Musica da camera

Horacio, chitarrista e insegnante di musica, conosciuto all'ostello AlvearA Córdoba sono tornata all’ostello Alvear sapendo che ci avrei ritrovato Horacio. Eravamo d’accordo di rivederci qui per il suo compleanno, il 26 luglio. Sono arrivata con sei giorni di anticipo, attraverso le Ande e il confine con il Cile. Sul bus notturno da Mendoza gli avevo mandato un sms: «Arrivo domani». Horacio aveva visto il messaggio solo al mattino. «A che ora arrivi?» mi ha scritto. Ho risposto: «Sono già qui!». Ero seduta in una poltrona dell’ostello, davanti alla porta della sua camerata. È uscito, ci siamo abbracciati. «Quanto tempo!» ha detto lui, ma era passato soltanto un mese e mezzo dall’ultima volta che ci eravamo visti. Sembrava tanto perché ero andata fino in Perù. Continua a leggere

Panchito dell’altipiano

Panchito accompagna i turisti a 5000 metri di quota con una camicia di cotone e un maglioncino beige. Sono tredici anni che fa questo mestiere e non ha una giacca a vento. Io batto i denti dentro i miei indumenti tecnici da alta montagna. «Non hai freddo?» chiedo.
«No, sono abituato. E poi ho questi» dice, tirando fuori un paio di guanti.

Mi trovo a Tupiza, nel sud della Bolivia, e sto per partire per un tour di quattro giorni al Salar de Uyuni, la più grande distesa salina del mondo. Con me c’è una coppia di francesi. Panchito è il nostro autista e la nostra guida. Si arrampica sul tetto del fuoristrada per caricare i nostri zaini, poi dice: «Andiamo a prendere la cuoca». Da una casa del paese esce una donna sui cinquant’anni carica di borse. Ha un paio di lunghe trecce nere e porta una gonna ampia a balze, diversi maglioni sovrapposti, uno scialle, un grembiule, calze di lana, sandali (sì, sandali!) e il tipico cappello a bombetta. Si chiama Silvia, dice Panchito, mentre lei si sistema davanti senza una parola, tira fuori i ferri e comincia a sferruzzare. Continua a leggere

La magia di Purmamarca

Avevo sentito dire che Purmamarca è bella, ma non mi aspettavo che fosse così bella. Mentre l’autobus si avvicina al paese mi sfugge un urlo di meraviglia. Sui due lati della strada si ergono formazioni rocciose color ocra e ruggine, corrugate e punteggiate di catcus. Il Cierro de los Siete Colores (la montagna dei sette colori), sulla sinistra, splende di sfumature, dal bianco al verde al rosa. Sono le cinque del pomeriggio e la luce è stupenda. Continua a leggere

Pepe il giardiniere

Domenica, ora di pranzo. Dal centro di Salta torno verso l’ostello imboccando una strada a caso. I negozi sono chiusi, non c’è nessuno in giro. D’un tratto, a metà di un isolato, mi appare un bellissimo giardino pieno di rose, buganville, stelle di Natale e altri fiori che non conosco. Mi fermo, stupefatta. Dal cancello un uomo sui settant’anni mi fa cenno di avvicinarmi. Quando vede che non mi muovo mi viene incontro, accompagnato da due enormi cani lupo.

«Ti piacciono i fiori?» mi fa.
«Molto. Li coltivi tu?»
«Sì».
«Complimenti, sono bellissimi. Volevo fare qualche foto». Continua a leggere

Il bello dell’ostello

Alle sette del mattino, quando sono scesa dall’autobus notturno, a Salta era ancora buio. Sono andata a piedi fino all’ostello Siete Duendes, dove avevo prenotato un letto in un dormitorio. Alla reception il proprietario mi ha chiesto di dov’ero e da quale città dell’Argentina provenivo. Quando ho fatto per tirare fuori il passaporto per la registrazione, mi ha fermato con un gesto della mano. «Vai prima a fare colazione. Prendi un caffè, poi torni con calma». In albergo mi avrebbero detto che non ne avevo il diritto, perché non avevo dormito lì, ma negli ostelli è differente. C’è un’altra atmosfera. Per questo li preferisco. Continua a leggere

Sulla strada con Nestor, Necky e Nina

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Alle dieci e mezza del mattino, come aveva promesso, Nestor è venuto a prendermi in macchina davanti all’albergo sulla piazza principale di Río Cuarto. Al volante c’era la moglie, sul sedile posteriore un cucciolo di labrador di quattro mesi. Quando ho fatto per sedermi dietro, Nestor mi ha fermata con un gesto della mano: «Vai davanti» ha detto. «Con Nina ci sto io. È molto molesta». Ci ho messo un attimo per capire che Nina è il cane. La moglie si chiama Necky. Continua a leggere

Puoi sempre cambiare posto

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Quando Ricardo e Marisa sono venuti a prendermi alla stazione dei treni di Villa Maria era già buio, ma io li ho riconosciuti da distante. La chioma bionda e ondulata di Marisa e la camminata di Ricardo sono inconfondibili per me, anche se sono passati dodici anni dall’ultima volta che ci siamo visti. La vera sorpresa è stata ritrovarli qui in Argentina. Ero convinta che fossero ancora in Italia. Continua a leggere