Salita al Machu Picchu

Alle cinque del mattino ad Aguas Calientes è ancora buio, ma davanti al punto di controllo dei biglietti c’è già una lunga coda. Aspetto con gli altri, ascoltando il rumore del fiume. Oltre il ponte comincia il sentiero per Machu Picchu. Chi vuole salire a piedi deve passare di qua. Sono cinquecento metri di dislivello, niente di che, ma io temo di non farcela. Una settimana fa, in Bolivia, sono stata malissimo per un’infezione alimentare. Sto ancora prendendo gli antibiotici. Me ne manca uno per finire la cura. Lo prenderò alle otto in punto, in cima. Se riesco ad arrivarci.

C’è un autobus che fa la spola dal ponte all’ingresso del sito, ma per me è importante salire a piedi. È una sorta di pellegrinaggio laico. Machu Picchu è il culmine reale e simbolico del mio viaggio. Dopo comincerò a scendere verso il Cile. Mesi fa, mentre pianificavo il mio itinerario, avevo provato una grande emozione al pensiero di arrivare fino all’antica città degli inca. Era la realizzazione dei miei sogni di bambina, quando nella mia casa di provincia passavo i pomeriggi davanti all’atlante immaginando viaggi meravigliosi. Continua a leggere

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Sull’orlo del precipizio

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«Sta piovendo» penso nel dormiveglia. E poi, subito dopo: «No, non è possibile. Non è stagione». Mi alzo e apro la porta che dà sul patio: diluvia. E io proprio stamattina devo partire per Machu Picchu. Il minibus dovrebbe passare a prendermi alle sette. Aspetto con lo zaino pronto e la giacca a vento addosso nell’atrio dell’ostello. Sono quasi le otto quando l’autista, trafelato, si affaccia al portone e grida il mio nome.

Cuzco è nel caos per la pioggia. Fa freddo, il cielo è grigio e sulle montagne più alte c’è un velo di neve. Partiamo con un’ora e mezza di ritardo. Abbiamo davanti sei ore di strada, più due ore a piedi fino a Aguas Calientes, il villaggio da cui parte il sentiero per Machu Picchu. Continua a leggere