Quando sono a terra

La riflessologa che mi massaggia il piede dice che sente un blocco sul lato sinistro del mio corpo. «Mi pare di capire che sei molto più severa con te stessa che con gli altri» dice.
Bella scoperta, penso. Sono almeno trent’anni che lo so. Il problema è come venirne fuori.
«Devi premiarti di più» dice lei, come se mi leggesse nel pensiero.
«L’ho fatto. Ho viaggiato per quattro mesi in Sudamerica. E ora, vedi? Sono venuta da te».
Mi guarda e sorride. È bella, la mia riflessologa. Si chiama Bruna ma è bionda, con gli occhi chiari, e ha più o meno la mia età. Ci conosciamo da un paio di anni, ma è la prima volta che mi sdraio sul tappetino di questa stanza profumata di incenso. Le altre volte ci ero passata di corsa per prenotare massaggi da regalare alle mie amiche in occasione di qualche compleanno.

Distesa a terra con le braccia abbandonate lungo il corpo, mi concentro sul respiro e cerco di lasciar andare le preoccupazioni e il senso di colpa. Dovrei spendere il meno possibile in questa fase della mia vita, ma ho deciso di concedermi qualche massaggio per tirarmi un po’ su.

È un periodo di merda. Torino è una città che sta morendo.  C’è poco lavoro, e per giunta malpagato. Ho deciso di rimanere in Italia fino a Natale, per star un po’ con mia figlia che tornerà da Parigi per le feste, ma ogni giorno guardo i voli per tornare in Sudamerica. Ce n’è uno il 3 gennaio a 669 euro. Per arrivare a Buenos Aires fa scalo a Istanbul e San Paolo del Brasile. Scomodissimo, ma almeno costa poco. Da lì potrei andare in Uruguay e cercare lavoro sulla costa per la stagione estiva. Magari a Cabo Polonio, un villaggio sul mare che mi era piaciuto moltissimo. A fine febbraio potrei andare a Montevideo, dove un’amica si è offerta di ospitarmi.

Sospesa fra due mondi, mando curriculum di qua e di là dell’oceano. Quando mi sento molto giù prendo la macchina fotografica ed esco. Cammino per le strade con gli occhi incollati al suolo e fotografo ciò che cattura la mia attenzione: riflessi nelle pozzanghere, foglie morte, oggetti gettati via, segni sull’asfalto. Le immagini vanno ad arricchire una collezione che ho chiamato Terra terra. È un po’ come scrivere: mi fa sentire meglio. Due mesi fa, in Sudamerica, lo sguardo abbracciava paesaggi immensi. Ora il mio orizzonte si è ristretto e io faccio il possibile per spremere da ogni giornata la goccia di bellezza che mi aiuta a tirare avanti.

«Prenditi il tuo tempo per riaprire gli occhi».
Il massaggio è finito, Bruna mi dà dei compiti per le prossime settimane: bere una tisana di camomilla prima di ogni pasto e respirare in profondità con il diaframma per almeno cinque minuti al giorno. Dice che la mia pancia è in subbuglio per l’inquietudine della mente. E come darle torto?

Prima di tornare a casa faccio un salto al parco della Tesoriera. Le chiome degli alberi dai colori autunnali e il cielo azzurro si specchiano nelle grandi pozzanghere lasciate dal temporale di qualche giorno fa. Tiro fuori la macchina fotografica e immortalo una panchina inutile, immersa nell’acqua. Per ora mi accontento dei mondi che il mio sguardo terra terra mi svela, nella speranza di udire presto dentro di me il grido che sfugge ai marinai dopo mesi di navigazione sotto un orizzonte piatto: «Terra! Terra!».

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L’ultima sigaretta

Esattamente un anno fa ho acceso la mia ultima sigaretta. Era il 7 ottobre 2014 e avevo da poco iniziato un percorso per smettere di fumare. Ogni mattina alle otto, prima del lavoro, andavo in autobus fino al Sert di Mirafiori, alla periferia sud di Torino, e aspettavo che il medico mi piantasse cinque aghi nell’orecchio. Poi mi sdraiavo su un materassino per una seduta di rilassamento che durava poco meno di un’ora. Il metodo era tutto lì: niente farmaci, solo agopuntura e rilassamento. Gratis. Non si pagava neppure il ticket.

Il trattamento era iniziato il lunedì. Il giorno dopo, martedì, ero sull’orlo di una crisi di nervi. Non avevo fumato per tutto il giorno e mi sembrava di impazzire. «Non ce la faccio, è troppo difficile» avevo dichiarato ai compagni del gruppo di sostegno.
La sera avevo chiesto a un amico di darmi un po’ di tabacco e mi ero girata una sigaretta. L’avevo accesa con un senso di sconfitta, senza immaginare che sarebbe stata l’ultima. Mentre la fumavo mi accorgevo che non mi dava alcun piacere. Anzi, mi disgustava. Ero arrivata al punto di svolta.

Prima c’erano stati molti tentativi andati a vuoto. Avevo comprato il libro di Allen Carr, È facile smettere di fumare se sai come farlo, e non mi era servito a niente. Avevo provato a ridurre il numero delle sigarette, senza riuscirci. Una psicologa del Centro antifumo dell’ospedale Martini mi aveva chiesto che cosa la sigaretta significasse per me. Non era difficile rispondere. Avevo cominciato a fumare tardi, verso i quarant’anni, in un momento di crisi personale. La sigaretta mi dava un po’ di consolazione, o almeno così mi pareva. Ero arrivata a fumarne una decina al giorno. Per smettere, mi aveva detto la psicologa, dovevo prendere consapevolezza del fatto che fumare non mi dava niente, né consolazione né piacere.

Ci avevo messo più di un anno per decidermi a cominciare il percorso al Sert. A spingermi era stata un’intenzione ancora vaga, che potrei formulare così: «Voglio darmi qualcosa di veramente buono». Intuivo confusamente che la sigaretta fosse un palliativo, una scusa per non prendermi cura dei miei veri bisogni. Smettere di fumare mi sembrava un passo indispensabile per cominciare a occuparmi seriamente di me.

Ora che è passato un anno mi guardo indietro e vedo tutto ciò che ho fatto: ho perso il lavoro ma non sono crollata, ho viaggiato per quattro mesi in Sudamerica promuovendo il mio libro, sono tornata e sto cercando la mia strada, qui o altrove nel mondo, senza paura. Oggi i miei orizzonti sono più vasti grazie al fatto che ho smesso di aggrapparmi alla consolazione fasulla della sigaretta.

Il Sert mi ha chiamata qualche settimana fa per sapere come andava. Su un gruppo di dodici abbiamo smesso in quattro, tutte donne. Ci siamo ritrovate, felici di avercela fatta, e abbiamo ringraziato il medico e gli operatori che ci hanno aiutate. I tagli alla spesa sanitaria di cui si parla in questi giorni faranno forse sparire i servizi come questo, ed è un peccato, perché un risultato così non sarei mai riuscita a ottenerlo da sola. Avevo bisogno, come tanti, di essere accompagnata.