A Isimila con Michael

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La domenica a Iringa è un po’ come a Torino: è tutto chiuso. Volevo andare da qualche parte, ma ero appena arrivata e non osavo avventurarmi fuori città da sola. Ho chiesto alla ragazza della reception se c’era qualche posto facile da raggiungere. Lei mi ha fatto segno di aspettare e ha fatto una telefonata. Dieci minuti dopo mi sono trovata davanti un tizio sulla trentina con le scarpe da trekking. Ha detto che si chiamava Michael. Era una guida e poteva portarmi dove volevo.
“Oddio” ho pensato. “Mi costerà una fortuna”.
Ma ormai era lì e non me la sentivo di mandarlo via.

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Siamo andati a vedere le pitture rupestri di Igeleke, fuori città. Michael si è occupato di tutto: ha chiamato un bajaji per andare e tornare, e il custode del sito che è venuto ad aprirci. Ho pagato tutto a lui: 70.000 scellini, circa 27 euro. Mi sembrava tanto per tre ore di escursione. “La prossima volta mi metto d’accordo prima” mi sono detta.

Due giorni dopo ho deciso di andare a Isimila. Ho scritto a Michael: “Verresti con me?”.
Ha risposto subito: “Sì”. Voleva 15.000 scellini per sé, più il biglietto d’ingresso e il viaggio.
“Va bene” gli ho scritto. “Però stavolta andiamo con il dalla-dalla. Il bajaji è troppo caro”.
Sospettavo che nella gita precedente avesse fatto una cresta sul trasporto, ma mi era simpatico e volevo andare con lui.

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Il bajaji è il taxi a tre ruote tipico di molti paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica: una sorta di Vespa con un sedile dietro. Il dalla-dalla è il minibus per i collegamenti urbani e suburbani. È scomodo, scassato e affollato, ma è il mezzo più economico in assoluto sulle brevi distanze: una corsa costa al massimo 1000 scellini (40 centesimi).

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Il mercoledì mattina sul presto sono andata con Michael alla stazione degli autobus e abbiamo preso un dalla-dalla in direzione di Mbeya. Dopo mezz’ora siamo scesi a un bivio e ci siamo avviati a piedi su una strada di terra rossa fiancheggiata da qualche capanna. Nei campi le donne raccoglievano il mais. Era una mattina limpida e ventilata, con una luce bellissima. Abbiamo camminato fino all’ingresso del sito, poi siamo scesi in una valle dove l’acqua e il vento avevano scavato un paesaggio fantastico di canyon, colonne e pilastri color ocra. Era lì, fra quelle rocce tenere modellate dagli elementi atmosferici, che gli archeologi avevano trovato utensili e armi dell’età della Pietra e del Ferro.

Michael mi precedeva, fermandosi ogni tanto per mostrarmi l’impronta di un animale sul terreno o dirmi il nome di un albero. Si stupiva che riuscissi a tenergli dietro.
“Sei una donna forte” ha detto
“Sono nata vicino alle montagne”.
“Quanti anni hai?”.
“Cinquantasette”.
Si è fermato stupefatto in mezzo al sentiero. “Davvero? Credevo fossi più vecchia”.
“Oh!” ho esclamato, cercando di nascondere il fatto che ci ero rimasta male.
“Sì! Credevo che avessi…”
Aspettavo il verdetto. Sessantacinque? Settanta?
“Non so… Al massimo quarantasette”.
Ecco. Voleva dire più giovane.

“E tu quanti anni hai?” gli ho chiesto.
“Trentotto”.
“Hai figli?”.
“Una bambina di quindici mesi”.
Mi ha mostrato la foto sul cellulare. “L’ho chiamata Marianna, come la donna che mi ha fatto studiare. È italiana, come te. Se non fosse stato per lei non potrei lavorare con i turisti. Mi serviva l’inglese, e l’ho imparato alla scuola superiore”.
I safari, ha aggiunto, sono l’attività più redditizia, ma il suo fuoristrada si era rotto e non aveva i soldi per ripararlo. Sua moglie non lavorava più. Aveva un chiosco di cibo al mercato, ma l’aveva chiuso dopo che il governo aveva aumentato le tasse. Ora dovevano pagare tre mesi di affitto e non sapevano come fare.
“L’altra notte non ho dormito per la preoccupazione. Per fortuna domenica ho lavorato con te”.
A quel punto gli ho perdonato la cresta che mi aveva fatto sul bajaji.

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Sul dalla-dalla del ritorno non abbiamo quasi parlato. Era pienissimo, e continuava a salire gente. Per fortuna eravamo riusciti a sederci. Al momento di separarci, Michael mi ha chiesto di fargli un po’ di pubblicità fra i viaggiatori italiani. Ecco qui, se qualcuno volesse visitare i dintorni di Iringa o fare un safari con lui al Ruaha National Park quando il fuoristrada sarà riparato: Michael Kombole, tel. e WhatsApp +255 743 677 819.
Ve lo raccomando, è una brava persona. Però ricordatevi di contrattare se vi fa prendere un bajaji.

Due giorni con Lose

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Se non fosse stato per Lose non sarei mai riuscita a comprare il biglietto per Iringa. È stata lei ad accompagnarmi alla stazione degli autobus e a parlare con la donna vestita di rosso che prendeva le prenotazioni per il giorno dopo dentro uno stand cadente con l’insegna illeggibile.

Sul bajaji che ci riportava al Tiger Lodge, Lose guardava davanti a sé con un’espressione imperscrutabile. La sera prima, quando ero arrivata, aveva risposto con un grugnito al mio saluto e mi aveva servito la cena con gesti bruschi, come se ne avesse già abbastanza di me. Però  il mattino dopo era stata pronta ad accompagnarmi alla stazione dei bus, e gliene ero grata.

Avevo già visitato il parco nazionale e non avevo più niente da fare lì a Mikumi. La cornice naturale è suggestiva, ma il villaggio non è altro che una fila interminabile di casupole, lodge e bancarelle sui due lati di una strada trafficata, percorsa giorno e notte da camion e autobotti che fanno la spola fra Dar es Saalam e lo Zambia. Non proprio il luogo ideale per una passeggiata.

Per far passare il tempo mi sono seduta sotto la tettoia a leggere un romanzo di Graham Greene, “Il console onorario”. All’inizio mi piaceva, ma verso la metà diventava troppo teologico per i miei gusti.
Lose è venuta a sedersi accanto a me.
“Laura!” ha esclamato.
“Lose!” ho esclamato di rimando.
Mi ha sorriso, inaspettatamente.
Ho messo via Graham Greene e le ho chiesto come stava. Abbiamo parlato dei nostri figli, un po’ a gesti e un po’ in inglese. Poi siamo rimaste a lungo in silenzio l’una accanto all’altra. Non era un silenzio imbarazzante. Lose sta per ore sotto la tettoia senza fare niente. Le piace giocare con Axon, il figlio della vicina che ogni tanto viene a trovarla, ma per la maggior parte del tempo se ne sta da sola. Il marito torna la sera e guarda la televisione. Mi sono chiesta dove siano i figli di cui mi ha parlato, due ragazzini di sei e otto anni.
All’ora di cena mi ha gettato sul tavolo un piatto di riso e fagioli. Era di nuovo ostile. Non ha risposto quando l’ho salutata per andare a letto.

La mattina dopo, mentre facevo colazione, l’ho vista correre attraverso il cortile per rispondere al telefono. È venuta da me, mi ha detto: “Dobbiamo andare alla stazione degli autobus, adesso”.
Sapevo che il bus si sarebbe dovuto fermare alle nove davanti al lodge, ma non ho fatto domande. Probabilmente era cambiato qualcosa.

Alla stazione non si capiva niente. I minibus strapieni si facevano strada a fatica fra gruppi di persone sedute sui bagagli. Voci gridavano frasi incomprensibili. Lose aspettava, immobile e paziente come una statua, e io con lei.
Poi è arrivata la donna vestita di rosso e le ha detto qualcosa in swahili. Lose ha afferrato il mio zaino e ha detto: “Andiamo!”.

Ci siamo spostate in un’altra parte del piazzale, insieme a molti altri. L’autobus stava arrivando. Ho salutato Lose appoggiandole una mano sulla spalla. Non ho osato abbracciarla, chissà come l’avrebbe presa.
“Asante” le ho detto. Grazie.
Mi ha sorriso, poi ha guardato l’autobus che stava aprendo le porte. Veniva da Morogoro, era quasi pieno.

Lose ha gridato: “Laura!” e mi ha fatto largo tra la folla. Davanti alla porta mi ha spinta su come un sacco di patate. L’autista mi ha indicato un posto davanti. Volevo sporgermi per salutarla ancora una volta, ma ero incastrata con lo zaino in grembo fra una ragazza e un vecchio seduto sullo strapuntino.

L’autobus è partito, talmente pieno che non si chiudevano le porte, e io mi sono ricordata che la notte prima mi ero addormentata chiedendomi se sarei mai riuscita a prenderlo.

Verso Mikumi

Prendere un autobus al terminal di Dar es Salaam è un’esperienza spaventosa. Dopo un viaggio in bajaji su una strada piena di buche si arriva a un enorme spiazzo sterrato dove sono parcheggiati centinaia di autobus, fra un brulicare caotico di venditori, procacciatori di biglietti e passeggeri in attesa. Non un tabellone, un’insegna, un cartello che indichi dove andare.

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Non sarei mai riuscita a districarmi se non fosse comparso all’improvviso l’uomo che il giorno prima aveva parlato al telefono con la receptionist dell’ostello, assicurandole che mi avrebbe trovato un posto sul bus per Mikumi. L’uomo mi stava dicendo che l’autobus era pieno. Dovevo salire su un altro, diretto a Iringa, che mi avrebbe fatta scendere a Mikumi.
Gli ho chiesto se era sicuro che si sarebbe fermato solo per me.
“Sì, certo!” ha esclamato. Poi ha parlato a lungo in swahili con l’autista, che mi lanciava occhiate torve e non sembrava per niente convinto.
“Speriamo in bene” ho pensato mentre gettavo lo zaino nel bagagliaio.

Sull’autobus ero l’unica bianca. Abbiamo viaggiato per sette ore attraverso le pianure che da Dar es Salaam si stendono verso gli Altopiani meridionali. A bordo era tutto tranquillo, nonostante il gran numero di bambini piccoli. Nessuno di loro ha pianto; se ne stavano quieti in braccio alle madri, nel caldo soffocante del bus affollato. Ero stupefatta: sull’aereo un bambino italiano aveva urlato per tutto il viaggio.

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Alla stazione di Morogoro siamo stati assaliti dai venditori, che sporgevano verso i finestrini caschi di banane, sacchetti di anacardi e contenitori di alluminio con cibo pronto ancora caldo. Ne ho comprato uno senza sapere cosa fosse, imitando la mia vicina di sedile. Dentro c’erano delle patate al forno cosparse di una salsa al pomodoro. Erano buone. Così il pranzo era risolto. Non mangiavo da circa venti ore. All’inizio con il cibo è sempre difficile.

Dopo Morogoro mi sono spostata sul davanti del bus per ricordare all’autista che dovevo scendere a Mikumi. Mi ignorava, poi ha detto qualcosa al bigliettaio, ed entrambi sono scoppiati a ridere. Li fissavo, imperturbabile. Poco dopo l’autobus si è fermato davanti all’ingresso del parco di Mikumi.

Un africano albino vestito in abiti da safari mi ha dato il benvenuto sul ciglio della strada. La sua gentilezza mi ha confortato, ma un tizio giovane con i rasta, spavaldo, ha attraversato in fretta ed è venuto verso di me. Ha cominciato a insistere perché partecipassi a un safari quello stesso pomeriggio. Gli ho detto che non avevo soldi. Mi ha risposto che dopo mi avrebbe accompagnato al bancomat, e poi al villaggio, dove avrei potuto pernottare in un lodge economico di sua conoscenza. Ero incerta. Il safari mi sembrava caro: 80 dollari, più 35 per l’ingresso al parco. Ma non avevo molta scelta: mi trovavo in mezzo al nulla, a venti chilometri dal villaggio. Non avrei saputo come arrivarci, e poi l’idea di visitare il parco mi attirava. Era un bel pomeriggio di sole, con una luce perfetta e una brezza piacevole.
Il tizio insisteva. Si chiamava Bob. “Come Bob Marley” ha detto. “Devi fidarti di un rasta”.

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Alla fine ho accettato e sono salita sulla jeep insieme a un gruppo di americani. Il parco, una savana disseminata di baobab e di acacie spinose, era stupendo nella luce del pomeriggio. Ho visto un branco di impala, una giraffa, tre zebre, una famiglia di elefanti, un ippopotamo e un’infinità di scimmie. Al ritorno, sulla jeep con i ranger, ascoltavo le conversazioni in swahili senza capire niente e pensavo che cento dollari erano troppi per tre ore scarse di visita.

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Bob Marley mi ha portata al bancomat e poi mi ha lasciata al Tiger Lodge, un albergo economico con stanze molto spartane e una tettoia con tavoli di plastica. Il proprietario, manco a dirlo, è suo fratello.

A Bagamoyo con Benard

20190703124109Ho conosciuto Benard il primo giorno a Dar es Salaam, mentre tornavo dal mercato di Kariakoo. Era seduto accanto a me sul dalla-dalla (minibus) con un fagotto enorme davanti a sé. Dentro c’era un tappeto di quattro metri per quattro ripiegato. Mi ha parlato in inglese, una lingua che conosce bene – ha detto – perché è nato sul confine a nord della Tanzania e ha studiato in Kenya. Ora è qui a Dar e ripara piscine. Abbiamo chiacchierato un po’, si è fatto dire il nome dell’ostello. Così la sera me lo sono ritrovato al bar che beveva una birra.
“Ti voglio portare a Bagamoyo” mi ha detto.
Ero diffidente: perché quella proposta? Che cosa voleva in cambio? Ero spaesata dalla confusione della città e dalla sensazione di sentirmi esposta. Fuori dall’ostello, sul dalla-dalla e al mercato ero l’unica bianca.
Ha insistito, ha detto che Bagamoyo era un bel posto.
“D’accordo” ho detto.
“Alle sette e mezza qui davanti”.

Il giorno dopo mi aspettava puntuale di fronte all’ostello. Abbiamo preso tre dalla-dalla affollatissimi. Due ore e mezza di viaggio stipati come sardine. Ma è stato interessante. Dal finestrino scorrevano mercati, case malandate, mezzi motorizzati di ogni tipo, donne velate di nero fino ai piedi, donne velate ma coloratissime, donne vestite all’occidentale con le treccine.

A Bagamoyo abbiamo camminato in un dedalo di baracche e stradine sterrate. Benard si è fermato a salutare un vecchio seduto davanti alla sua casa. Hanno parlato fra loro in swahili, poi l’uomo si è rivolto a me in inglese. Era un ufficiale dell’esercito in pensione appassionato di storia. Mi ha raccontato che qui i missionari francesi fondarono a fine Ottocento un villaggio per accogliere gli schiavi riscattati. Bagamoyo era il punto di raccolta degli schiavi catturati nell’interno. Venivano portati fin qui a piedi, con marce forzate che duravano quattro o cinque mesi. Poi erano marchiati a fuoco come animali e spediti a Zanzibar, dove venivano imbarcati verso l’Asia. Più di un milione e mezzo di schiavi sono passati da Bagamoyo fra il Settecento e la fine dell’Ottocento. Di quelli catturati nell’interno, solo uno su cinque arrivava vivo.

Quando il vecchio ha finito di parlare, Benard l’ha ringraziato e gli ha dato mille scellini di mancia.
“Lo conoscevi già?” gli ho chiesto.
“No, non vengo qui da oltre dieci anni”.
Mi ha spiegato che quando ci si avvicina a qualcuno per chiedere un’informazione, bisogna sempre chiedere come sta lui e la sua famiglia. Gli zwungu (bianchi) non lo fanno mai.

Benard mi ha fatto compagnia mentre visitavo il piccolo museo, il cimitero dei missionari (quasi tutti morti giovanissimi di malaria) e la cappella dove fu portata la salma dell’esploratore David Livingstone dopo la sua morte in Zambia. Poi siamo andati sulla spiaggia. Mentre passeggiavamo gli ho raccontato di quella volta che i bambini a scuola mi avevano chiesto di mostrargli le foto del mio viaggio in Brasile.
“Perché ci sono delle persone come noi?” aveva chiesto Prince, che è di origini nigeriane.
Intendeva dire: perché ci sono degli africani in Brasile?
I compagni avevano provato a dare una risposta: sono arrivati via mare, sono passati dallo Stretto di Bering durante una glaciazione, sono scappati da una guerra.
Quando avevo spiegato che milioni di africani erano stati portati nelle Americhe come schiavi, in classe era calato un silenzio carico di stupore e di ingiustizia.

Benard ha guardato il mare e ha detto: “Quelli venduti in Asia partivano di qui”.
Poi mi ha raccontato qualcosa di sé: ha trentotto anni e a volte beve troppo perché prova un senso di vuoto. Gli fa piacere parlare. Ha una figlia di cinque anni, Amina, che vive con la madre.

Al ritorno a Dar es Salaam l’ho invitato a bere una birra all’ostello.
“Non mi va, grazie” ha detto. “Oggi non ne sento il bisogno”.

Stavolta vado in Africa

Dopo tanti viaggi in Sudamerica, questa volta ho deciso: vado in Africa. Il 1° luglio parto per un viaggio di due mesi dalla Tanzania al Malawi, con ritorno a Zanzibar attraverso il Mozambico. Un percorso circolare di cui non so assolutamente nulla, tranne le poche informazioni che ho tratto da persone che hanno viaggiato di recente in quelle zone. Non so, per esempio, se potrò muovermi da sola in Mozambico e se riuscirò a rientrare in Tanzania dal confine a nord.
Come ogni volta, mentre il giorno della partenza si avvicina, mi assale la paura dell’ignoto. Come mi troverò? Mi ammalerò? Mi rapineranno? Mi sentirò a disagio? Spenderò troppo?
Come sempre, prima di partire stilo un piccolo inventario delle paure, per guardarle in faccia e prepararmi ad affrontarle.

Inventario delle paure

Visto Non ho fatto il visto in Italia perché costava troppo e comportava una serie di seccature (andare a Milano al consolato, oppure pagare un’agenzia). Le informazioni pubblicate su Viaggiare sicuri (il sito della Farnesina) dicono che è possibile ottenere il visto anche all’arrivo, e così farò. Ovviamente sono un po’ in ansia: e se non me lo concedessero? E se non riuscissi a ottenere il visto multiplo, che mi permette di uscire e rientrare? In tal caso non potrò andare né in Malawi né in Mozambico. “Che problema c’è?” direte voi. “Puoi restare in Tanzania, ce n’è di roba da vedere”.
Infatti. Male che vada, farò così. Non è una prospettiva così brutta.

Solitudine Mi chiedo se mi sentirò a disagio a viaggiare da sola, io che sono donna, bianca e occidentale. Mi tratteranno in modo ostile? Mi assilleranno per farmi comprare qualunque cosa? Dovrò difendermi dalle avance degli uomini, a 57 anni suonati?
Come quella volta che andai a Betlemme con l’autobus di linea da Gerusalemme. Dopo aver passato il check point del muro (l’orribile muro costruito dagli israeliani che imprigiona e isola la città), mi trovai a camminare per strada, unica donna da sola, sotto gli sguardi degli uomini che mi lanciavano commenti in arabo. Mi ero coperta il capo con una sciarpa, ma era evidente che ero straniera. Mi ero sentita a disagio e avevo desiderato non essere lì, anche se la curiosità mi spingeva avanti. Alla fine avevo trovato un tassista gentile (un professore di liceo che per arrotondare guidava il taxi) che mi aveva portata in giro e mi aveva rassicurata.

Malaria Non so quanto sia alto il rischio di contrarre la malaria nelle zone che visiterò. Ho deciso di non fare la profilassi. Non avrebbe senso prendere i farmaci di prevenzione per due mesi: troppo gravoso per il fegato. Ho comprato un farmaco da prendere in caso mi ammalassi: l’Eurartesim (piperachina tetrafosfato/artenimolo). Si assumono tre pastiglie al giorno per tre giorni consecutivi se si manifestano i sintomi della malaria (febbre alta). È un farmaco costoso, 57 euro, ma può salvare la vita se ci si ammala lontano dalle strutture mediche. Detto questo, spero di stare bene.

Criminalità Tutti mi dicono: “Eh, l’Africa è pericolosa!”, come se si potesse parlare in generale dell’Africa, un continente così vasto! Mi dicevano lo stesso del Brasile, l’anno scorso. Io ero stata in Colombia, e qualcuno si era premurato di avvisarmi: “Non credere che il Brasile sia la Colombia. È molto più rischioso!”. In realtà io sono andata ovunque da sola con i mezzi di trasporto locali – a Rio, a Bahia, sul Rio delle Amazzoni – e non mi è mai successo niente. Ovviamente un po’ di paura ce l’ho, ora che parto per la Tanzania, perché non ci sono mai stata e non so cosa aspettarmi. Farò attenzione e spero in bene, come al solito.

Costi Viaggio sempre con un budget limitato e trovo vari espedienti per ridurre i costi. Quest’anno, per esempio, ho lasciato la casa a una coppia di Salerno che si trasferisce a Torino per lavoro. Così potrò viaggiare senza l’assillo dell’affitto e delle bollette. Ma guardando i prezzi degli ostelli mi sono accorta che la Tanzania è cara! L’anno scorso in Brasile spendevo circa 7 euro per un posto in dormitorio; in Tanzania gli ostelli sono rari e quando ci sono costano più del doppio. Gli ingressi ai parchi e i safari sono carissimi, perché si rivolgono a un turismo occidentale. Dovrò scegliere che cosa fare e come muovermi, e potrò farlo solo quando sarò là, a seconda delle opzioni disponibili. Che incognita!

Clima Farà caldo? Farà freddo? Cosa mi porto? Questa non è una vera paura, è più una seccatura per decidere cosa mettere nello zaino. L’anno scorso, in una zona montuosa del Brasile, ho patito il freddo di sera e di mattina presto perché non avevo portato un maglione pesante. Questa volta lo porterò, a rischio di non usarlo. Non ti godi niente se hai freddo!

Bene, le paure le ho scritte, vediamo cosa accadrà. Al di là e più forte di ogni paura c’è una grande voglia di andare, di esplorare, di scoprire. Se non fosse così non partirei. Vi farò sapere, strada facendo. State con me, fatemi compagnia!

Primo impatto con Rio

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Sono atterrata a Rio alle cinque del mattino. Fuori, nel buio, la città palpitava con la sua aura di mistero e la sua reputazione criminale. Volevo aspettare che facesse giorno prima di avventurarmi fra le sue strade. I tassisti mi assillavano, ma io facevo gesti netti con le mani e ampi sorrisi in segno di rifiuto. “Não falo português”. Non parlo portoghese. Purtroppo. A uno di loro che insisteva ho detto, in spagnolo, che volevo prendere il bus. “È pericoloso!” ha esclamato, e mi ha fatto segno che avrei dovuto camminare per un tratto. L’ho salutato con un cenno e sono andata a prelevare un po’ di reais al bancomat.

Fuori sembrava che non volesse far giorno. Il cielo era grigio di foschia. Sono uscita e ho cercato la fermata del bus. Per due volte ho sbagliato e sono tornata indietro. I tassisti gongolavano con l’aria di chi sta pensando: “Da noi devi venire”. Ma no, ecco la navetta per Copacabana, finalmente.

Percorriamo una periferia desolata sotto il cielo brumoso. Viadotti, spazzatura lungo la strada, una favela in una valle. Passiamo davanti a un enorme cimitero e a una stazione ferroviaria abbandonata. In centro i negozi sono ancora tutti chiusi. Nessuno in giro. I senzatetto dormono sui marciapiedi avvolti in coperte grigie. I grattacieli degli anni Sessanta hanno l’aria di chi ha visto tempi migliori.

L’autista urla “Copacabana” e mi fa segno di scendere. Trovo l’ostello senza difficoltà, tre isolati più avanti. È una casetta incastrata fra i palazzoni in un vicolo che puzza di piscio. Cinque euro a notte, non posso pretendere. Se non altro, riuscirò a farmi capire: tutti i ragazzi che ci lavorano sono argentini. Mi danno un letto in una camerata ammuffita senza finestre. Protesto, mi cambiano di posto. Mi mettono in una camera piccola, a quattro letti, con finestra. Potere della parola.

Finora Rio non mi è sembrata granché, ma nel frattempo è uscito il sole. Vado in spiaggia a piedi, sono pochi isolati. E resto senza fiato: la sabbia bianca, il mare azzurro, le isole sparse nella baia e le montagne a forma di pan di zucchero che spuntano, verdi e bellissime, fra i palazzoni. È meglio di come immaginavo. Sono a Rio! Sono a Rio!

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Sulla spiaggia gli ambulanti vendono magliette e cappellini gialli. Vedo uomini, donne e bambini che li indossano, seduti nei bar sul lungomare. Certo! Sono i colori del Brasile! E tutti sono lì che aspettano l’inizio della partita con il Messico.

Mi siedo con loro, prendo una birra e mi godo il disappunto per le occasioni mancate, l’esultanza per i gol e la vittoria finale. Due a zero per il Brasile. Come primo giorno non c’è male.

Brasile un passo per volta

Viaggio_Brasile3.jpgSono uscita di casa alle cinque e mezza del mattino, ma il mio volo per Rio de Janeiro partirà solo stasera alle dieci: mi aspettano sette ore di scalo a Monaco e cinque a Francoforte. Il biglietto era molto economico: l’avevo comprato di getto ai primi di maggio senza controllare l’itinerario. Ora so perché costava così poco. Per fortuna avrò tutto il tempo di ammortizzare i disagi: starò in Brasile per due mesi esatti. Prima tappa a Rio, poi in autobus verso il nord-est: Bahia e la costa settentrionale fino a Belem. Da lì se ne avrò il coraggio prenderò una barca che va a Manaus, nel cuore dell’Amazzonia, lungo il Rio Delle Amazzoni, poi un aereo fino a Brasilia (da Manaus non ci sono strade) e ritorno a Rio per chiudere il cerchio.

“Non hai paura?” mi chiede una donna seduta accanto a me in aeroporto.

“Sì. Ho  paura del dengue e della malaria, e di non saperli distinguere nel caso mi ammalassi. E poi, ovviamente, ho paura di essere aggredita e derubata. In questo il  Brasile mi spaventa più della Colombia. Tutti mi dicono che è pericoloso”.

La donna scuote il capo. Lei va in Germania. “Come si fa a viaggiare così?”.

“Un passo per volta, come nella vita”.

Sono partita stamattina ruminando un paio di preoccupazioni: a settembre dovrò iniziare a lavorare in una scuola che non conosco e cercare una nuova casa. Adesso però sono già proiettata nella dimensione del viaggio. Penso al problema che mi assilla ogni volta che approdo in una grande città del Sudamerica: come arrivare all’ostello dall’aeroporto. L’impatto è scioccante, non capisci niente e non sai come muoverti. Poi, piano piano, cominci a districarti. Cercare la strada fa parte del viaggio.

IMG-20180629-WA0003Questa avventura mi sembra nata sotto un buon auspicio. Due giorni prima che partissi mio figlio è venuto a trovarmi da Barcellona, dove vive da sette anni. Abbiamo camminato per ore sotto un sole implacabile per le strade di Torino, poi siamo andati a pranzo in un locale del quartiere Vanchiglia. È venuta anche mia figlia. Eravamo tutti e tre insieme, un evento raro. Negli ultimi anni la vita ci ha spinti lontano per lunghi periodi.

È bello ritrovarsi ogni tanto per poi ripartire, ciascuno per la sua strada. C’è sempre un po’ di dolore per il distacco e un po’ di nostalgia per la mancanza, ma è così che abbiamo imparato a camminare da soli. Un passo dopo l’altro, come nei viaggi.