Musica da camera

Horacio, chitarrista e insegnante di musica, conosciuto all'ostello AlvearA Córdoba sono tornata all’ostello Alvear sapendo che ci avrei ritrovato Horacio. Eravamo d’accordo di rivederci qui per il suo compleanno, il 26 luglio. Sono arrivata con sei giorni di anticipo, attraverso le Ande e il confine con il Cile. Sul bus notturno da Mendoza gli avevo mandato un sms: «Arrivo domani». Horacio aveva visto il messaggio solo al mattino. «A che ora arrivi?» mi ha scritto. Ho risposto: «Sono già qui!». Ero seduta in una poltrona dell’ostello, davanti alla porta della sua camerata. È uscito, ci siamo abbracciati. «Quanto tempo!» ha detto lui, ma era passato soltanto un mese e mezzo dall’ultima volta che ci eravamo visti. Sembrava tanto perché ero andata fino in Perù. Continua a leggere

Sulla strada con Nestor, Necky e Nina

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Alle dieci e mezza del mattino, come aveva promesso, Nestor è venuto a prendermi in macchina davanti all’albergo sulla piazza principale di Río Cuarto. Al volante c’era la moglie, sul sedile posteriore un cucciolo di labrador di quattro mesi. Quando ho fatto per sedermi dietro, Nestor mi ha fermata con un gesto della mano: «Vai davanti» ha detto. «Con Nina ci sto io. È molto molesta». Ci ho messo un attimo per capire che Nina è il cane. La moglie si chiama Necky. Continua a leggere

Piovono pietre

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Il treno per Villa Maria in partenza dalla stazione di Córdoba ha tutti i finestrini schermati da lastre di plexiglass rese opache dal tempo e dalle intemperie. Guardar fuori è come guardare attraverso la nebbia. Sono delusa. Il viaggio dura quattro ore, il doppio rispetto a quello in autobus, e speravo di potermi godere il paesaggio strada facendo. «Chissà perché hanno messo quelle lastre» mi domando mentre un uomo mi aiuta a issare lo zaino sulla rastrelliera. Continua a leggere

In memoria dei desaparecidos

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Dietro alla cattedrale di Córdoba c’è un luogo che nella sua nudità contiene storie quasi intollerabili. È il Museo de la memoria, istituito nei locali usati negli anni Settanta dal dipartimento di spionaggio della polizia per imprigionare e torturare decine di migliaia di oppositori politici poi spariti nel nulla. Il centro è un labirinto di celle e minuscoli cortili in cui i detenuti erano costretti a circolare bendati. Solo il suono delle campane della cattedrale ha consentito ai pochi sopravvissuti di riconoscere il luogo.

Il centro è rimasto com’era, con i muri scrostati e la squallida scrivania usata per gli interrogatori. Cammino da una cella all’altra in punta di piedi, come in chiesa, consapevole di muovermi in uno spazio reso sacro dal dolore delle vittime e dei loro familiari. Le foto dei desaparecidos  alle pareti mostrano i volti di persone giovani, a volte giovanissime: studenti, insegnanti, operai, sindacalisti, famiglie intere portate via di notte e mai più tornate. Continua a leggere