L’ultima sigaretta

Esattamente un anno fa ho acceso la mia ultima sigaretta. Era il 7 ottobre 2014 e avevo da poco iniziato un percorso per smettere di fumare. Ogni mattina alle otto, prima del lavoro, andavo in autobus fino al Sert di Mirafiori, alla periferia sud di Torino, e aspettavo che il medico mi piantasse cinque aghi nell’orecchio. Poi mi sdraiavo su un materassino per una seduta di rilassamento che durava poco meno di un’ora. Il metodo era tutto lì: niente farmaci, solo agopuntura e rilassamento. Gratis. Non si pagava neppure il ticket.

Il trattamento era iniziato il lunedì. Il giorno dopo, martedì, ero sull’orlo di una crisi di nervi. Non avevo fumato per tutto il giorno e mi sembrava di impazzire. «Non ce la faccio, è troppo difficile» avevo dichiarato ai compagni del gruppo di sostegno.
La sera avevo chiesto a un amico di darmi un po’ di tabacco e mi ero girata una sigaretta. L’avevo accesa con un senso di sconfitta, senza immaginare che sarebbe stata l’ultima. Mentre la fumavo mi accorgevo che non mi dava alcun piacere. Anzi, mi disgustava. Ero arrivata al punto di svolta.

Prima c’erano stati molti tentativi andati a vuoto. Avevo comprato il libro di Allen Carr, È facile smettere di fumare se sai come farlo, e non mi era servito a niente. Avevo provato a ridurre il numero delle sigarette, senza riuscirci. Una psicologa del Centro antifumo dell’ospedale Martini mi aveva chiesto che cosa la sigaretta significasse per me. Non era difficile rispondere. Avevo cominciato a fumare tardi, verso i quarant’anni, in un momento di crisi personale. La sigaretta mi dava un po’ di consolazione, o almeno così mi pareva. Ero arrivata a fumarne una decina al giorno. Per smettere, mi aveva detto la psicologa, dovevo prendere consapevolezza del fatto che fumare non mi dava niente, né consolazione né piacere.

Ci avevo messo più di un anno per decidermi a cominciare il percorso al Sert. A spingermi era stata un’intenzione ancora vaga, che potrei formulare così: «Voglio darmi qualcosa di veramente buono». Intuivo confusamente che la sigaretta fosse un palliativo, una scusa per non prendermi cura dei miei veri bisogni. Smettere di fumare mi sembrava un passo indispensabile per cominciare a occuparmi seriamente di me.

Ora che è passato un anno mi guardo indietro e vedo tutto ciò che ho fatto: ho perso il lavoro ma non sono crollata, ho viaggiato per quattro mesi in Sudamerica promuovendo il mio libro, sono tornata e sto cercando la mia strada, qui o altrove nel mondo, senza paura. Oggi i miei orizzonti sono più vasti grazie al fatto che ho smesso di aggrapparmi alla consolazione fasulla della sigaretta.

Il Sert mi ha chiamata qualche settimana fa per sapere come andava. Su un gruppo di dodici abbiamo smesso in quattro, tutte donne. Ci siamo ritrovate, felici di avercela fatta, e abbiamo ringraziato il medico e gli operatori che ci hanno aiutate. I tagli alla spesa sanitaria di cui si parla in questi giorni faranno forse sparire i servizi come questo, ed è un peccato, perché un risultato così non sarei mai riuscita a ottenerlo da sola. Avevo bisogno, come tanti, di essere accompagnata.

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