Sul sentiero per Guane

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Teresa mi ha accolta nella sua finca mentre cercavo un posto per ripararmi dal temporale. Lungo il sentiero c’era un cartello scritto a mano, “bebidas heladas y artesanias”, bibite fresche e oggetti d’artigianato. Non avevo voglia di bere né di comprare nulla, ma cercavo un po’ di tregua dalla pioggia.

Oltre il cancello d’ingresso c’era un prato con l’erba alta e un giardino pieno di zinnie e di dalie. Mi sentivo a disagio, come se stessi violando uno spazio privato, ma la curiosità mi spingeva avanti. La porta di casa era aperta. Dentro, nella penombra di una cucina rustica, un ragazzo sui vent’anni  mangiava una zuppa da una ciotola. In un angolo stava seduto un uomo anziano con un bastone. La donna che mi è venuta incontro era anziana pure lei, ma di una vivacità che mi ha sorpreso. Portava una blusa rossa scollata con i volants.
Le ho detto che volevo qualcosa da bere.
“Siga”, ha detto aprendo un vecchio frigorifero pieno di bibite.

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Ho preso una birra e mi sono seduta fuori. Lei mi ha seguita e si è accomodata accanto a me sulla panca. Le ho detto che ero partita un’ora prima da Barichara con il sole. Un uomo del paese mi aveva avvisata che sarebbe piovuto “por la tarde”, nel pomeriggio. Alle dodici e due minuti, all’inizio ufficiale del pomeriggio, aveva cominciato a gocciolare.
“Non immaginavo tanta puntualità” ho detto.
La donna ha riso. “Pioverà per diverse ore” ha detto guardando il cielo.
“Quanto manca a Guane?”
“Mezz’ora di buon passo”.
“Da lì posso prendere un bus per tornare a San Gil?”
“Sissignora”.

Siamo rimaste lì in silenzio a guardare la pioggia.
“Come si chiama?” le ho chiesto dopo un po’.
“Teresa”.
“Coltivate la terra?”.
“Non più. Mio marito ha un tumore alla pelle e ha dovuto smettere di lavorare. Per questo vendo bibite ai turisti”.
Ho pensato che doveva avere quasi ottant’anni. Si era dovuta reinventare a quell’età.
“Mia nonna si chiamava Teresa, come lei, e aveva fiori come i suoi nel giardino. Le piacevano le dalie”.
Ha sorriso con aria sognante.”Me encantan las flores”.

20170712200147Dieci minuti più tardi mi sono rimessa in marcia. Pioveva come prima, ma Teresa mi aveva dato una busta di plastica per proteggere la macchina fotografica e il passaporto.
Dal cancello mi sono volta per farle un cenno di saluto. Mi sentivo fortunata. Se non fosse stato per la pioggia non ci saremmo mai incontrate.

La strada che non volevo prendere

p7150083bisUn autore di successo con cui ho lavorato più volte in passato mi ha scritto per chiedermi se collaboravo ancora con il mio vecchio editore. «Sei stata la miglior editor che abbia mai avuto». Con una fitta di nostalgia gli ho risposto che avevo cambiato mestiere perché con i libri non riuscivo più a sopravvivere. «Ora faccio la maestra».

Tre giorni fa vengo a sapere che ho superato lo scritto del concorso per entrare di ruolo alle elementari. Ho preso 39.3/40, quasi il massimo dei voti. Se passo anche l’orale, previsto per metà aprile, potrei avere una cattedra già in autunno. Il famoso «posto fisso», dopo una gavetta da supplente brevissima. Proprio io, che nel maggio scorso mi ero presentata allo scritto come se andassi al patibolo. Avevo studiato, sì, ma controvoglia. Speravo di passarlo, ma anche no.

Non ho mai voluto fare la maestra. Dopo le medie mia madre mi aveva iscritta alle magistrali perché voleva che prendessi un diploma che mi permettesse di lavorare. Io ero uscita da quella scuola con l’idea che avrei fatto di tutto pur di non insegnare: mi ero pagata l’università lavando piatti nei ristoranti. Nel 1983, quando era uscito il primo concorso, ci ero andata solo per far piacere a mia madre. Negli elenchi appesi ai muri della sede della prova scritta il mio nome era scritto sbagliato: Salvani anziché Salvai. Avevo fatto il tema ed ero stata esclusa, forse perché il mio vero nome non corrispondeva con gli elenchi del ministero. Avrei potuto fare ricorso, ma non sapevo cos’era un ricorso e in fondo ero contenta così. Non volevo fare la maestra.

Un anno dopo ho cominciato a lavorare nell’editoria e per trent’anni, tra alti e bassi, quella è stata la mia professione. Mi piaceva moltissimo, nonostante la precarietà e le scadenze sempre troppo strette. Pensavo che avrei fatto l’editor per sempre. La crisi del 2015 non sembrava più grave di altre che avevo superato in passato. Mi sbagliavo.

Così sono tornata al punto di partenza e ho dovuto varcare la soglia di quelle classi in cui non volevo entrare perché i bambini mi facevano paura. Dopo un anno di supplenze in varie scuole di periferia continuo a sentirmi insicura. È un mestiere delicato e difficile, che ti mette a nudo con ferocia inaudita. È dura stare di fronte alla sofferenza dei bambini. Ogni giorno si entra in contatto con storie di povertà, abbandono, solitudine e drammi familiari.

Prima avevo tutto sotto controllo: un libro per volta, un autore per volta, un editore e un impaginatore come interlocutori. Ora passo le mie giornate a interagire con decine di bambini, imprevedibili e vitali. Sto faticando, ma imparo, e ogni tanto mi diverto tantissimo. Ci sono attimi di magia, di poesia, di grazia, di gioia pura. È presto per dire che mi piace, ma spero che prima o poi mi piacerà.

 

Volevo andare in Africa

02falcheraAll’inizio di ottobre avevo deciso di andare in Etiopia. Ero tornata da un mese dal mio viaggio sul Baltico e morivo dalla voglia di ripartire. Lavoro non ce n’era e su Torino aleggiava la cappa nera della recessione economica. I giornali scrivevano che i senzatetto erano aumentati del 40 per cento rispetto all’anno precedente. Avevo ancora qualche risparmio e non volevo passare l’inverno a deprimermi. Un’amica mi aveva messa in contatto con alcuni suoi conoscenti ad Addis Abeba e io avevo cominciato a sognare i cieli dell’Africa. La mattina del 5 ottobre, mentre confrontavo i prezzi dei biglietti su internet, è squillato il telefono. Era una scuola che mi chiamava per una supplenza.

Da quel giorno ho sempre lavorato, sospinta da una scuola all’altra per coprire i buchi lasciati dall’algoritmo del ministero. In provincia e nelle zone di periferia mancavano moltissimi insegnanti. A fine novembre avevo cambiato già quattro scuole, scalzata ogni volta dall’arrivo degli «aventi diritto» con più punti di me. Quando il balletto delle nomine è finito mi sono ritrovata nell’estrema periferia di Torino, fra l’imbocco dell’autostrada e il campo nomadi. Lì non c’era il rischio che qualcuno mi soffiasse il posto. Non ci voleva andare nessuno.

La scuola sorge nel mezzo di un quartiere di case popolari costruito negli anni Settanta, all’epoca della grande immigrazione dal Sud. La classe, una quinta elementare, è un branco di ragazzini urlanti. Prima di me, diversi supplenti hanno lasciato l’incarico perché non riuscivano a fare lezione. Le maestre che incontro nei corridoi mi salutano con aria contrita, come se mi facessero le condoglianze. «Ah sì, la quinta D» sospirano scuotendo il capo.

La prima lezione è una lotta continua per contenere le urla, l’agitazione e il caos. Maurizio si alza dal suo posto per dare un calcio ad Ahmed. Michael insulta Ramko, che lo atterra storcendogli un braccio. Deborah canta «Andiamo a comandare». Riccardo dice che ha mal di testa. Io sono senza voce e penso che domani non tornerò.

Il giorno dopo, nell’intervallo della mensa, i bambini mi si radunano intorno per supplicarmi di portarli fuori. «Va bene» dico. «Però niente botte, niente sputi e niente parolacce». Esultano e si riversano in cortile sotto i platani spogli. Giocano a calcio, maschi e femmine insieme, e io li osservo da bordo campo. Sono felici. Mi sorridono quando mi passano davanti. Penso con sgomento alle tre ore di lezione che mi attendono e mi chiedo come andrà.

Quando li chiamo per rientrare non protestano. Li guardo mentre sbattono le scarpe sul cemento per staccare il fango dalle suole, come gli ho chiesto di fare. Sono in venti, di sette nazionalità diverse: oltre agli italiani, ai rumeni e ai rom del campo nomadi c’è Douglas, originario del Kenya, Aziz l’egiziano e Ahmed il marocchino. Volevo tanto andare in Africa, ma è stata l’Africa a venire da me.03falchera

Mustafa a Lussemburgo

24862_383706020957_1223600_nMentre camminavo con Vivi nel centro di Lussemburgo ho visto un bar che mi ha fatto pensare alla Turchia. Gli oggetti da rigattiere in vetrina, i quadri alle pareti e i divani ricoperti di tappeti mi attiravano in modo irresistibile.
«Ti va di prendere un caffè qui?» ho chiesto.
Ha riso. «Stavo per proportelo io. Facciamo un giro sulla via principale e poi ci fermiamo al ritorno».
Abbiamo passeggiato ancora per qualche isolato. Erano le otto di sera e c’era poco da vedere. I negozi erano chiusi. Quando hai detto che Lussemburgo è carina hai detto tutto. Non è un posto molto interessante. Per contrasto mi è venuto in mente un amico di Istanbul, Mustafa, che ha vissuto qui per molti anni. «Parla cinque o sei lingue, compreso il lussemburghese» ho detto a Vivi.

Nato in una famiglia di commercianti di tappeti della Cappadocia, Mustafa comprava e vendeva oggetti d’arte e di antiquariato. Era capace di saltare sul primo aereo per Budapest nel cuore della notte per accaparrarsi un tappeto del Quattrocento a brandelli visto su una foto sfuocata che un rom gli aveva mandato via email da uno sperduto villaggio ungherese. A volte gli andava bene: quello stesso tappeto l’aveva venduto a Londra per una cifra favolosa. A volte gli andava male: aveva avuto diversi rovesci finanziari e qualche guaio con la giustizia, il che contribuiva ad arricchire il suo repertorio di avventure da Mille una notte. Una volta ero rimasta ad ascoltare le sue storie fino alle quattro del mattino nella sua casa davanti alla moschea della Piccola Santa Sofia a Istanbul. «È un grande narratore, un incantatore di serpenti» ho detto a Vivi in conclusione.

Nel frattempo eravamo arrivate davanti al bar che ci aveva colpite poco prima. All’ingresso ci è venuto incontro un uomo sui quarant’anni in jeans e maglietta nera. «Se preferite posso mettere un tavolino fuori» ha detto in francese.
Mi sono fermata di colpo, impietrita. La somiglianza era incredibile. No, non poteva essere lui.
L’uomo mi ha guardata sorpreso. «Laura Salvia?» ha chiesto, sbagliando come sempre il mio cognome.
«Mustafa Solak!» ho esclamato, gettandomi fra le sue braccia.
Poco dopo, davanti a una tazza di caffè, mi ha raccontato che era tornato a Lussemburgo per gestire quel bar e passare più tempo con i due figli adolescenti che vivevano con la madre. Per un’incredibile coincidenza mi era capitato di incontrarlo all’inizio del mio viaggio verso il Nord Europa.

Ero partita da Torino alle nove del mattino sulla Aygo rossa di Vivi stipata all’inverosimile di scatole e pacchi. Il mio zaino c’era entrato per miracolo. La destinazione era Rotterdam, dove Vivi si è trasferita all’inizio dell’anno. Era stata lei a propormi di fare tappa a Lussemburgo, dove ha alcuni amici con cui avremmo potuto bere qualcosa alla sera. «Per me va bene» avevo detto. Ero convinta che Lussemburgo fosse un posto noioso dove non accade mai niente e dove non conoscevo nessuno. Mi è parso di buon auspicio per il mio viaggio scoprire che mi sbagliavo.

Lungo il Mare del Nord e il Baltico con la testa nel sacco

Viaggio_2016

A un certo punto arriva il momento in cui comincio a sognare su Google Maps il mio prossimo viaggio. Penso a dove voglio andare e traccio itinerari di massima, ben sapendo che non li seguirò alla lettera. Ma una meta mi serve, anche solo per accendere l’immaginazione. L’anno scorso, prima di partire per il Sudamerica, mi ero ripromessa di arrivare fino a Machu Picchu, l’antica città degli inca, e ce l’avevo fatta per un soffio, dopo essere quasi morta di gastroenterite in Bolivia.

Quest’anno ho scelto di restare in Europa. Voglio viaggiare lungo le coste del Mare del Nord e del Baltico fino a San Pietroburgo, la metropoli più a nord del mondo. Forse non riuscirò ad arrivarci per le complicazioni legate al visto, ma è il percorso che mi affascina: da ovest a est, da una città anseatica all’altra, con una tappa speciale a Lubecca, su invito di un’amica che abita nella stessa via dei Buddenbrock, i protagonisti del romanzo di Thomas Mann, e ritorno in Italia via Berlino.

Parto con la testa nel sacco, senza aver programmato nulla. Non ho chiesto il visto per la Russia. Non so come mi sposterò lungo le coste della Polonia. Non so esattamente quando tornerò. So soltanto che partirò il 1° luglio da Torino con Vivi, un’amica che si sta trasferendo a Rotterdam. Viaggeremo insieme fino in Olanda sulla sua utilitaria rossa. Da lì in poi improvviserò, muovendomi con autobus, treni, traghetti, BlaBlaCar e biciclette.

Dormirò negli ostelli e a casa di amici che si sono offerti di ospitarmi. Rispetto al mio viaggio in Sudamerica, il bagaglio di interrogativi che mi porto dietro questa volta è molto leggero. Eccolo:

  • Spenderò troppo? (il Nord Europa è caro)
  • Pioverà tanto? (con lo zaino è dura)
  • Riuscirò a viaggiare sulla costa senza essere costretta ad affittare una macchina?
  • Ha senso portare la tenda?
  • Riuscirò a trovare qualche lavoro saltuario strada facendo?
  • Avrò voglia di lavorare strada facendo?
  • Che lingua parlerò in Polonia?
  • Viaggiando da sola, mi sentirò triste? (lo stereotipo vuole che l’Europa dell’Est sia triste).

Mancano due giorni alla partenza e sono in alto mare. Devo ancora andare al Centro per l’impiego a compilare un modulo. Devo portare dei documenti al commercialista. Devo chiamare il dentista. Devo salutare un sacco di gente.

Ma ce la farò. Ho molta voglia di partire, credo che sarà un bel viaggio.

L’orto liberato di Sants

PaellaStefani si è alzata presto stamattina, anche se è domenica. Oggi c’è la festa dell’orto comunitario del quartiere di Sants e lei si è presa l’impegno di cucinare una paella vegetariana per tutti. Ieri ha fatto un giro al mercato con alcuni amici per ritirare la verdura invenduta che sarebbe finita nella spazzatura. Con quello che ha raccolto – pomodori, melanzane, taccole, carciofi e cetrioli – calcola di riuscire a sfamare una quarantina di persone.  Sotto la sua guida cominciamo a lavare e tagliare le verdure.

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Ieri una ventina di persone si sono mobilitate per riordinare, raccogliere cocci di vetro, pulire e abbellire lo spazio per la festa.  Io mi trovavo fra loro perché sono venuta a trovare mio figlio Simone che abita qui vicino e partecipa a questo progetto. Una donna del quartiere ci ha offerto un albero di ficus del suo giardino. Dopo una breve discussione su come trasportarlo, siamo andati a prenderlo con un carrello del supermercato e lo abbiamo piantato lungo il muro.

OrtoFino a un mese fa questo lotto abbandonato all’incrocio tra Tinent Flomesta e Cáceres era un buco nel tessuto edilizio, una terra di nessuno ricoperta di erbacce, macerie e rifiuti. Gli abitanti del quartiere si lamentavano per la presenza dei ratti. A fine aprile alcuni collettivi del quartiere l’hanno occupato per avviarvi un orto urbano, sul modello di altre esperienze in città. A un mese e mezzo di distanza l’«horta alliberada» è diventato un punto di aggregazione per gli abitanti del quartiere. Chiunque può dare il suo contributo. Ci sono persone di ogni età: da Pepe il giardiniere, che ha una settantina d’anni, a Jamal che ne ha dodici. Le zucchine e i pomodori stanno crescendo bene sotto l’occhio vigile dello spaventapasseri. Tutt’intorno ci sono giochi per bambini e panchine costruiti con legno di scarto.

Mentre la preparazione della festa prosegue, i passanti si fermano a guardare attraverso la rete di recinzione. Leggono i cartelli con il programma della giornata e commentano a bassa voce. C’è chi è contento dell’occupazione e chi scuote la testa rassegnato: «Meglio loro che i ratti».

Nell’angolo adibito a cucina, Stefani sorveglia la cottura della paella. Fra gli invitati ci sono i rappresentanti di altri orti urbani, venuti a raccontare la loro esperienza. Sono storie di resistenza e perseveranza, soprattutto nelle zone centrali prese d’assalto dai turisti, ma qui a Sants si respira l’entusiasmo degli inizi. Simone e Stefani, che vivono insieme a pochi isolati da qui, hanno sognato a lungo uno spazio come questo e ci vengono ogni volta che possono. Come molti dei loro amici, credono nella decrescita e nell’autonomia alimentare. E se anche se l’orto non dovesse produrre verdure per tutti, questo rimane un bel posto per ritrovarsi e sperimentare nuove forme di partecipazione. Se abitassi qui ci verrei, anche solo per stare un po’ all’aperto. Proprio io, che ho sempre giurato che mai e poi mai mi sarei lasciata convincere a lavorare la terra.

Parentele

P3290963trisLe visite a mia zia, suora del Cottolengo, di solito le rimando per mesi. C’è sempre una buona scusa. Se sto bene non ho voglia di andarci per non rovinarmi la giornata. Se sto male preferisco non andarci perché lei riesce a farmi sentire ancora peggio. Una volta, per esempio, ero passata a trovarla poco prima di Natale. Mi ero ritagliata a fatica un paio d’ore nei giorni frenetici a ridosso della consegna di un libro. «Ti trovo bruttina» mi aveva detto per prima cosa, dopo due anni che non ci vedevamo. Ce l’aveva con me perché mi ero separata, una scelta che mi poneva automaticamente fra le anime dannate. «Prego sempre per te» sospirava rigirandosi la corona del rosario fra le mani.

Mia zia è l’unica sorella di mia madre e ha ottantacinque anni. Da oltre cinquanta è infermiera in un reparto del Cottolengo in cui sono ricoverate donne epilettiche con gravi lesioni cerebrali. Molte di loro sono internate da una vita e sono invecchiate con lei. Ormai ne sono rimaste soltanto una decina, quasi tutte in carrozzella. Ogni giorno vanno alzate, lavate, imboccate e coricate. Mia zia è vecchia, gobba, soffre di dolori ai piedi e si stanca facilmente, ma continua a presentarsi in reparto per rendersi utile: frulla i cibi, prepara le medicine, piega i bavaglini, asciuga le posate. Pare che il Cottolengo debba crollare se lei si ferma. Anche per questo non vado volentieri a trovarla: mi tratta sempre come se le facessi perdere tempo.

Oggi però ho deciso che non mi sarei lasciata intimidire. Uscivo da una seduta con Fabio, il mio psicologo, e mi sentivo forte. Ho recitato un mantra buddista, ho inforcato la bicicletta e ho pedalato fino a via San Pietro in Vincoli, una strada deprimente su cui si affacciano solo finestre senza balconi. Il Cottolengo si trova lì, un dedalo di cortili e padiglioni presidiati da statue della Madonna.

Mia zia era su in reparto, intenta ad apparecchiare i tavoli per il pranzo. Se mi fossi sentita più debole mi sarei avvicinata con l’aria di chi chiede scusa per il disturbo, invece sono andata con slancio verso di lei e l’ho abbracciata. «Oh, che sorpresa! Deo gratias!» ha esclamato. Miracolo: sembrava contenta di vedermi.
Ci siamo sedute in una saletta arredata con mobili anonimi e abbiamo parlato delle solite cose: dei parenti, delle consorelle morte, della Divina Provvidenza e della crisi delle vocazioni, un argomento che le sta particolarmente a cuore. Ai suoi tempi, con la miseria che c’era in campagna, le suore non mancavano.

Lei ha preso i voti negli anni Cinquanta. Il suo nome di battesimo è Ada, ma ha scelto di farsi chiamare suor Silvia in onore di mio nonno. C’è qualcosa di lui nel suo modo di guardare, con il mento sollevato e la testa un po’ inclinata. È incredibile come si finisce per assomigliarsi fra parenti con il passare degli anni. «Diventerò come lei, da vecchia?» mi chiedo osservando la sua schiena gobba, le sue palpebre ricadenti, le sue mani nodose solcate di vene azzurre, le sue grandi orecchie che spuntano da sotto il velo.

Seduta accanto alla finestra nella stanza spoglia, mia zia sembra uno di quei personaggi austeri raffigurati dai pittori fiamminghi del Seicento. Le chiedo se posso farle una fotografia, e mi stupisco che accetti senza protestare. Si toglie addirittura il grembiule e si mette in posa. La riprendo un poco dal basso, con le mani in primo piano e i mobili sullo sfondo. Quando guardo la foto mi emoziono: è lei come la vedo io.

Mentre pedalo verso casa mi rallegro per il tesoro che porto con me: un file nella macchina fotografica, uno scatto che mi piace moltissimo. Quasi non mi sembra vero di averglielo strappato. Forse è stato merito di Fabio, il mio psicologo. O forse del mantra buddista che ho recitato per strada. O forse della Divina Provvidenza. Non importa. Oggi è stata una giornata buona, ed è questo che conta.