. Invece mi aveva infilato senza accorgersene dentro la federa, ed è andata a rompere le scatole a tutti per sapere se mi avevano visto. A un certo punto un francese ha composto il mio numero, ma io non riuscivo a farmi sentire, quella cretina mi aveva silenziato. C’è voluto un bel po’ prima che capisse da dove veniva la vibrazione.

Il giorno dopo è partita per Santa Marta e mi ha dimenticato alla reception, attaccato alla presa di corrente. Alla stazione degli autobus si è accorta della mia mancanza (meglio tardi che mai) ed è tornata indietro in taxi. Una corsa folle per la città nel traffico dell’ora di punta. “Mi aspetti qui” ha detto al tassista davanti all’ostello, ma io stavo già viaggiando nella direzione opposta nella tasca di un australiano. Il ragazzo della reception mi aveva consegnato a lui, sapendo che prendeva il nostro stesso autobus. Così, alla fine della staffetta, sono tornato nelle mani della mia legittima proprietaria, e non posso dire che fossi contento.

Infatti, appena arrivata in ostello a Santa Marta, quella zucca vuota mi ha chiuso dentro l’armadietto con il lucchetto e subito dopo (tre minuti, non di più) ha perso la chiave. La donna delle pulizie è andata a cercare una tronchesina per liberarmi, mentre io davo di matto là dentro per un attacco di claustrofobia. La chiave è saltata fuori cinque minuti dopo la rottura del lucchetto. Le era caduta dalla tasca quando si era seduta sul divano.

Qualche giorno dopo è andata al parco Tayrona e mi ha dimenticato sotto il cuscino. Un’altra volta, certo (il lupo perde il pelo ma non il vizio), però questa volta per accorgersene ci ha messo cinque ore. Era là che passeggiava beata sulla spiaggia orlata di palme, davanti al Mar dei Caraibi, sognando di essere la figlia del Corsaro Nero, quando un dubbio le ha attraversato la mente: “Ma il telefono l’ho preso?”. Ha guardato nello zaino: niente. Così si è avventata sul primo tizio che ha incrociato supplicandolo di chiamare l’ostello. Nel frattempo la donna delle pulizie (sempre lei) mi aveva trovato e messo al sicuro in un cassetto della reception. Io avrei preferito restare lì, ma hanno voluto a tutti i costi restituirmi. La Colombia è piena di gente onesta.

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Ma non voglio parlare solo di me. Anche gli occhiali da lettura di Laura Salvai hanno sofferto molto, e non possono raccontarlo perché non hanno accesso ai social network. Lo farò io al loro posto, voglio essere la voce di chi non ha voce.

Una sera a Medellín la zucca vuota è andata con un’amica al Poblado, il quartiere della movida. Nel locale dove si è fermata per la cena ha tirato fuori gli occhiali per leggere il menu e guardare le foto idiote che ha scattato. Più tardi, di ritorno all’ostello, non ha più trovato gli occhiali. La sera dopo è tornata al Poblado da sola per cercarli. Non ricordava affatto dove fosse il locale in cui aveva cenato, ma era convinta di poterlo ritrovare. “La testa non ricorda, ma i piedi sì” pensava. Certo, perché se deve fidarsi della sua testa, auguri!

Il locale l’ha trovato davvero (dopo aver vagato per due ore), ma i camerieri non avevano visto suoi occhiali. “Forse li ho lasciati nel posto dove ci siamo fermate a bere una birra” ha detto a se stessa. Altra ricerca, altro interrogatorio ai camerieri, nessun risultato. “Li avrà presi qualcuno” ha concluso sconsolata.
Volete sapere dov’erano i suoi occhiali? In ostello. Sotto il letto. È lì che li ha trovati la mattina dopo mentre cercava le infradito.

Questa è Laura Salvai.
Ora andrà in giro a vantarsi che non ha perso niente nel suo viaggio in Colombia. Io conosco la verità, e anche voi.
Questa donna non può andare per il mondo da sola. È un pericolo per se stessa e gli oggetti che porta con sé. Dobbiamo fermarla prima che sia troppo tardi!
Firmate la petizione su Change.org!

Salento sulle Ande

Non è chiaro perché Salento in Colombia si chiami cosi. Pare che uno dei suoi fondatori volesse rendere omaggio a una città dell’isola di Creta citata da Strabone, Salenzia. Qui però non c’è il mare: siamo sulle Ande, al centro di un’area denominata eje cafetero. Il terreno fertile e il clima favorevole hanno permesso lo sviluppo di un’economia basata sulla produzione del caffè. I turisti arrivano sempre più numerosi per visitare le fincas (tenute) e sperimentare di persona il processo di lavorazione del caffè. Con le sue case colorate e i suoi ristoranti, Salento è un posto piacevole in cui trascorrere qualche giorno. Continua a leggere

Sul sentiero per Guane

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Teresa mi ha accolta nella sua finca mentre cercavo un posto per ripararmi dal temporale. Lungo il sentiero c’era un cartello scritto a mano, “bebidas heladas y artesanias”, bibite fresche e oggetti d’artigianato. Non avevo voglia di bere né di comprare nulla, ma cercavo un po’ di tregua dalla pioggia.

Oltre il cancello d’ingresso c’era un prato con l’erba alta e un giardino pieno di zinnie e di dalie. Mi sentivo a disagio, come se stessi violando uno spazio privato, ma la curiosità mi spingeva avanti. La porta di casa era aperta. Dentro, nella penombra di una cucina rustica, un ragazzo sui vent’anni  mangiava una zuppa da una ciotola. In un angolo stava seduto un uomo anziano con un bastone. La donna che mi è venuta incontro era anziana pure lei, ma di una vivacità che mi ha sorpreso. Portava una blusa rossa scollata con i volants.
Le ho detto che volevo qualcosa da bere.
“Siga”, ha detto aprendo un vecchio frigorifero pieno di bibite.

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Ho preso una birra e mi sono seduta fuori. Lei mi ha seguita e si è accomodata accanto a me sulla panca. Le ho detto che ero partita un’ora prima da Barichara con il sole. Un uomo del paese mi aveva avvisata che sarebbe piovuto “por la tarde”, nel pomeriggio. Alle dodici e due minuti, all’inizio ufficiale del pomeriggio, aveva cominciato a gocciolare.
“Non immaginavo tanta puntualità” ho detto.
La donna ha riso. “Pioverà per diverse ore” ha detto guardando il cielo.
“Quanto manca a Guane?”
“Mezz’ora di buon passo”.
“Da lì posso prendere un bus per tornare a San Gil?”
“Sissignora”.

Siamo rimaste lì in silenzio a guardare la pioggia.
“Come si chiama?” le ho chiesto dopo un po’.
“Teresa”.
“Coltivate la terra?”.
“Non più. Mio marito ha un tumore alla pelle e ha dovuto smettere di lavorare. Per questo vendo bibite ai turisti”.
Ho pensato che doveva avere quasi ottant’anni. Si era dovuta reinventare a quell’età.
“Mia nonna si chiamava Teresa, come lei, e aveva fiori come i suoi nel giardino. Le piacevano le dalie”.
Ha sorriso con aria sognante.”Me encantan las flores”.

20170712200147Dieci minuti più tardi mi sono rimessa in marcia. Pioveva come prima, ma Teresa mi aveva dato una busta di plastica per proteggere la macchina fotografica e il passaporto.
Dal cancello mi sono volta per farle un cenno di saluto. Mi sentivo fortunata. Se non fosse stato per la pioggia non ci saremmo mai incontrate.

La strada che non volevo prendere

p7150083bisUn autore di successo con cui ho lavorato più volte in passato mi ha scritto per chiedermi se collaboravo ancora con il mio vecchio editore. «Sei stata la miglior editor che abbia mai avuto». Con una fitta di nostalgia gli ho risposto che avevo cambiato mestiere perché con i libri non riuscivo più a sopravvivere. «Ora faccio la maestra».

Tre giorni fa vengo a sapere che ho superato lo scritto del concorso per entrare di ruolo alle elementari. Ho preso 39.3/40, quasi il massimo dei voti. Se passo anche l’orale, previsto per metà aprile, potrei avere una cattedra già in autunno. Il famoso «posto fisso», dopo una gavetta da supplente brevissima. Proprio io, che nel maggio scorso mi ero presentata allo scritto come se andassi al patibolo. Avevo studiato, sì, ma controvoglia. Speravo di passarlo, ma anche no.

Non ho mai voluto fare la maestra. Dopo le medie mia madre mi aveva iscritta alle magistrali perché voleva che prendessi un diploma che mi permettesse di lavorare. Io ero uscita da quella scuola con l’idea che avrei fatto di tutto pur di non insegnare: mi ero pagata l’università lavando piatti nei ristoranti. Nel 1983, quando era uscito il primo concorso, ci ero andata solo per far piacere a mia madre. Negli elenchi appesi ai muri della sede della prova scritta il mio nome era scritto sbagliato: Salvani anziché Salvai. Avevo fatto il tema ed ero stata esclusa, forse perché il mio vero nome non corrispondeva con gli elenchi del ministero. Avrei potuto fare ricorso, ma non sapevo cos’era un ricorso e in fondo ero contenta così. Non volevo fare la maestra.

Un anno dopo ho cominciato a lavorare nell’editoria e per trent’anni, tra alti e bassi, quella è stata la mia professione. Mi piaceva moltissimo, nonostante la precarietà e le scadenze sempre troppo strette. Pensavo che avrei fatto l’editor per sempre. La crisi del 2015 non sembrava più grave di altre che avevo superato in passato. Mi sbagliavo.

Così sono tornata al punto di partenza e ho dovuto varcare la soglia di quelle classi in cui non volevo entrare perché i bambini mi facevano paura. Dopo un anno di supplenze in varie scuole di periferia continuo a sentirmi insicura. È un mestiere delicato e difficile, che ti mette a nudo con ferocia inaudita. È dura stare di fronte alla sofferenza dei bambini. Ogni giorno si entra in contatto con storie di povertà, abbandono, solitudine e drammi familiari.

Prima avevo tutto sotto controllo: un libro per volta, un autore per volta, un editore e un impaginatore come interlocutori. Ora passo le mie giornate a interagire con decine di bambini, imprevedibili e vitali. Sto faticando, ma imparo, e ogni tanto mi diverto tantissimo. Ci sono attimi di magia, di poesia, di grazia, di gioia pura. È presto per dire che mi piace, ma spero che prima o poi mi piacerà.

 

Volevo andare in Africa

02falcheraAll’inizio di ottobre avevo deciso di andare in Etiopia. Ero tornata da un mese dal mio viaggio sul Baltico e morivo dalla voglia di ripartire. Lavoro non ce n’era e su Torino aleggiava la cappa nera della recessione economica. I giornali scrivevano che i senzatetto erano aumentati del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Avevo ancora qualche risparmio e non volevo passare l’inverno a deprimermi. Un’amica mi aveva messa in contatto con alcuni suoi conoscenti ad Addis Abeba e io avevo cominciato a sognare i cieli dell’Africa. La mattina del 5 ottobre, mentre confrontavo i prezzi dei biglietti su internet, è squillato il telefono. Era una scuola che mi chiamava per una supplenza.

Da quel giorno ho sempre lavorato, sospinta da una scuola all’altra per coprire i buchi lasciati dall’algoritmo del ministero. In provincia e nelle zone di periferia mancavano moltissimi insegnanti. A fine novembre avevo cambiato già quattro scuole, scalzata ogni volta dall’arrivo degli «aventi diritto» con più punti di me. Quando il balletto delle nomine è finito mi sono ritrovata nell’estrema periferia di Torino, fra l’imbocco dell’autostrada e il campo nomadi. Lì non c’era il rischio che qualcuno mi soffiasse il posto. Non ci voleva andare nessuno.

La scuola sorge nel mezzo di un quartiere di case popolari costruito negli anni Settanta, all’epoca della grande immigrazione dal Sud. La classe, una quinta elementare, è un branco di ragazzini urlanti. Prima di me, diversi supplenti hanno lasciato l’incarico perché non riuscivano a fare lezione. Le maestre che incontro nei corridoi mi salutano con aria contrita, come se mi facessero le condoglianze. «Ah sì, la quinta D» sospirano scuotendo il capo.

La prima lezione è una lotta continua per contenere le urla, l’agitazione e il caos. Maurizio si alza dal suo posto per dare un calcio ad Ahmed. Michael insulta Ramko, che lo atterra storcendogli un braccio. Deborah canta «Andiamo a comandare». Riccardo dice che ha mal di testa. Io sono senza voce e penso che domani non tornerò.

Il giorno dopo, nell’intervallo della mensa, i bambini mi si radunano intorno per supplicarmi di portarli fuori. «Va bene» dico. «Però niente botte, niente sputi e niente parolacce». Esultano e si riversano in cortile sotto i platani spogli. Giocano a calcio, maschi e femmine insieme, e io li osservo da bordo campo. Sono felici. Mi sorridono quando mi passano davanti. Penso con sgomento alle tre ore di lezione che mi attendono e mi chiedo come andrà.

Quando li chiamo per rientrare non protestano. Li guardo mentre sbattono le scarpe sul cemento per staccare il fango dalle suole, come gli ho chiesto di fare. Sono in venti, di sette nazionalità diverse: oltre agli italiani, ai rumeni e ai rom del campo nomadi c’è Douglas, originario del Kenya, Aziz l’egiziano e Ahmed il marocchino. Volevo tanto andare in Africa, ma è stata l’Africa a venire da me.03falchera

Mustafa a Lussemburgo

24862_383706020957_1223600_nMentre camminavo con Vivi nel centro di Lussemburgo ho visto un bar che mi ha fatto pensare alla Turchia. Gli oggetti da rigattiere in vetrina, i quadri alle pareti e i divani ricoperti di tappeti mi attiravano in modo irresistibile.
«Ti va di prendere un caffè qui?» ho chiesto.
Ha riso. «Stavo per proportelo io. Facciamo un giro sulla via principale e poi ci fermiamo al ritorno».
Abbiamo passeggiato ancora per qualche isolato. Erano le otto di sera e c’era poco da vedere. I negozi erano chiusi. Quando hai detto che Lussemburgo è carina hai detto tutto. Non è un posto molto interessante. Per contrasto mi è venuto in mente un amico di Istanbul, Mustafa, che ha vissuto qui per molti anni. «Parla cinque o sei lingue, compreso il lussemburghese» ho detto a Vivi.

Nato in una famiglia di commercianti di tappeti della Cappadocia, Mustafa comprava e vendeva oggetti d’arte e di antiquariato. Era capace di saltare sul primo aereo per Budapest nel cuore della notte per accaparrarsi un tappeto del Quattrocento a brandelli visto su una foto sfuocata che un rom gli aveva mandato via email da uno sperduto villaggio ungherese. A volte gli andava bene: quello stesso tappeto l’aveva venduto a Londra per una cifra favolosa. A volte gli andava male: aveva avuto diversi rovesci finanziari e qualche guaio con la giustizia, il che contribuiva ad arricchire il suo repertorio di avventure da Mille una notte. Una volta ero rimasta ad ascoltare le sue storie fino alle quattro del mattino nella sua casa davanti alla moschea della Piccola Santa Sofia a Istanbul. «È un grande narratore, un incantatore di serpenti» ho detto a Vivi in conclusione.

Nel frattempo eravamo arrivate davanti al bar che ci aveva colpite poco prima. All’ingresso ci è venuto incontro un uomo sui quarant’anni in jeans e maglietta nera. «Se preferite posso mettere un tavolino fuori» ha detto in francese.
Mi sono fermata di colpo, impietrita. La somiglianza era incredibile. No, non poteva essere lui.
L’uomo mi ha guardata sorpreso. «Laura Salvia?» ha chiesto, sbagliando come sempre il mio cognome.
«Mustafa Solak!» ho esclamato, gettandomi fra le sue braccia.
Poco dopo, davanti a una tazza di caffè, mi ha raccontato che era tornato a Lussemburgo per gestire quel bar e passare più tempo con i due figli adolescenti che vivevano con la madre. Per un’incredibile coincidenza mi era capitato di incontrarlo all’inizio del mio viaggio verso il Nord Europa.

Ero partita da Torino alle nove del mattino sulla Aygo rossa di Vivi stipata all’inverosimile di scatole e pacchi. Il mio zaino c’era entrato per miracolo. La destinazione era Rotterdam, dove Vivi si è trasferita all’inizio dell’anno. Era stata lei a propormi di fare tappa a Lussemburgo, dove ha alcuni amici con cui avremmo potuto bere qualcosa alla sera. «Per me va bene» avevo detto. Ero convinta che Lussemburgo fosse un posto noioso dove non accade mai niente e dove non conoscevo nessuno. Mi è parso di buon auspicio per il mio viaggio scoprire che mi sbagliavo.