Qualcosa di bello

AnnaLOW«Maestra, ci sarai il prossimo anno?» mi chiedevano i bambini l’ultimo giorno di scuola. Non sapevo che cosa rispondere (chissà dove mi manderanno a settembre!), ma il fatto che mi dispiaccia separarmi da loro è un buon segno. Significa che ci ho lavorato volentieri.

A gennaio, appena arrivata, le maestre della terza mi avevano chiesto di tenere un laboratorio di scrittura. Avevo accettato, ma ero terrorizzata: che cosa gli avrei proposto? Come professionista dell’editoria ho sempre avuto a che fare con adulti: scrittori, giornalisti, studiosi. Ora dovevo trovare un modo per invogliare alla scrittura un gruppo di ragazzini di otto anni. Non c’erano scappatoie, dovevo inventarmi qualcosa di appassionante. I bambini non hanno pietà di nessuno.
«A me non piace scrivere» mi ha detto Orlando il primo giorno.
Ecco. Da dove cominciare?

EneaLOWIn un angolo della classe c’erano le maschere che i bambini avevano costruito durante il laboratorio di arte. Ciascuno si era scelto un animale e l’aveva ricreato con la cartapesta e i colori. Sono partita da lì. Ho scritto una serie di situazioni su dei biglietti di carta ‑ «in cantina», «al centro della giungla», «nel deserto» ‑, li ho messi in un cappello e ho chiesto ai bambini di pescare a caso. Ciascuno doveva mettere il suo animale in quella situazione e scrivere una storia. Lo spunto era divertente e si sono messi subito al lavoro. Quando abbiamo letto le prime stesure, i bambini ridevano, applaudivano, alzavano la mano per commentare. Nelle settimane successive abbiamo fatto un lavoro di editing a gruppi. I bambini leggevano le storie e dicevano che cosa, secondo loro, non funzionava. Insieme si cercava un modo per esprimere meglio un’immagine, un concetto, un passaggio narrativo, evitando le ripetizioni e le ridondanze. Non c’era bisogno di spiegare che, attraverso il processo di revisione, le storie miglioravano. Era evidente.
«Maestra, quand’è che scriviamo?» mi chiedeva Orlando quando mi incontrava in corridoio.

Elisa02LOWTomas era l’unico che non aveva scritto quasi niente. Quattro righe buttate giù tanto per fare. Sembrava che non gli importasse. «Dobbiamo lavorare alla tua storia. Ho un’idea» gli ho detto un giorno. Si è illuminato. Ci teneva, ma non sapeva come andare avanti. Gli ho portato una favola di Fedro, Il lupo e l’agnello, e l’abbiamo usata come spunto. Alla fine ha scritto una storia bellissima su un lupo che vuole mangiare un aquilotto. L’ha letta ad alta voce ai compagni, era contentissimo.

SaraV_LOWQuando è venuto il momento di pensare alle illustrazioni, ciascuno ha scelto un momento della sua storia e l’ha rappresentato con l’aiuto dei compagni mentre io lo fotografavo. Poi con Photoshop ho modificato e arricchito le immagini di particolari con la tecnica del fotocollage. Un’amica illustratrice, Monica Fucini, mi ha dedicato un paio d’ore della sua domenica per insegnarmi qualche trucco del mestiere. Le maestre di classe si sono prodigate in ogni modo per portare avanti il progetto.

Quando ho proiettato le foto ai bambini, la reazione è stata incredibile. Ridevano per la sorpresa, erano felici. Alla fine Tomas è venuto da me con gli occhi brillanti: «Maestra, che bello!».

ElenaLOWDa quelle foto e da quelle storie abbiamo tratto un libro. Il lavoro ha generato un forte senso di appartenenza, sia nelle maestre sia nei bambini: tutti insieme abbiamo creato qualcosa di bello in cui ci rispecchiamo e di cui ci sentiamo fieri.
Più che insegnare, è questo che mi piace veramente.

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Il cane del mio psicologo

P3290958tris«Ho capito  perché non ho mai voluto fare l’insegnante» ho detto al mio psicologo non appena sono entrata in studio. La sua cagnetta, un bulldog francese bianco e marroncino, ha emesso un ringhio sommesso dall’angolo sotto la finestra, offesa perché non l’ho salutata. Stava là sulla sua sdraietta  con il muso curvato all’ingiù.
«Buongiorno, Maya» ho farfugliato, e solo allora si è accucciata, pronta ad ascoltare i miei segreti. Mi conosce bene, quasi quanto Fabio, il mio psicologo. Dico «quasi» perché non sempre Maya viene in studio. Avrà altri impegni, non so.

«Bene, cominciamo. Mi parli della sua scoperta» ha detto Fabio, offeso perché l’ho trascurato. Ma no, Fabio non si offende mai. Ha le spalle sufficientemente larghe per sopportare i miei fardelli. Per questo l’ho scelto. È uno psicologo-sherpa. Da diverse sedute lavoriamo sul fatto che mi sono ritrovata a fare la maestra dopo trent’anni di lavoro nell’editoria. Un cambiamento che mi disorienta.

«Non ho mai voluto insegnare perché la classe è lo specchio del mio mondo interiore» ho detto d’un fiato.
Fabio ha annuito: «Questa è una bellissima metafora. Continui».
Non ci riuscivo, avevo un groppo in gola. Ho cominciato a piangere. Fabio mi ha teso un fazzoletto di carta. Ne ha una scatola piena, di quelli pronti all’uso. Io ne consumo parecchi.
«Avanti» ha detto con gentilezza.

Ho preso fiato. Era difficile. «Dentro di me, come in ogni classe, ci sono bambini svegli, intelligenti, creativi, e altri un po’ lenti ma tendenzialmente tranquilli e volenterosi. Poi ci sono un paio di elementi davvero problematici, che assorbono tutta la mia energia e la mia attenzione. Non so come comportarmi con loro, mi fanno sentire incapace».
Dal suo angolo Maya ha lanciato un guaito di empatia.
«Il suo cane mi capisce» ho detto a Fabio.
Lui ha riso. «Mi parli di uno di questi bambini problematici».

Mi è venuto in mente Matteo della III D. A scuola riesce bene, ma è insopportabile. Non la smette un attimo di fare commenti, pernacchie, risatine e battute. Bisogna richiamarlo in continuazione, ma non serve a niente. Dopo pochi minuti ricomincia daccapo. Per i suoi compagni e per me è un vero tormento. Accentra tutta l’attenzione su di sé. So che ha una situazione familiare disastrosa e capisco che ha i suoi motivi per comportarsi così, ma è stancante.
Anche nel mio mondo interiore succede la stessa cosa: le parti più fragili cercano di monopolizzare la scena a scapito delle altre, che pure vorrebbero esprimersi. La scuola mi mette ogni giorno di fronte a questa sfida, e ogni giorno devo trovare un modo per accogliere le difficoltà e il malessere senza farmi travolgere. Ce la faccio, ma mi sembra tremendamente difficile.

Mentre parlo, Maya russa rumorosamente. Deve essersi addormentata sulla sua sdraietta.
«Come si sente?» chiede Fabio.
«Invidio il suo cane».
A fine seduta scopro che Maya dorme acciambellata sulla mia sciarpa, caduta sotto la sedia. Fabio si scusa, cerca di scuotere via i peli. Io dico che non importa e mi avvolgo la sciarpa intorno al collo. È ancora calda, sa di sonno e di cuccia.

Anche questo è un viaggio

none03Mentre spiego alla lavagna come si riproducono le piante, Amrit alza la mano dal fondo dell’aula e racconta che nel suo giardino i peschi sono fioriti. «Sono belli, tutti rosa» dice con gli occhi scintillanti.
È indiano, Amrit, e abita con la sua famiglia in una cascina poco fuori paese. I suoi genitori allevano polli e coltivano frutta e ortaggi. Non so da quanto tempo vivano in Italia, ma Amrit parla e scrive l’italiano perfettamente. È uno dei più bravi della classe, ed è orgoglioso delle sue piante e dei suoi animali. Quando mi incontra in corridoio mi ferma per parlarmi dei pulcini, del frutteto, dei fiori che stanno spuntando nelle aiuole.

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Da oltre un mese lavoro come supplente in questa scuola elementare della seconda cintura torinese, un paese di fabbriche con i tetti a zig-zag e le torri dell’acqua che svettano come funghi giganti in mezzo ai pioppeti. Per le strade si respira un’aria di abbandono. Gli stabilimenti che un tempo davano lavoro a migliaia di operai sono vuoti e hanno i vetri rotti. La produzione si è spostata altrove, nell’Est europeo o in Cina.
In classe i bambini hanno cognomi piemontesi, calabresi, cinesi, rumeni e marocchini: uno spaccato delle vecchie e nuove migrazioni. I più numerosi sono i calabresi, nipoti degli immigrati arrivati al Nord negli anni del boom industriale, quando in queste zone c’era lavoro per tutti. Sembrano secoli fa. Amrit è l’unico indiano, e a quanto ne so, la sua famiglia è l’unica che lavora la campagna. La cascina in cui vive era stata abbandonata quando i contadini lasciavano i campi per entrare in fabbrica.

Io mi trovo qui per una serie di coincidenze improbabili. Anche se ho un diploma magistrale e una laurea in Lettere, non ho mai pensato di fare l’insegnante. Per trent’anni, finché ne è valsa la pena, ho lavorato come freelance nell’editoria. Alla fine del 2015, stanca della precarietà e dei compensi troppo bassi, ho cominciato a guardarmi intorno e ho scoperto che nelle scuole elementari della provincia mancavano i supplenti. Un lunedì di gennaio ho mandato una cinquantina di domande direttamente alle scuole e il martedì sono stata letteralmente subissata di telefonate. «Siamo disperati», mi dicevano gli addetti alla segreteria, implorandomi di accettare. Non c’era che l’imbarazzo della scelta, ed è stato gratificante sentire che tutti mi volevano.

Prima sono andata in una materna di Chivasso, poi in una scuola elementare della periferia Sud di Torino. La mensa era ottima, il giovedì c’era la minestra di verdura con il farro. Mi piaceva sedermi a tavola con i bambini e ascoltarli chiacchierare.
«Mia nonna in Sicilia ha una casa con quattro balconi»
«La mia in Romania ha una casa con diciotto balconi».
«Mia nonna ha pure un terrazzo».
«La mia ha nove terrazzi e centoventi stanze».
Ai primi di febbraio mi era toccato fare le verifiche di matematica per la fine del quadrimestre. Matteo, orfano di madre da un anno, dopo mezz’ora non aveva ancora cominciato.
«Che c’è? Perché non scrivi?» gli avevo chiesto.
Mi aveva sorriso, stiracchiandosi sul banco: «Voglio tornare all’asilo».
«Anch’io» avevo detto.

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Sono contenta di lavorare, ma sto trovando duro. Devo imparare a farmi rispettare, a coinvolgere la classe, a non lasciare indietro nessuno. Se tutti fossero come Amrit sarebbe facile, ma in ogni classe ci sono bambini che mi mettono in difficoltà perché a casa sono abbandonati a loro stessi, o hanno i genitori disoccupati, o vivono in situazioni familiari disastrose.
Leonardo, per esempio, abita con i suoi genitori e tre fratelli in una casa di quaranta metri quadri. A scuola passa il tempo a ridurre a brandelli le gomme e a tirare rigacce sui quaderni.
«Che ti succede, Leo?»
«Sono arrabbiato! Arrabbiato!»
«Perché?»
«Stanotte non ho dormito. Il mio fratellino appena nato piangeva. E poi ho paura»
«Di cosa?»
«Che mia madre faccia un altro figlio»

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Entrare in classe al mattino è come calarsi nella fossa dei leoni. Per farmi coraggio, prima di andare a scuola mi fermo in un bar per leggere il giornale e prendere un caffè. E se mi consolo pensando al viaggio che farò nelle vacanze estive (Vietnam e Laos? Ecuador e Colombia?), cerco anche di rispondere in modo creativo ai bisogni dei bambini e alle sfide che sono costretta ad affrontare ogni giorno.
In fondo anche questo è un viaggio, forse il più difficile che io abbia mai fatto. Al confronto, andare fino in Bolivia con lo zaino in spalla è stato facilissimo.