Quanto ho speso sul Baltico

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È più di un mese che sono tornata dal mio viaggio lungo il Baltico e solo oggi mi sono decisa a fare i conti per scoprire quanto mi è costato. Sapevo che non sarebbe stato facile perché non ho l’abitudine di segnarmi le spese via via. Così poi devo faticare sull’estratto conto, controllando voce per voce. Ho finito poco fa, ed ecco il risultato: in due mesi esatti di viaggio, dal 1° luglio al 1° settembre, ho speso circa 2800 euro. Vediamo come.

Alloggio
berlino12Il costo del pernottamento è molto variabile, a seconda dei paesi. A Copenhagen un letto nella camerata di un ostello costa 38 euro, a Lubecca 27, a Cracovia 9. C’è una bella differenza. Io sono stata fortunata perché nei luoghi più costosi (Olanda, Germania e Danimarca) sono stata quasi sempre ospitata a casa di amiche. Per il resto del tempo ho dormito negli ostelli scegliendo il letto in camerata, che è il più economico. In genere sono posti allegri e confortevoli dove è facile fare amicizia e scambiare informazioni con altri viaggiatori.
La spesa complessiva si è aggirata sui 500 euro. Prenotavo via internet su Hostelworld e cercavo i posti meno costosi, però leggevo sempre i commenti per non rischiare di finire in un cimiciaio. Ho sempre trovato posto, tranne a Tallinn, dove la domanda è spesso superiore all’offerta. Lì ho dovuto accontentarmi di un ostello lurido e degradato perché tutti gli altri erano pieni. Se volete andare a Tallinn in estate vi conviene prenotare per tempo.
Nel fine settimana gli ostelli dell’Europa dell’Est sono talvolta infestati da comitive di ragazzi tedeschi, svedesi, danesi e finlandesi che arrivano solo per sbronzarsi, visto che gli alcolici sono a buon mercato. Leggete i commenti su Hostelworld per capire se l’ostello in cui volete alloggiare è un posto tranquillo o se vi toccherà svegliarvi di soprassalto alle quattro del mattino con un gruppo di ubriachi che canta a squarciagola in camera.

Spostamenti
viaggio2016Ho percorso in tutto 7000 chilometri e ho viaggiato quasi sempre sui bus notturni (Flixbus, Polski Bus), che sono i più economici. Per le tratte brevi ho usato talvolta i treni, che sono però in media più costosi. In tutto ho speso circa 600 euro. Come per gli ostelli, prenotavo via internet con pochi giorni di anticipo e ho sempre trovato posto.
Sui sedili dei bus non si dorme molto bene, però si risparmia il costo di un pernottamento e si arriva al mattino in una città nuova, il che ha sempre il suo fascino. Cercate di scegliere un posto accanto al finestrino, così potete appoggiarvi di lato se la testa vi casca. Portatevi qualcosa da mangiare e da bere e un maglione per coprirvi, di notte può fare fresco.

Vitto
img_0110Nell’Europa dell’Est occorre pensare a tutti i pasti compresa la colazione perché gli ostelli non la forniscono. Talvolta c’è del caffè e del tè a disposizione, ma niente di più. Quando prenotate un ostello assicuratevi che abbia la cucina: vi consentirà di prepararvi i pasti da soli. In Danimarca è costoso persino fare la spesa al supermercato, quindi se viaggiate in economia sarà meglio evitare i ristoranti. In Polonia, in Lituania e in Lettonia si può mangiare fuori con poco a patto che si esca dalle zone più frequentate dai turisti. Nel centro storico di Riga, per esempio, un piatto di patate fritte accompagnato da una birra può costare anche 8 euro, ma se andate in una tavola calda nei pressi della stazione ferroviaria o del mercato potete spendere meno di 3 euro per un pasto completo.
In due mesi avrò speso per il  vitto circa 700 euro.

Musei
In Olanda, in Germania e in Danimarca i musei sono cari (12-15 euro), mentre nei paesi dell’Est il costo è molto contenuto (circa 4-5 euro). Io non ho speso quasi nulla perché nella maggior parte dei posti accettavano la tessera dei giornalisti e mi facevano entrare senza pagare.

Imprevisti 
A Klaipeda, in Lituania, ho perso la macchina fotografica e ho speso circa 150 euro per comprarne una nuova. Nessuno mi ha rubato niente: ho fatto tutto da sola. L’ho dimenticata su una panchina. Sigh.

Costi fissi
Nei costi del viaggio va calcolata anche la somma destinata all’affitto e per le spese di casa, che ho dovuto pagare anche se non ero a Torino. In tutto fanno 500 euro.

E il resto?
Sommando le cifre indicate si arriva a 2450 euro. Ne mancano all’appello circa 350. Come li ho spesi? Boh. Qualche birra al bar, qualche regalo, qualche ingresso a pagamento.
I conti non sono precisissimi, ma aiutano a farsi un’idea. Non ci vogliono poi così tanti soldi per viaggiare se ci si adatta, e ne vale davvero la pena.

Tagliarsi i capelli in viaggio

Varsavia01Arrivo a Varsavia alle cinque del mattino con l’autobus notturno da Vilnius. Non ho dormito niente, il tizio seduto accanto a me continuava a cascarmi addosso. Piove, la città mi sembra brutta. Vado alla stazione con l’idea di prendere il primo treno per Cracovia, ma al momento di pagare scopro che il biglietto è molto caro. Non ci sarà un treno più economico? La donna allo sportello non capisce l’inglese e si stringe nelle spalle borbottando qualcosa in polacco con aria risentita. Quando fanno così – e nell’Europa dell’Est succede spesso – io mi confondo. Invece di raccogliere altre informazioni, mi convinco che tutti i treni per Cracovia siano carissimi. E decido su due piedi di prendere un autobus.

Dove? Non lo so. Chiedo a un barista, che mi indica un parcheggio dietro il Palazzo della cultura e della scienza, un grattacielo sovietico a forma di torta nuziale. Fuori piove più di prima. E in quella piazza non c’è nessun autobus per Cracovia. Una ragazza consulta il cellulare e mi dice che devo andare con la metropolitana fino a Wilanowska. Corro alla fermata sotto la pioggia battente, ripetendo fra me: «Wilanowska, Wilanowska, Wilanowska». E mi maledico: perché ieri non ho fatto qualche ricerca su internet, invece di passare tutto il tempo a scrivere sul blog?

WilanowskaQuando esco dalla metro mi trovo in un altro spiazzo desolato in mezzo ai palazzoni. Sembra un posto di periferia. Al chiosco dei biglietti scopro che tutti i bus per Cracovia sono al completo. C’è posto solo su quello di mezzogiorno. Fra cinque ore. La donna allo sportello non parla inglese, ma ha capito benissimo che vorrei lasciare i bagagli lì e mi risponde con un secco «nie».

Cinque ore di attesa possono essere eterne, soprattutto se hai uno zaino pesante e non sai come ripararti dalla pioggia. Non c’è una tettoia, non c’è una pensilina, niente. Ma stanno così male a Varsavia?

Mi aggiro con lo zaino da un incrocio all’altro cercando un centro commerciale, un bar, un portico in cui rifugiarmi. Mentre cammino sotto il diluvio noto da lontano l’insegna di un parrucchiere. Si chiama Venus, niente meno. Ecco, potrei andare a tagliarmi i capelli. Ne avrei bisogno. Sono diverse settimane che ci penso, ma non ho mai trovato il tempo. Adesso ho tutto il tempo che voglio. Sarebbe un modo intelligente per passare un paio d’ore all’asciutto.

Quando suono il campanello la titolare del negozio, una donna sui sessant’anni, alza appena lo sguardo dalla rivista. Non sembra che abbia l’intenzione di farmi entrare, ma da una porta laterale sbuca una ragazza con i capelli rosa che mi sorride attraverso la vetrina e apre la porta. Dico che vorrei fare taglio e colore, ma non ho prenotato. «Non c’è problema» risponde, e mi fa cenno di posare lo zaino.

Da quel momento in poi è un paradiso. Poltrona, mantellina, musica di sottofondo, tazza di caffè. Fuori continua a piovere, ma che m’importa? La ragazza con i capelli rosa si prende cura di me. Si chiama Kate, insegna taglio e piega alle apprendiste parrucchiere, le piace molto. Le confesso che la scorsa settimana mi sono spuntata i capelli da sola con le forbicine delle unghie. Kate agita l’indice con aria minacciosa verso la mia immagine allo specchio: «Non farlo mai più». A lei piace cambiare colore. Mi dice che ha provato molte tinte – blu, verde, viola -, ma il rosa è praticamente irreversibile. Ce l’ha da un anno, si è stufata ma non riesce a toglierlo. Prendo mentalmente un appunto: «Il rosa mai».

Kate mi fa lo shampoo e aggiusta il taglio con gesti sicuri. Nel frattempo anche la vecchia titolare si è scongelata un po’. Ogni tanto alza gli occhi dalla rivista e mi osserva con aria incuriosita. Quando mi alzo per pagare mi fa persino un sorriso. Kate mi consiglia un bar con wi-fi in cui posso passare le ore che mi restano. La saluto con calore, è già la mia parrucchiera preferita.

LauraCracoviaIl giorno dopo, a Cracovia, un ragazzo spagnolo mi dice che è arrivato con un comodissimo treno da Varsavia che costava poco più del bus. Non ha dovuto sbattersi fino a Wilanowka e non ha aspettato cinque ore, ma io stranamente non lo invidio. Sarà che ho un nuovo taglio di capelli, sarà che ho conosciuto Kate, ma alla fine quella mezza giornata persa a Varsavia ha trovato un suo senso.

In prigione sul Baltico

Patarei01Con le sue torri medievali Tallinn è molto carina, ma arriva il momento in cui ci si stanca dei gruppi di turisti e dei figuranti in costume che affollano la città vecchia. Sulla via principale due ragazze vestite da boia distribuiscono volantini pubblicitari sul Museo degli strumenti di tortura. Sembrano uscite dal cartone animato di Robin Hood. Tutto bello, ma un po’ finto.

Esco dalle mura e scendo in direzione del porto, alla ricerca di posti più solitari e più veri. Nei pressi del mercato del pesce comincia un sentiero che corre lungo il mare. Un cartello indica che è stato aperto da poco, abbattendo cancelli e fortificazioni di cemento armato. Si chiama Beeta Promenaad. È un percorso grezzo, pieno di graffiti e di spuntoni di ferro arrugginito, ma la vista sul porto e sul golfo di Tallinn è stupenda. I visitatori sono invitati a godersi questa passeggiata «costruita con molta cura e amore».

Patarei02Il sentiero passa sotto un arco di pietra sormontato da una torretta e fiancheggiato da una recinzione di filo spinato. Subito dopo ci si ritrova a camminare lungo il muro esterno di una gigantesca fortezza con pesanti sbarre alle finestre. L’edificio è in rovina, ma ancora minacciosamente imponente. Che cosa sarà? Seguo una freccia dipinta su un muro e mi ritrovo in un cortile infestato dalle erbacce. Dentro una baracca di legno una donna sui sessant’anni con un fazzoletto in testa vende i biglietti d’ingresso, 3 euro. Le chiedo che posto è questo. Dice che è la fortezza di Patarei, costruita nel 1828 dallo zar Nicola I di Russia per proteggere la rotta delle navi dirette a San Pietroburgo e usata a partire dal 1919 come prigione. Negli anni dell’occupazione sovietica (1944-1991) era gestita dal Kgb, che vi rinchiudeva gli oppositori politici.

Per entrare devo vincere la mia repulsione per i luoghi degradati. Ci sarà una puzza tremenda, penso, e tanto squallore. Avanti, poche storie! Volevo un posto vero? Eccolo.

Patarei04Le celle al pianterreno sono talmente umide e buie che riesco a malapena a gettarci un’occhiata. Ai piani superiori la situazione non è migliore, perché le finestre piccole e chiuse dalle sbarre non lasciano passare molta luce. Ci sono alcune brandine coperte da materassi luridi. Il pavimento è cosparso di calcinacci. Qua e là si vedono vecchie scarpe spaiate, stracci, scatole marce, fogli di carta. La soglia di una stanza è invasa da un cumulo di telefoni rotti e di macchine da scrivere sfasciate di epoca sovietica. Al fondo del lungo corridoio si apre una sala operatoria con lettini e strumenti sanitari ricoperti di polvere. In ogni angolo ci sono lattine e bottiglie di birra abbandonate di recente. Più che un museo, sembra un posto usato per i rave party. Non è stato né ripulito né ristrutturato, il che contribuisce a rendere ancora più tangibile il senso di desolazione.
Nel cortile ci sono i gabbiotti di cemento in cui i prigionieri trascorrevano l’ora d’aria, una crudeltà dell’epoca staliniana, come la stanza dove gli agenti del Kgb uccidevano le loro vittime con un colpo alla nuca. L’ultima esecuzione è avvenuta nel 1991.Patarei03

Davanti al muro crivellato di colpi, dipinto di marrone per mascherare le macchie di sangue, rifletto sullo sfortunato destino delle Repubbliche baltiche, contese per secoli da vicini più grandi e potenti: gli svedesi, i polacchi, l’impero russo. Nel 1940, a soli vent’anni dalla conquista dell’indipendenza, furono occupate dai sovietici, che uccisero o deportarono in Siberia decine di migliaia di persone, in prevalenza intellettuali e contadini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre. Un anno dopo, nel giugno del 1941, arrivarono i nazisti, che sterminarono tutti gli ebrei. Nel 1944 l’Armata rossa riconquistò le tre repubbliche, che furono incorporate nello Stato sovietico. Gli orrori di quegli anni sono raccontati nei musei delle occupazioni di Tallinn e di Riga, e nel Museo delle vittime del genocidio di Vilnius, che ricostruiscono le storie di migliaia di persone uccise dai nazisti e dagli uomini di Stalin.

La fortezza di Patarei sarà presto chiusa perché dentro ci sono troppi pericoli, mi dice la donna che vende i biglietti. In effetti i suoi scalini sconnessi, i pavimenti pieni di buchi e le passerelle di legno marcio contravvengono tutte le norme di sicurezza dell’Unione europea. Se verrà ristrutturata perderà il suo fascino selvaggio e la sua caotica sporcizia, ma è difficile, molto difficile, che diventi un posto «carino».

Gli alberi hanno visto

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Provo un po’ di paura quando l’autista del bus mi indica dove devo scendere: è una fermata nella periferia sud di Riga, a lato di una superstrada fiancheggiata da capannoni, concessionarie di automobili e pompe di benzina. Le macchine sfrecciano di continuo, è difficile attraversare. Dall’altra parte dovrebbe esserci il luogo che cerco, il bosco di Rumbula, dove nell’inverno del 1941 le unità di sterminio dell’esercito tedesco uccisero oltre 25.000 ebrei lettoni. Fu uno dei più grandi eccidi dell’Olocausto. I tedeschi lo portarono a termine in due giorni non consecutivi, il 30 novembre e l’8 dicembre, dopo aver evacuato il ghetto di Riga. L’ordine era stato emanato da Himmler per accelerare la Soluzione finale in Lettonia e far posto nel ghetto agli ebrei deportati dall’Austria e dalla Germania.

Rumbula01L’ingresso del bosco è contrassegnato da una scultura di metallo, un albero che sporge i suoi rami sulla strada. Nessuna insegna, nessun cartello. Qua e là ci sono lapidi commemorative e sassi isolati o disposti a gruppi. È un’oasi di silenzio a poche centinaia di metri dal traffico della superstrada. Il posto è bello, armonioso. Mi viene in mente l’aggettivo ameno. Sembra impossibile che abbia potuto racchiudere tanto orrore.

Sono sola. Cammino fra i pini altissimi dal tronco rossiccio. Con un brivido penso che sono gli stessi di settant’anni fa. Hanno sentito gli spari, hanno visto le persone uccise dentro le fosse comuni. Sono i testimoni muti dell’annientamento degli ebrei lettoni.

Per arrivare qui il bus numero 18 attraversa il quartiere russo, dov’era ubicato il ghetto, e passa da Salaspils, nei pressi della ferrovia, dove sorgeva uno dei campi di concentramento di Riga. Molte case del ghetto sono ancora in piedi, mentre la zona di Salaspils è occupata da casermoni popolari di epoca sovietica. Per arrivare a Rumbula gli ebrei di Riga hanno fatto più o meno lo stesso percorso del bus, però ci sono andati a piedi, in pieno inverno, con i soldati tedeschi che sparavano a chiunque restasse indietro, bambini e anziani compresi. Hanno marciato per dieci chilometri, poi, una volta nel bosco, sono stati costretti a spogliarsi, a mettersi in fila sul bordo delle fosse comuni e a sdraiarsi a faccia in giù, con la sola biancheria addosso, sui cadaveri di quelli che erano appena stati fucilati. Il sistema era stato concepito per accelerare il lavoro: le vittime scendevano nella fossa da sole.

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Per realizzare un massacro di tali proporzioni furono impiegati circa 1700 uomini fra soldati, poliziotti del servizio d’ordine e prigionieri di guerra incaricati di scavare le sei fosse. Com’è possibile che nessuno si sia ribellato?

All’inizio degli anni Novanta lo storico statunitense Christopher Browning ha studiato un battaglione di riservisti della polizia tedesca inviato nel 1942 in Polonia per evacuare i ghetti e sterminare gli ebrei. Erano 500 uomini di mezza età di Amburgo con un lavoro e una famiglia, non militari di carriera, eppure solo 12 di loro cercarono di sottrarsi ai massacri, chiedendo di essere assegnati ad altri ruoli. Tutti gli altri si trasformarono in poco tempo in volenterosi carnefici, e non per paura di eventuali punizioni, ma per spirito di conformismo, per ossequio all’autorità e per non essere considerati «femminucce» dai loro compagni.

images-1Il libro di Browning è stato pubblicato in italiano nel 1995 dall’editore Einaudi con il titolo Uomini comuni. Sono stata io a tradurlo. Mentre ci lavoravo ne ero molto turbata: da quelle pagine emerge con grande chiarezza che ciascuno di noi, in determinate circostanze, può trasformarsi in uno spietato aguzzino. Non possiamo sapere come ci comporteremmo se fossimo messi alla prova.

Uomini comuni è uscito da più di vent’anni, eppure è ancora attuale. Dopo l’ecatombe della Seconda guerra mondiale ci sono stati altri genocidi in varie parti del mondo. Ovunque si trovano persone disposte a massacrare altri esseri umani. Sono andata a Rumbula per rendere omaggio alle vittime uccise in quel luogo e per esprimere la mia gratitudine nei confronti di coloro che usano la loro intelligenza e il loro sapere per ricostruire il passato e aiutarci a conoscere meglio noi stessi. Nel Museo del ghetto di Riga e dell’Olocausto ho trovato le informazioni che mi servivano, riassunte in modo semplice e accurato su grandi tabelloni corredati di cartine. Qualcuno si è preso la briga di fare quel lavoro, e io gliene sono grata.

Oggi i giovani sono incoraggiati a intraprendere studi scientifici e tecnologici. Le discipline umanistiche sono molto disprezzate: la storia, la filosofia, la letteratura e l’arte sono considerate un lusso inutile e un pessimo investimento. Eppure ne abbiamo disperatamente bisogno per comprendere il passato e il presente. Chi avrebbe scritto la storia del massacro di Rumbula se fossimo tutti ingegneri?

Ubriaco a bordo

UbriacoL’unico africano della Lituania, un nigeriano, stava seduto su una panchina della stazione degli autobus di Klaipeda. Un uomo corpulento si è fermato davanti a lui e l’ha costretto a cedergli il posto. «Guarda un po’ che razzista!» ho pensato, ma ho visto che il nigeriano rideva. L’altro si è lasciato cadere come un sacco sulla panchina. Portava un giubbotto pesante di pelle e uno zainetto nero a tracolla. Un sorvegliante della stazione lo teneva d’occhio da lontano. A un certo punto si è avvicinato e gli ha chiesto qualcosa. L’uomo si è alzato in piedi e ha cominciato a frugare nelle tasche. Barcollava. Sembrava ubriaco o sotto l’effetto di qualche droga. Dopo un po’ tirato fuori un biglietto spiegazzato. Il sorvegliante l’ha esaminato e gli ha indicato la piattaforma di partenza. Così ho capito che l’uomo con il giubbotto di pelle andava a Riga, come me, e avrebbe viaggiato sul mio stesso autobus. Ero in apprensione, ma anche curiosa. Sapevo che mi avrebbe portato una storia.

Il sorvegliante continuava a parlargli con voce paziente: «Marius, Marius» ripeteva. Io, seduta per terra a pochi passi di distanza, drizzavo le orecchie per cogliere qualche parola, come se avessi ricevuto il dono delle lingue e potessi capire il lituano. Marius non apriva bocca: fissava il vuoto davanti a sé con un’ostinazione quasi oltraggiosa.

Nel frattempo era arrivato il nostro mezzo di trasporto, un minibus da venti posti. L’autista, un uomo barbuto sui quarant’anni, era talmente grosso che per passare nella stretta corsia centrale doveva mettersi di profilo. Marius è salito con una sigaretta spenta fra le labbra e ha occupato il primo sedile a sinistra, poi ha borbottato qualcosa ed è sceso per fumare. Il sorvegliante gli ha tolto la sigaretta di bocca e l’ha gettata in mezzo al piazzale. Marius è rimasto immobile con un’aria delusa. Ha preso un’altra sigaretta e l’ha accesa. Voleva telefonare, ma non riusciva a comporre il numero. Per farlo salire a bordo è intervenuto l’autista.

Poi siamo partiti, e a quel punto Marius si è messo comodo: si è tolto le scarpe e ha allungato le gambe sui sedili. Dal mio posto vedevo i suoi piedi tozzi calzati di nero. Viaggiavamo tranquilli, Marius dormiva. Fuori dal finestrino scorrevano paesaggi bucolici: campi di grano, prati verdi, foreste, case di legno, trattori, mucche pezzate e cicogne. Ho ripensato al nigeriano di Klaipeda, non esattamente l’unico africano della Lituania, ma quasi: in tutto il paese sono soltanto duecento. È raro incontrarne uno.

Alla stazione di Šiauliai l’autista ha annunciato una sosta. Gli ho chiesto quanto tempo avevamo.
«Three minutes. Go to toilet!»
«I don’t need…»
«Go! Go! Go to toilet!»
Ho obbedito. Tre minuti dopo ero già di ritorno. Gli altri passeggeri si erano sbrigati pure loro. C’eravamo tutti, tranne Marius. L’autista ha aspettato qualche minuto, poi è sceso a cercarlo. Poco dopo l’ho visto uscire dalla stazione con le mani sui fianchi e un’espressione contrariata. Marius non c’era. Abbiamo aspettato ancora un po’. Niente. L’autista ha parlato al telefono con voce concitata, ripetendo più volte la parola «problema». Alla fine della chiamata ha preso lo zainetto e le scarpe di Marius e li ha consegnati a un addetto alla sicurezza. La ditta dei trasporti aveva emesso il verdetto: non c’era altro tempo da perdere. Solo allora mi sono resa conto che Marius era sceso scalzo dal minibus. Dov’era finito? Perché tardava tanto? Mentre l’autista ingranava la retromarcia, io fissavo le porte automatiche della stazione nella speranza di vederlo tornare.
Il minibus ha girato a sinistra, poi a destra in direzione di Riga. Ormai era sicuro: ce ne stavamo andando senza Marius. Lui era rimasto da qualche parte a Šiauliai, scalzo e smarrito. A bordo era rimasto il suo odore, un misto di fumo e di sudore acre da bevitore.

Perdere cose in viaggio

OlympusLe gru gialle del porto di Klaipeda, sulla costa della Lituania, si stagliavano come giraffe contro il cielo azzurro e a me è venuta voglia di fotografarle. Ho frugato nello zaino cercando la mia Olympus, una piccola fotocamera che mi accompagna in tutti i miei viaggi, ma l’Olympus non c’era. «Calma, guarda bene» mi sono detta. In casi come questo l’ansia mi rende precipitosa. Ho aperto lo zaino e ho tirato fuori tutto: l’agenda, gli occhiali, il Kindle, il portafoglio. Niente, la macchina fotografica non c’era. Il cuore mi si è fermato. Con la mente in subbuglio cercavo di capire dove potevo averla lasciata. Un quarto d’ora prima ce l’avevo in mano. Probabilmente me l’ero appoggiata accanto quando mi ero seduta su una panchina di piazza del Teatro per guardare la cartina e poi, alzandomi, l’avevo dimenticata lì. Dovevo tornare indietro subito.

Mi sono messa a correre sul molo, scansando i turisti. Cinquanta metri dopo ero già ferma: il ponte pedonale girevole era stato aperto per lasciar passare le barche e bisognava aspettare. Fremevo nell’attesa. Sembrava che tutto cospirasse contro di me.
Quando finalmente sono arrivata in piazza del Teatro e sono corsa alla panchina, della macchina fotografica non c’era traccia. Qualcuno di sicuro l’aveva presa. Era assurdo pensare di ritrovarla.

Mentre cercavo di digerire quell’amara verità ho pensato a tutte le foto che avevo scattato in Polonia e che non avevo scaricato. Perse, perse anche quelle! Ero veramente a terra. Ho fatto il giro dei locali intorno alla piazza per chiedere se per caso sapessero qualcosa. I baristi mi guardavano con aria di scherno e scuotevano la testa. E come se non bastasse, all’improvviso ha cominciato a piovere. In pochi minuti ero completamente fradicia.

Mi sono riparata sotto il tendone di un pub irlandese. Da dentro venivano le urla dei tifosi che guardavano le Olimpiadi. Provavo un senso di vuoto e di abbandono. «Ecco, sei sempre la solita» mi sono detta. «Perdi tutto. Quando imparerai a stare più attenta? Dovresti startene a casa. Sei un’idiota». Sapevo che cosa stava accadendo: mi stavo scagliando contro me stessa, un meccanismo che conosco bene. Se non lo avessi fermato, mi avrebbe rovinato la settimana. E io avevo già perso la macchina fotografica, non potevo perdere anche la voglia di viaggiare.

Così ho cercato un locale che mi piacesse, sono entrata, ho ordinato una birra e un piatto di aringhe e me li sono goduti aspettando che smettesse di piovere. Poi sono tornata all’ostello e ho fatto i piani per l’indomani: sarei andata alla polizia per chiedere se qualcuno aveva riportato la mia fotocamera. Sapevo che era quasi impossibile, ma non volevo lasciare niente di intentato.

Il mattino dopo ho camminato fino all’indirizzo indicato su Google Maps, ma al posto della stazione di polizia c’era l’ispettorato dei trasporti. Mentre tornavo indietro sconsolata ho visto sulla via principale il centro di informazioni turistiche. Era aperto. La donna al banco mi ha detto che in città era stato aperto da poco un ufficio oggetti smarriti. Ha cercato il numero, ha chiamato, ha spiegato il mio caso al telefono, si è segnata la mia email su un foglio e mi ha detto che mi avrebbe avvisata se ci fossero state novità. L’ho ringraziata e ho aggiunto in tono di scusa: «La macchina fotografica ha il display incrinato. Non ha un grande valore».
«Ce l’ha per lei» ha detto con un sorriso.

Non credo che ritroverò la mia Olympus, e sono terrorizzata di perdere altre cose importanti. Lo so che può succedere. Per quanto mi sforzi di stare attenta, ogni tanto mi distraggo. Sono sempre stata così, non posso farci niente. C’è stato un momento in cui credevo di essere migliorata: l’anno scorso in Sudamerica non avevo perso nemmeno un calzino. Ma il dio dei viaggiatori esige ogni tanto un tributo per la gioia che ci regala ogni giorno, e se lo prende così, con la forza inesorabile della distrazione. Spero che la prossima volta si accontenti di un paio di mutande.

In compagnia del maiale

Lola05A fine aprile, quando aveva circa quattro mesi, Lola ha fatto tutto il tragitto da Gdynia a Błądzikowo sul sedile anteriore dell’auto, fra le braccia di Katarzyna, che le parlava sottovoce per rassicurarla. I maiali non amano viaggiare e Lola è pur sempre un maiale, anche se i suoi padroni la considerano parte della famiglia. Dalla corsia di sorpasso i passeggeri delle altre macchine sgranavano tanto d’occhi. Quel giorno sulla statale n. 6 della Polonia il rischio di incidenti è stato alto.

A Błądzikowo, dove Katarzyna ha una pensione a gestione familiare con nove camere da letto e un grande giardino, Lola può scorrazzare a suo piacimento in compagnia del cane Botsman e del gatto Mitskin. Di notte dorme nel bagno al pianterreno su un cuscino foderato di stoffa morbida. A me di solito tocca fare le pulizie nella sua cuccia al mattino. C’è un odore di porcile che prende alla gola, ma Katarzyna, che è puntigliosa in tutto, non se ne preoccupa. Adora Lola. L’ha chiamata così in onore della protagonista del film L’angelo azzurro, la cantante sexy interpretata da Marlene Dietrich.

workaway

Alla sera, quando ci riuniamo a tavola dopo una giornata di lavoro, Katarzyna e il marito raccontano le storie di Lola. Per esempio di quella volta che era in calore ed è scappata fino a Puck, quattro chilometri più a nord, per cercarsi un fidanzato. Dopo hanno cercato di farla sterilizzare, ma il veterinario glielo ha sconsigliato, temeva che il suo cuore non reggesse. «È tanto sensibile» dice Katarzyna con voce commossa. Intanto, mentre noi siamo a cena, Lola è in cucina che divora le crocchette del gatto. Lo si capisce da come sbatacchia la ciotola. Andrey, il lavapiatti ucraino, balza in piedi e corre di là a ristabilire la giustizia. Lui ama tutti gli animali della casa in modo equanime.

AndreyAdesso Lola ha otto mesi ed è cresciuta parecchio. Per riportarla a Gdynia a fine estate Katarzyna ha comprato una di quelle gabbie che si usano per caricare i cani di grossa taglia sugli aerei. È certificata dalla Iata, l’associazione del trasporto aereo, ed è costata un sacco di soldi, ma sarà difficile convincere Lola a entrarci. È tanto sensibile, non le piace stare in gabbia.

Tra una storia e l’altra, i miei otto giorni di lavoro qui a Błądzikowo sono volati. Mi sono trovata benissimo con gli altri due volontari, un ragazzo italo-tedesco e una ragazza catalana di vent’anni. Ieri sera Katarzyna ha fatto una torta di ciliegie per salutarmi. Abbiamo bevuto vino bianco e aspirato tabacco da fiuto secondo l’antico costume casciubo.

Oggi pomeriggio Katarzyna mi ha preparato i panini e mi ha portata fino alla stazione. Mi ha salutata in fretta, aveva le lacrime agli occhi. Sul treno mi sentivo un po’ triste. A Danzica pioveva come d’autunno e l’impiegata della compagnia degli autobus era molto scortese. L’ufficio stava per chiudere, io non avevo abbastanza contanti per pagare il biglietto per la Lituania e il bancomat non funzionava. Alla donna dell’agenzia è sfuggita una smorfia di disappunto quando mi ha vista rientrare trafelata, con i soldi in mano, tre minuti prima della chiusura.

Ora sono sull’autobus che si allontana da Danzica sotto un cielo grigio. Penso alla pensione fra i campi di grano di Błądzikowo e alla piccola comunità di uomini e bestie che ho lasciato laggiù. Mi mancano già tutti, compreso il maiale.

Bladzikowo