Salvador da Bahia, la città meticcia

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Sono arrivata a Salvador da Bahia con un misto di curiosità e timore. La città magnifica e terribile dove batte il cuore africano del paese mi si è svelata al mattino presto, in una domenica di sole, con l’immagine del Pelourinho, il centro storico dai colori pastello. Davanti alle chiese e agli edifici barocchi i senzatetto si stavano svegliando, sorvegliati da poliziotti armati. C’era un senso di solitudine, come se mi trovassi in una città-museo, da cui la vita ordinaria era fuggita. Dov’era la città amata ed esaltata da Jorge Amado, la capitale del candomblé e della capoeira, del samba e degli orixá?

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Ci sono voluti un paio di giorni per andare oltre l’immagine patinata del Pelurinho, i suoi edifici rimessi a nuovo, i suoi ristoranti e negozi di souvenir rivolti ai turisti. In alcune zone del centro storico, soprattutto nel quartiere di Santo Antonio, c’è ancora la vita vera: famiglie, bambini che vanno a scuola, case modeste, panetterie, anziani seduti fuori a chiacchierare. Per strada si sente l’odore dell’aglio cotto e si ascoltano musiche e canti provenienti dalle case, dai cortili, dalle auto di passaggio, dalle chiese evangeliche che celebrano i loro culti. C’è tanta musica, dappertutto. E le persone sono di tante sfumature differenti. “Bianco puro, chi?” scrive Amado. “Negro puro a Bahia, dove? Siamo mulatti, per fortuna!”.

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La ricchezza culturale, artistica, spirituale, demografica e culinaria di Bahia proviene da due eventi traumatici: la colonizzazione portoghese e la schiavitù. Gli schiavi africani che arrivavano qui nel Settecento a bordo delle navi negriere erano stati razziati in vari luoghi dell’Africa. Parlavano lingue diverse e adoravano divinità diverse. Al loro arrivo in Brasile dovettero convertirsi al cristianesimo e adottare, almeno formalmente, i suoi riti. Ma le antiche credenze non erano morte: riemergevano in culti sincretici in cui le divinità animiste, gli orixá, convivevano fianco a fianco con la Trinità e i santi cattolici. Gli orixá – come il candomblé, la capoeira, il samba e la cucina tradizionale – sono creazioni afrobrasiliane, il risultato della mescolanza di culture causata dalla schiavitù. È il meticciato, la mescolanza, il tratto caratteristico di Bahia, la fonte inesauribile della sua creatività.

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Salvador è divisa in due: c’è la città alta con il centro storico e la città bassa che ospita le zone commerciali e residenziali. Molti edifici della città bassa accanto al Mercato Modelo sembrano bombardati: vecchi caseggiati senza tetto invasi dai rampicanti, gusci vuoti con le finestre che inquadrano il cielo azzurro. Più lontano, sulle colline verso il santuario del Bomfim, si stendono le favelas dove vive il 33 per cento della popolazione. È una città povera e violenta, con il più alto tasso di omicidi del Brasile.

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Fino a pochi anni fa anche il centro storico era un luogo degradato e pericoloso. Chi vuol farsi un’idea di com’era può guardare le fotografie e i documentari di Miguel Rio Branco, che negli anni Settanta ha abitato al Pelourinho e ne ha immortalato le case fatiscenti, le famiglie povere, le prostitute, la sporcizia, i cani morti per strada, in immagini di grande impatto e verità. Le persone, uomini e donne, hanno una vita segnata dalla miseria e corpi segnati dalle cicatrici, eppure nei loro sguardi si intuisce una grande umanità e capacità di resistenza.
“Ti ho mostrato il buono e il cattivo, il pulito e lo sporco, il fiore e la piaga” scrive Amado “perché tu possa amare Bahia integralmente”.

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(Fotografia di Miguel Rio Branco)

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La casa di Amado a Ilhéus

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Questa cittadina sonnolenta sulla costa meridionale dello stato di Bahia è il luogo in cui Jorge Amado, il più grande scrittore brasiliano del Novecento, ha passato l’infanzia e la giovinezza. Era nato nel 1912 nei pressi di Itabuna, trenta chilometri più a ovest, dove suo padre coltivava il cacao.

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Nel 1914, quando una piena del fiume Cachoeira aveva distrutto la piantagione, la famiglia si era trasferita a Ilhéus. Dopo alcuni anni di stenti il padre aveva vinto una somma alla lotteria che gli aveva consentito di costruire il palazzotto dove oggi è ospitata la casa-museo di Jorge Amado.

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Sono venuta fin qui apposta per visitarla. Appena scesa alla stazione degli autobus mi sono avviata a piedi verso il centro. La donna allo sportello delle informazioni mi aveva detto che era vicino, ma forse intendeva in taxi. Dopo un’ora che camminavo sotto il sole non ero ancora arrivata. Mi trovavo in una periferia desolata che sembrava non finire mai. Oltrepassavo case decrepite, mucchi di spazzatura ed ex negozi trasformati in chiese pentecostali. Il centro era un miraggio preannunciato da cartelli marroni. Quando finalmente ci sono arrivata ho scoperto che la casa di Amado era chiusa. Avevo controllato gli orari su internet, ma mi ero dimenticata che era sabato, l’unico giorno in cui chiude di pomeriggio. Ed era pomeriggio.

A Ilhéus non c’è nient’altro da vedere. Sulla piazza principale c’è un ristorante chiamato Gabriela cravo e canela, come il romanzo di Amado qui ambientato all’epoca d’oro del cacao, quando la città era ricca e vivace. Di quegli anni restano pochi edifici nel centro storico e una chiesa che sembra una torta nuziale.

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Erano le tre del pomeriggio, il mio autobus ripartiva alle nove e non avevo niente da fare. Ho mangiato un paio di salgados in un chiosco, poi sono andata sulla spiaggia. Tutti i maschi giovani della città erano lì a giocare a calcio. Le squadre si susseguivano l’una all’altra sulla battigia, separate da linee tracciate sulla sabbia. Le più organizzate avevano pettorali colorati per distinguersi, le altre maglietta e torso nudo. I campi hanno un limite di lunghezza ma non di larghezza. Si va a calciare la palla persino in mare. Era bello vedere la determinazione e l’impegno dei giocatori, tutti a piedi nudi. Nessuna donna in vista oltre me che tentavo di fotografarli.
È stato così che ho riscattato il mio pomeriggio a Ilhéus e tutta la strada che ho fatto per arrivarci.

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A Caraíva dopo il temporale

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Il bus per Caraíva parte alle sette del mattino dal centro di Arraial D’Ajuda, poco oltre il Bar Clandestino. Ha appena smesso di piovere. Per diverse ore un temporale tropicale ha sconquassato le palme rovesciando torrenti d’acqua per le strade. La cittadina si sta svegliando, i commercianti spazzano via il fango e le foglie morte davanti ai negozi.

Il bus è in ritardo di mezz’ora. Forse non passerà. Un uomo accanto a me commenta: “Siamo a Bahia”.  Questa è la terra del candomblé, della cultura afrobrasiliana, delle percussioni e delle danze. Non ci si aspetta che i bus siano in orario. Tendo l’orecchio ogni volta che sento un motore arrancare dietro la curva, ma arrivano solo mezzi che vanno da altre parti. Eppure io ho fede. Dai miei viaggi ho imparato che in Sudamerica i bus passano sempre.

E infatti eccolo che arriva, un vecchio rottame rauco della Aguía Azul, la linea di trasporti locale. L’autista dice che ci vorrà più del previsto. La strada sterrata è in cattive condizioni a causa del temporale. Partiamo. Il bus ballonzola sulle buche, slitta sul fango, dribbla le pozzanghere sulla strada di terra rossa che si inoltra nel verde della foresta pluviale. Lungo il percorso salgono donne e uomini del posto. Nessun turista oltre me. Dove andranno? Non sembrano tipi da spiaggia.

Dopo circa un’ora ci fermiamo davanti al Terravista, un villaggio turistico a cinque stelle con campo da golf. Il bus si svuota. Tutte quelle persone lavorano là, come addetti alle pulizie, camerieri, giardinieri. Una folla di neri e mulatti al servizio dei gringos dei viaggi organizzati.

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Anch’io sono una gringa. Arrivo da un paese ricco, sono qui in vacanza e non parlo il portoghese. Mi arrangio con le parole che imparo via via. Ora per esempio vorrei dire all’autista di farmi scendere alla Praia do Espelho. Visto che il viaggio sta durando un’eternità, preferisco andare fino a Caraíva a piedi. Sono dieci chilometri lungo la spiaggia.

L’autista non è d’accordo. Alza due dita e dice qualcosa che non capisco. Gli chiedo di ripetere più adagio. Dice che non posso andarci sozinha, da sola. Bisogna essere almeno in due.

Quando il bus finalmente arriva a Caraíva sono le undici passate. Ci abbiamo impiegato quasi quattro ore invece che due e mezzo. Il posto è bellissimo. Si prende una barca per attraversare il fiume. Dall’altra parte non ci sono auto, solo carretti trainati dai muli.

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Oltre la zona più vicina al paese, occupata dai bar e dalle bancarelle di cibo, la spiaggia orlata di palme si stende a perdita d’occhio per chilometri, completamente deserta. Nessun essere umano in vista tranne un pescatore con una lenza. Cammino da sola fino alla Lagoa do Satu, un lago di acqua dolce tra la spiaggia e la foresta. Quando torno indietro, tre ore più tardi, il pescatore ha preso quattro pesci.

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L’autista del bus che mi riporta ad Arraial è lo stesso del mattino. Mi chiede se ho fatto la gita lungo la spiaggia. Gli dico di sì, ma ometto di confessargli che ci sono andata sozinha.

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