Il bus è guasto, viva il bus!

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L’autobus è fermo da una decina di minuti al bordo della strada, nelle campagne fuori Córdoba. È mezzogiorno, siamo partiti da meno di un’ora. Qualcuno scende a chiedere spiegazioni. Si è rotto un tubo del radiatore, l’autista sta aspettando il meccanico. Quando gli chiedo se ci vorrà molto si limita ad allargare le braccia.
Comincio a temere di arrivare in ritardo. Alle sei del pomeriggio dovrei presentare il mio romanzo a Marcos Juarez, una cittadina a 260 chilometri da Córdoba. Contavo di arrivare con qualche ora di anticipo per preparare tutto con calma, ma adesso i miei piani sono saltati. Non so quando ripartiremo.

Come gli altri, mi dispongo ad aspettare. Per lo meno non fa freddo. Le stoppie del mais e l’erba secca nei campi dicono che è inverno, ma la temperatura è da primavera avanzata. Sdraiata al sole sul prato al lato della strada, penso che in questi tre mesi e mezzo di viaggio gli autobus mi hanno portata dappertutto. Sono le arterie dell’America latina, il mezzo attraverso cui le persone e le merci raggiungono i luoghi più remoti del continente.

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Le parole per dire «autobus» cambiano da un posto all’altro. Io ne conosco almeno otto: autobús, bus, ómnibus, micro, microbús, colectivo, bondi, camión (in Messico). L’autostazione è la terminal, al femminile, ma in Cile si chiama rodoviario. Il biglietto è boleto, billete, tiquete, pasaje.

La ricchezza linguistica è un segno d’importanza. Ci sono paesi come la Bolivia dove le auto private sono rare, eppure tutti si spostano. La rete di trasporti è capillare: se non c’è il bus puoi prendere un minibus o un autito, un taxi condiviso. Arrivando alle sei del mattino a Los Altos, alle porte di La Paz, ci si trova imbottigliati in un gigantesco ingorgo di autobus, minibus e taxi da cui scendono manovali diretti a qualche cantiere e donne in abiti tradizionali cariche di fagotti. C’è un fermento che trasmette un senso di vitalità, nonostante i cani randagi che vagano nel traffico, la spazzatura impigliata nei cespugli e le case di mattoni non finite che si stendono a perdita d’occhio.

Le autostazioni della Bolivia e del Perù sono molto rumorose. Gli impiegati delle compagnie di trasporto urlano le destinazioni – «Arequipa, Arequipa, Arequiiiipa!» – per attrarre i clienti. Per accedere alle piattaforme di partenza si paga una piccola tassa, chiamata derecho de terminal, e gli unici che non lo sanno sono gli stranieri. A Sucre, in Bolivia, i bagagli vengono calati con una corda dalla balconata del primo piano e bisogna stare attenti per non prendersi una valigia in testa. In Argentina è tutto più ordinato e tranquillo, ma a Buenos Aires la stazione dei bus del Retiro è circondata dalla Villa 31, una delle baraccopoli più grandi del paese. Dal terminal si vedono le case malandate e le strade dove neppure la polizia osa entrare.

Per via delle grandi distanze molti autobus viaggiano di notte. In inverno può fare molto freddo o molto caldo, a seconda se il riscaldamento è acceso o spento, e non c’è modo di sapere come andrà. Alcune compagnie di bus a lunga percorrenza ti danno qualcosa da mangiare, altre non ti danno niente, e non c’è modo di capire come funziona (o almeno, io non l’ho capito).

A me piace viaggiare così. Ogni volta che salgo su un autobus sento che sta per cominciare una nuova avventura. Andrò in un posto che non ho mai visto, conoscerò altre persone, vedrò altri paesaggi. I contrattempi non mi disturbano più di tanto, anzi, spesso diventano lo spunto per un racconto.

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Il fatto che siamo fermi da più di un’ora nelle campagne di Córdoba non mi preoccuperebbe se non avessi una presentazione alle sei. Il meccanico, arrivato poco fa con un pick up, non riesce a riparare il guasto. Pare che il tubo di ricambio che ha portato non sia quello giusto. L’autista ci fa salire sul bus di un’altra impresa che fa lo stesso tragitto. Non è diretto, ferma in tutti i paesi. Arriveremo alle cinque, se tutto va bene.

Ieri un amico di Córdoba mi aveva raccomandato: «Parti presto, l’autobus si può rompere». Ed ecco, è successo veramente. Un passeggero mi dice che conviene viaggiare di notte, perché i mezzi usati in quella fascia oraria sono più affidabili. «Però – aggiunge abbassando la voce – il suo amico è stato un po’ un ave de mal agüero», un uccello del malaugurio.

Viaggiare con lentezza

CartinaViaggio2È un mese e venti giorni che sono in viaggio e ho percorso soltanto una piccola parte dell’itinerario di massima che avevo immaginato prima di partire. Lungo la strada ho fatto sette presentazioni del mio romanzo e ho viaggiato lentamente, fermandomi per conoscere le persone che mi avevano invitato e i luoghi in cui vivono. Non me ne sono mai pentita. Ieri, per esempio, ero a cena da Patricia, un’insegnante di italiano che mi ha accolta come un’amica a casa sua a Río Cuarto. Pedro, il figlio di otto anni, è un collezionista di numismatica e mi ha regalato una moneta da 2 pesos. Continua a leggere