Una causa urgente e impossibile

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Fin dalle sei del mattino davanti alla chiesa di Balvanera si è formata una lunga coda. La vedo dalla finestra; la casa dell’amica che mi ospita è proprio qui di fronte. Persone di ogni età aspettano con pazienza il loro turno per rendere omaggio a San Expedito, un legionario romano martirizzato nel terzo secolo. Oggi, 19 agosto, è la sua festa. La sua statua, scolorita e consumata dalle carezze di troppe mani, è esposta fuori dalla chiesa, davanti a un braciere in cui ardono centinaia di candele. Con la cera sciolta si riempiono ogni giorno due bidoni.

San Expedito è il patrono delle cause urgenti e impossibili e questo angolo di Once, il quartiere commerciale di Buenos Aires, è una sorta di santuario dedicato a lui. I marciapiedi sono invasi da bancarelle che vendono statuine, medagliette, candele del rosario e candele di vari colori, a seconda della grazia che si vuole ottenere. Qui si radunano ogni giorno moltissimi fedeli, ma oggi la coda fa il giro dell’isolato.

Forse dovrei mettermi in fila anch’io. Ho un problema da risolvere, una causa urgente e impossibile: mancano cinque giorni al mio ritorno in Italia e vorrei che il mio libro continuasse a circolare in Argentina anche in mia assenza. Ho un appuntamento alle quattro con il proprietario di una libreria internazionale, ma non so bene che cosa offrirgli. In questo paese i libri stranieri arrivano con difficoltà perché le importazioni sono ostacolate dalla politica protezionistica del governo. Per aggirare il problema ho stampato il mio libro a Buenos Aires, ma le tipografie non accettano bonifici dall’estero. Impossibile quindi per me ordinare altre copie dall’Italia.

Vado comunque a trovare il libraio, che con grande disponibilità ha accettato di incontrarmi. Ha più o meno la mia età e parla sei lingue, compreso l’italiano. Ci sediamo a un tavolino rotondo, mi offre un bicchiere d’aranciata. Tutto intorno, scaffali bianchi pieni di libri. Calvino, Moravia e Umberto Eco mi guardano dall’alto in basso, ma io faccio finta di niente.
Tiro fuori dallo zaino il mio romanzo e racconto al libraio che in questi quattro mesi ho viaggiato da un capo all’altro del paese per presentarlo. «Ai lettori argentini piace» dico. «Ho venduto tutte le duecento copie che ho stampato e ho capito che potrei venderne di più. Il problema è come».
«Possiamo venderlo noi» dice il libraio con semplicità.
«Però c’è il problema della stampa. Non so come pagare la tipografia dall’Italia».
«Possiamo pagarla noi».
In pochi minuti tutte le difficoltà scompaiono. Ci accordiamo per una tiratura piccola, per vedere come va. Il libraio è persino disposto a ritirare di persona le copie stampate. È un uomo onesto e affidabile, sono felice di averlo incontrato.

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Mentre torno verso casa è quasi buio. Le botteghe di tessuti gestite da ebrei stanno chiudendo, ma davanti alla chiesa di Balvanera la coda per San Expedito continua a fare il giro dell’isolato. Io non ho bisogno di mettermi in fila. Il miracolo che aspettavo l’ho già ottenuto. Quindici isolati più a nord, in una libreria del quartiere di Abasto.

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Qui non c’è niente di bello

Buenos Aires, quartiere ebraico, MedranoL’uomo al centro della fotografia mi ha chiamata con un cenno della mano quando l’ho fotografato sulla porta del suo negozio a Once, la zona dei commercianti di tessuti.
«Perché mi riprendi? Qui non c’è niente di bello» ha detto in tono burbero.
«Mi piacciono i negozi di stoffe. Mia madre era una sarta» ho risposto.
A quel punto ho notato che portava la kippah, il tipico copricapo ebraico. E mi è venuto in mente che il 18 luglio 1994, a pochi isolati da qui, una bomba distrusse la sede dell’Amia, la mutua ebraica argentina, uccidendo 85 persone. Forse era per questo che l’uomo mi guardava con aria tanto sospettosa. Il suo amico, a sinistra nella foto, ha detto in tono conciliante: «Va tutto bene. Non c’è nessun problema». Continua a leggere